Nel 2025 l’Orto Botanico ha registrato circa 80mila accessi distribuiti tra le tre sedi – Città Alta, Sala Viscontea e Astino – confermando un ruolo sempre più rilevante nel rapporto con i pubblici. Dal 1° aprile Francesco Zonca ne ha assunto la direzione, in continuità con il lavoro fatto negli anni da Gabriele Rinaldi, consolidando così una visione costruita nel tempo. La conversazione si svolge nel suo studio, nella Torre di Adalberto, in Città Alta, uno spazio raccolto e luminoso, circondato da vasi, piante verdi e una luce naturale diffusa che restituisce immediatamente il carattere dell’istituzione, capace di trasformare il patrimonio botanico in uno spazio di interpretazione, tenendo insieme ricerca, esperienza e coscienza civile.
LL: L’Orto Botanico di Bergamo si presenta come un luogo in cui conservazione, ricerca e divulgazione si intrecciano con il paesaggio e la città. Quale funzione pubblica assume oggi un orto botanico?
FZ: L’Orto Botanico di Bergamo si riconosce nei tre assi fondamentali – ricerca, conservazione e divulgazione – ma, in quanto Orto Civico, li traduce in una funzione pubblica direttamente legata ai bisogni della città. Nel panorama italiano, dove prevalgono Orti universitari o legati ad altri enti, si distingue per questa natura, che lo porta ad avere sempre «le antenne alzate» e a rispondere in modo concreto al contesto in cui opera. Dal 2003, con l’autonomia come museo, ha rafforzato il proprio ruolo di museo di relazione, capace non solo di intercettare bisogni, ma anche di orientare alcune scelte e sensibilità pubbliche. Negli ultimi anni ha sviluppato con forza la dimensione sociale: volontariato, apertura a soggetti fragili, attenzione a pubblici diversi, allargando continuamente i propri interlocutori. La conservazione resta un caposaldo, con collezioni viventi e musealizzate – erbari, modelli, hortus pictus e siccus – curate e catalogate. Ma è soprattutto sulla divulgazione che l’Orto investe, distinguendosi a livello nazionale per il public engagement. L’Orto, in questo senso, è un’interfaccia tra flora e uomo, che prova a parlare alle persone in modo diretto e accessibile. Attraverso le piante affrontiamo temi che riguardano tutti: clima, cibo, servizi ecosistemici, metabolismo urbano, impollinatori. Essendo un’istituzione pubblica, sente, poi, la responsabilità di restituire valore alla comunità, non solo informando ma contribuendo a orientare comportamenti e consapevolezze. La divulgazione diventa così uno strumento concreto per rispondere ai bisogni della società e costruire un rapporto vivo e praticato tra sapere botanico e cittadinanza.
LL: A differenza di altri musei, qui l’oggetto non è statico ma vivente. In che modo questa dimensione modifica il rapporto con il pubblico? E quanto incide sulla possibilità di costruire forme di apprendimento più dirette, sensibili e durature?
FZ: L’Orto Botanico è un museo a tutti gli effetti, ma ha il vantaggio enorme di lavorare con collezioni vive, e questo cambia molto il rapporto con il pubblico. Il fatto di avere organismi viventi permette un’interazione più dinamica perché non si parla solo di oggetti, ma di sistemi, di relazioni, di ecosistemi. Questo consente di superare quella che viene definita plant blindness, cioè la difficoltà a percepire le piante come esseri viventi, nonostante costituiscano la grande maggioranza della biomassa terrestre e siano alla base della nostra vita. Vedere piante vive aiuta a riportare l’attenzione su quanto siano presenti in ogni momento della nostra giornata, anche quando non ce ne accorgiamo. Da qui nasce la possibilità di costruire un apprendimento più diretto e sensibile, che parte dall’esperienza e porta a riconoscere il nostro essere dentro un sistema di relazioni. Parlare di piante significa infatti parlare di molti altri temi: cibo, medicine, clima, ma anche relazioni invisibili come quelle tra radici, batteri, insetti. L’esempio degli impollinatori, con il bioparco apistico, va proprio in questa direzione, rendendo visibili connessioni fondamentali ma spesso ignorate. Dal punto di vista museale, questo apre a una prospettiva interpretativa molto ricca, basata su cicli, trasformazioni e relazioni nel tempo. Il fatto che le piante cambino continuamente permette inoltre un dialogo con il pubblico che si rinnova, stagione dopo stagione, rendendo l’esperienza sempre diversa. In questo senso, l’Orto resta un museo, ma con una materia vivente che amplifica le possibilità di coinvolgimento e di costruzione di conoscenza duratura.
