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Nomadi digitali: libertà globale o nuovo privilegio?

Articolo. Dal boom dei visti per nomadi digitali alla gentrificazione delle città, luci e ombre della nuova geografia del lavoro da remoto

Lettura 3 min.
(Foto Shutterstock.com)

Recentemente, durante un incontro di orientamento con una classe di giovani universitari, è emerso il tema del nomadismo digitale. Molti di loro hanno manifestato il desiderio di costruire una dimensione professionale che permetta di vivere in diversi luoghi del mondo lavorando da remoto. Abbiamo deciso dunque di approfondire il tema assieme per individuare luci e ombre del fenomeno. Le riflessioni che seguono sono il risultato della ricerca svolta e del dibattito che ne è scaturito.

Nel 2023 il Portogallo ha raggiunto il numero più alto di domande per il visto D8, quello destinato ai nómadas digitais, registrando un aumento del 40% rispetto all’anno precedente. Nel quartiere di Alfama a Lisbona, un tempo popolare, il costo di un appartamento è raddoppiato in cinque anni anche come effetto di questi nuovi flussi di lavoratori da remoto. Un segmento crescente della nuova forza lavoro globale sta svincolando il proprio reddito da una specifica collocazione geografica. Si tratta di un fenomeno inedito: la delocalizzazione delle persone, anziché dei luoghi di lavoro.

Quella che alcuni commentatori chiamano «geografia del talento», tradizionalmente concentrata in megalopoli iper-costose, sta subendo una specie di tettonica a placche, guidata non solo dal salario, ma da una ricerca di qualità della vita: costi più accessibili degli immobili, servizi efficienti, clima mite, sicurezza, slow living. Se per decenni le persone si sono spostate verso il lavoro, oggi è il lavoro digitale a seguire le persone nei luoghi dove desiderano vivere. Questa mobilità, resa possibile dalla pandemia e dalla conseguente normalizzazione del lavoro da remoto, sta tuttavia creando nuovi squilibri nella competizione globale, con implicazioni profonde che vanno ben oltre il mercato immobiliare.

La pandemia ha agito da acceleratore forzato, mostrando che per una vasta fetta di lavoratori della conoscenza la produttività non solo non crolla, ma può migliorare lavorando da remoto. Strumenti come Zoom, Slack, Asana e il cloud computing hanno reso la collaborazione a distanza fattibile e spesso efficiente. Le aziende, inizialmente riluttanti, hanno visto i vantaggi in termini di riduzione dei costi fissi (innanzitutto gli uffici) e accesso a un bacino di competenze più ampio. Questa trasformazione ha incontrato, in parte, le nuove esigenze generazionali. Per il segmento economicamente più fortunato di millenials e, ancor più, gen Z, il lavoro non è più il centro assoluto dell’esistenza. È una componente importante, ma da bilanciare con benessere, tempo libero, relazioni sociali e impatto ambientale. L’equazione tradizionale stipendio alto = città costosa = vita stressante viene messa in discussione. Si preferisce uno stipendio buono in un luogo dove quel reddito garantisce una qualità della vita migliore.

Alcuni luoghi in cerca di rilancio economico hanno colto al volo l’opportunità. Portogallo, Spagna, Grecia, Croazia, ma anche Dubai, Bali e Mauritius, hanno lanciato visti speciali per i nomadi digitali. Questi visti, spesso della durata di uno o due anni e rinnovabili, offrono un regime fiscale agevolato, accesso semplificato al sistema sanitario e requisiti burocratici snelli. L’obiettivo è attrarre consumatori ad alto reddito per stimolare l’economia locale (affitti, ristorazione, servizi). Ma il fenomeno sta generando effetti contraddittori.

Accanto alle nuove opportunità sorgono nuove criticità e nuove tensioni sociali. Da un lato assistiamo a processi di brusca gentrificazione. I territori dove si concentrano i nomadi digitali sperimentano un’iniezione di capitale fresco e una apparente vivacità culturale. Ma il rovescio della medaglia è l’impennata dei costi di affitti e servizi, che espelle i residenti storici, i giovani locali e le famiglie a medio reddito. Si crea un divario economico visibile e irritante tra la comunità digitale internazionale e quella locale. Per i Paesi di origine invece il rischio è una fuga di ricchezza oltre che di cervelli: non si perdono solo competenze, ma cittadini che spendono redditi alti altrove, deprimendo ulteriormente i consumi e il tessuto sociale di molti centri urbani. Dall’altro lato emergono forme di precarietà esistenziale: isolamento sociale, difficoltà a costruire relazioni stabili, confusione tra spazio di vita e di lavoro, senso di non appartenenza. A livello giuridico, molti vivono in una terra di nessuno: il visto da nomade digitale raramente è un percorso verso la residenza permanente o la cittadinanza. In caso di malattia o perdita del lavoro, le tutele sono fragili. È una sorta di precariato privilegiato: economicamente agiato, ma con diritti sociali e prospettive di lungo periodo molto incerte.

Qui si apre il nodo critico del fenomeno, ossia l’assenza di qualunque dimensione collettiva del lavoro e dunque dei diritti. La «geopolitica del talento» è oggi un far west giuridico e sindacale. I sindacati sono storicamente strutturati su base nazionale, settoriale e territoriale. Rappresentano lavoratori di una certa industria in un certo Paese. Come si contratta un contratto collettivo per un team distribuito in dodici Paesi? Come si organizza uno sciopero o una vertenza quando i lavoratori non condividono uno spazio fisico, né una giurisdizione?

In questo vuoto stanno emergendo risposte dal basso, spesso di stampo individualistico e di mercato. Community online di nomadi digitali si scambiano consigli su fisco, visti e assicurazioni sanitarie private. Piattaforme come SafetyWing offrono pacchetti assicurativi “per nomadi”. Sono soluzioni che trasformano i diritti in prodotti da acquistare sul mercato. Rafforzano l’ideologia del «lavoratore-imprenditore di se stesso», solo con il suo laptop e la sua assicurazione, smantellando il concetto di solidarietà collettiva e protezione sociale pubblica.

Il fenomeno del nomadismo digitale disegna inoltre nuove linee di frattura sociale. Da un lato una specie di cloud bourgeoisie: professionisti globalizzati, mobili, con alto capitale culturale e reddito da economie avanzate, che vivono in enclave privilegiate. Dall’altro un proletariato locale al loro servizio, sempre più in affanno: chi accoglie i nomadi digitali (ristoratori, baristi, commessi, addetti alle pulizie e tutte le persone impiegate nei vari servizi essenziali) rischia di non potersi più permettere di vivere nella propria città.

La «geopolitica del talento» non è una semplice storia di libertà riconquistata. Racchiude in sé le grandi contraddizioni del nostro tempo: l’emancipazione individuale che genera nuove disuguaglianze sociali, la fluidità che crea nuovi confini, il benessere privato che erode il benessere pubblico. Senza una visione collettiva e regole condivise, rischia di produrre un mondo di élite globali sradicate e di comunità locali senza futuro.

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