LL: L’Orto Botanico è anche un luogo radicato nel territorio, dalla flora orobica alla Valle della Biodiversità di Astino. Come si trasforma questo radicamento in pratiche di educazione e partecipazione?
FZ: Le due sezioni dell’Orto hanno caratteristiche molto diverse, perché nascono in momenti e con obiettivi differenti. Quello di Città Alta, nato nel 1972, è figlio di un’epoca in cui il bisogno era far conoscere la flora locale, in particolare quella alpina, a un pubblico ampio e urbano. Per questo conserva ancora una forte identità legata alla flora orobica e ai microsettori fitogeografici, mantenendo una funzione di conservazione e racconto del territorio. Nel tempo si è evoluto, ampliando temi e collezioni, ma senza perdere questa radice storica. Astino, invece, nasce nel 2015 con un’impostazione più contemporanea, orientata ai temi attuali: agribiodiversità, qualità del cibo, sicurezza alimentare, cambiamenti climatici. Qui il radicamento si traduce nel far fare esperienza diretta della biodiversità, coltivando varietà diverse e rendendo visibile il legame tra piante, territorio e alimentazione. Un lavoro importante riguarda le varietà locali, sviluppato con le università, che permette di studiare, conservare e restituire valore a un patrimonio spesso invisibile ma fondamentale. Questo si intreccia con pratiche concrete di partecipazione, come la formazione degli orticoltori urbani e il lavoro con gli orti collettivi, dove l’Orto ha un ruolo attivo di aggregazione. A Città Alta, invece, le attività educative si concentrano sulla conservazione locale, sulle specie a rischio e sulla consapevolezza delle trasformazioni del territorio. In entrambi i casi, il radicamento diventa pratica: parlare del territorio attraverso le piante, coinvolgere pubblici diversi e costruire esperienze che rendano visibili relazioni spesso ignorate.
LL: Le attività didattiche e divulgative rappresentano una parte centrale del vostro lavoro, con laboratori, incontri e progetti educativi rivolti a pubblici diversi. Che tipo di relazione riuscite a costruire con scuole e famiglie? E con il pubblico adulto?
FZ: Con le scuole il rapporto è consolidato da anni, ma è un rapporto che va continuamente nutrito e coltivato, non è mai dato per acquisito. Funziona quando l’Orto non si limita ad accogliere le classi, ma entra nelle scuole, costruendo progetti anche annuali e lavorando sulla formazione degli insegnanti. Un punto centrale è proprio questo: aiutare i docenti a usare le piante come strumenti educativi, in aula ma anche nei giardini scolastici, trasformati in vere e proprie aule all’aperto. A Bergamo questo si è tradotto in una diffusione molto ampia degli orti scolastici, spesso realizzati in collaborazione con il Comune e sostenuti anche da finanziamenti dedicati. Portare le scuole all’Orto resta fondamentale, ma affiancare a questo un lavoro continuativo dentro la scuola permette di costruire un legame più forte e duraturo. Anche l’offerta educativa è pensata in relazione ai programmi, cercando di tenere insieme discipline diverse, perché le piante attraversano matematica, italiano, scienze. Per il pubblico adulto il lavoro è altrettanto articolato: c’è un nucleo fidelizzato, che ritorna con continuità alle attività e che rappresenta una base importante. Accanto a questo, l’Orto lavora per intercettare pubblici diversi, dagli orticoltori ai volontari, costruendo proposte mirate e momenti di formazione dedicata. Molto rilevante è anche l’apertura a collaborazioni esterne, che permettono di costruire insieme attività e di raggiungere persone che normalmente non frequenterebbero l’Orto. In questo modo si ampliano i temi, dalla musica alla scienza, fino alla dimensione della cura, e il museo diventa uno spazio capace di generare relazioni, benessere e partecipazione.
LL: Gli allestimenti, in un Orto botanico, coincidono con l’organizzazione dello spazio naturale e del paesaggio. Come si progettano questi percorsi? E quando diventano esperienza, oltre che esposizione?
FZ: In Città Alta gli allestimenti coincidono con un limite strutturale: lo spazio è piccolo e questo rende difficile pensare a nuovi percorsi in senso tradizionale. Qui il lavoro si gioca più su chiavi di lettura diverse, sul ripensare il verde pubblico, dai parchi alle aiuole, sull’attivare contenuti nuovi dentro uno spazio dato. Un esempio è l’uso di piante a basso impatto idrico e manutentivo, che diventano occasione per parlare di prati fioriti, sostenibilità e gestione del verde urbano. In questo contesto, le installazioni temporanee diventano uno strumento fondamentale per rinnovare l’esperienza, attrarre pubblico e costruire narrazioni. Ad Astino, invece, lo spazio agricolo permette una progettazione più ampia, con veri e propri percorsi espositivi. Il vigneto biodiverso, ad esempio, consente di raccontare il rapporto tra vite e uomo nel tempo, intrecciando storia, coltivazione, sostenibilità e innovazione. Anche il bosco, recentemente recuperato, apre a percorsi che permettono di leggere le relazioni ecosistemiche in modo diretto. In entrambi i casi, l’allestimento diventa esperienza quando attiva relazioni, quando permette alle persone di vedere, attraversare e comprendere processi, non solo collezioni. Un elemento chiave è il metodo: i nuovi allestimenti nascono quasi sempre in modo partecipativo, coinvolgendo competenze diverse, dai tecnici ai ricercatori fino ai portatori di pratiche. È un processo cooperativo, che aumenta il valore e rende gli allestimenti più aderenti ai bisogni reali, perché non rispondono solo a chi li progetta, ma a chi li vive.
Foto 5
LL: Guardando al futuro, quale Orto botanico serve a una città come Bergamo per affrontare le sfide ambientali, educative e culturali? E quali cambiamenti ritiene oggi necessari?
FZ: Il passaggio di direzione, dopo il lavoro condiviso con Gabriele Rinaldi, si inserisce in una continuità molto forte di visione, costruita in oltre vent’anni di lavoro comune. Questo rende il futuro, in un certo senso, già tracciato: un percorso cresciuto nel tempo, soprattutto negli ultimi dieci anni, quando l’Orto ha acquisito maggiore autonomia e capacità di azione. L’idea è che ciò che è stato fatto finora funzioni e sia strategico, e quindi vada mantenuto e rafforzato, più che stravolto. Al centro resta un approccio aperto, partecipativo, capace di rispondere ai bisogni della società e di orientare anche alcune dinamiche legate alle sfide globali. L’Orto può essere uno strumento utile anche per i decisori pubblici, perché rende leggibili temi complessi come l’ambiente, il clima e il cibo in modo concreto e accessibile. Il suo valore sta proprio nella capacità di stare dentro le reti della città: food policy, verde pubblico, servizi educativi e sociali. In questo senso può diventare sempre più una risorsa trasversale, capace di connettere ambiti diversi e intercettare bisogni molteplici. Per una città come Bergamo, con temi ambientali sensibili ma anche una forte vitalità sociale, questo ruolo è particolarmente rilevante. La direzione è quindi quella di mantenere apertura e accoglienza, evitando l’idea di un museo chiuso e autoreferenziale. Più dei grandi numeri, contano le comunità che si costruiscono nel tempo come pubblici fidelizzati, volontari, persone che si riconoscono nell’Orto e ne diventano parte attiva.
