Non rinuncerei mai alla mia gita del fine settimana, ma ormai non sopporto più la folla e il traffico. Per evitare la calca amo esplorare luoghi insospettabili, dove solitamente le persone non si recano durante il loro tempo libero. Per ovviare al problema del traffico, complici anche il bel tempo e il prezzo del gasolio alle stelle, questa volta è bastato dare una spolverata alla mia vecchia bicicletta. La conduco sulla passerella che attraversa il Brembo e pedalo tra i campi, sullo sterrato, facendo sì fatica ma anche godendomi quella bella sensazione di spensieratezza, quasi di vacanza, che solo questo mezzo regala. In lontananza scorgo già la mia meta, la company town che mi attende sotto l’inconfondibile torre di raffreddamento.
Dalmine, che è ora una città che conta più di 23mila abitanti, era fino all’inizio del Novecento solo una località circondata dai campi. Come dimostrano alcuni ritrovamenti della zona, i romani erano passati di qui: nel corso del Medioevo il territorio subì diversi scontri tra famiglie guelfe e ghibelline, fino a quando subentrarono i Conti Camozzi, di cui ben conosciamo il patriota risorgimentale Gabriele. E a proposito di Rinascimento, ottanta dei Mille giurarono fedeltà a Garibaldi in quella che oggi è una biblioteca, ma che un tempo era Villa Dall’Ovo.
I Camozzi ebbero un grosso impatto sullo sviluppo della città: fu infatti Gualtiero Danieli, genero di Gabriele Camozzi, a vendere i terreni all’industria tedesca Mannesmann , che aveva un brevetto per produrre tubi in acciaio senza saldatura. L’azienda costruì lo stabilimento a Dalmine nel 1906, incontrando condizioni favorevoli nel terreno pianeggiante e nella disponibilità di acqua e manodopera a basso costo. Nel 1909 venne firmata una convenzione tra i Comuni di Mariano, Sforzatica e Sabbio, per regolamentare la costruzione di infrastrutture, strade, rete idrica ed elettrica e servizi per la popolazione e negli anni seguenti furono edificati i primi alloggi sia per i dirigenti tedeschi che per gli operai della zona. Con la Prima Guerra Mondiale e l’allontanamento della proprietà si aprì un periodo di stallo, fino al verificarsi di un evento importante sia per Dalmine che per tutto il movimento sindacale italiano: l’occupazione della fabbrica il 15 marzo 1919, seguita da una visita di Mussolini qualche giorno dopo. Con gli anni Venti, la società Stabilimenti di Dalmine diventò statale, creò una rete molto solida con le autorità locali e subì il controllo del regime fascista, ammodernò gli impianti e riprese la crescita. Nel 1927 i Comuni di Mariano, Sforzatica e Sabbio vennero uniti con Regio Decreto a fondare il Comune di Dalmine.
Fu l’architetto Giovanni Greppi a trasformare la cittadina industriale in una città simbolo dell’epoca fascista, che ancora oggi resta un esempio di company town razionalista, unico nella zona. Non appena entro in paese mi imbatto subito nel tranquillo e curato quartiere operaio intitolato a Mario Garbagni (allora presidente della «Dalmine», che lo ha costruito), che i dalminesi hanno sempre chiamato «la Bagina». Il silenzio è rotto solo dall’abbaiare di un cane, infastidito dai miei scatti.
Davanti alle prime case del quartiere mi imbatto subito nell’accesso a uno dei due bunker antiaerei costruiti nel 1943 (il secondo si trova nel quartiere Leonardo da Vinci, dedicato agli impiegati). Le gallerie sono posizionate a circa 20 metri di profondità, con tanto di impianto per la ventilazione forzata.
Da via Garbagni è un attimo arrivare nel cuore di Dalmine, superando gli edifici dove oggi hanno sede l’Università degli studi di Bergamo e il Point, il polo di innovazione tecnologica, testimoni del fatto che il progetto di crescita iniziale non si è mai davvero arrestato, ma è in continua evoluzione.
Ho imparato a scindere l’estetica del tempo dal suo utilizzo come mezzo di propaganda fascista. Con questa premessa, gli edifici razionalisti del centro di Dalmine, dalle linee pulite e squadrate, pensati per rendere la città un esempio perfetto di company town del regime riescono ad avere un grande fascino ancora oggi. Il primo edificio che incontro è quello che un tempo ospitava la mensa degli operai è oggi la biblioteca. Accanto, improvvisamente un tocco di medioevo: la Torre Suardi svetta ancora, ma il resto del complesso fortificato di cui era parte fu demolito per lasciare spazio ai nuovi edifici. Per parecchio tempo qui è stata attiva la Cooperativa di Consumo.
Dietro l’angolo si apre la piazza principale, su cui si affaccia l’iconico edificio direzionale della Dalmine. La piazza era inizialmente intitolata al 20 marzo 1919, giorno in cui Mussolini si presentò per lodare l’occupazione della fabbrica avvenuta pochi giorni prima, base ideale per la politica sociale del movimento fascista.
La piazza venne inaugurata il 19 marzo del 1939 per celebrare i vent’anni dalla visita del Duce, e la fontana monumentale opera di Giannino Castiglioni inizialmente riportava una parte del suo discorso agli scioperanti. Dal 1943 lo stabilimento venne occupato dai tedeschi e bombardato il 6 luglio del 1944, quando le sirene non suonarono in tempo e i bunker antiaerei si rivelarono perciò inutili. Il bilancio fu di 800 feriti e 278 morti, a cui venne dedicata la piazza, oggi Piazza Caduti 6 luglio 1944. L’evento è una ferita ancora aperta per la città, che lo commemora ogni anno.
Dall’altro lato del viale si trova la chiesa di San Giuseppe, patrono dei lavoratori. L’ingresso della chiesa guarda direttamente sulla fabbrica e, ancor prima di varcare l’ingresso, mi accorgo di un «San Giuseppe col Bambino» dipinto sotto il portico e, sullo sfondo, le ciminiere in funzione. Direi che non lascia spazio a interpretazioni! È emblematica anche la lapide dedicata ai caduti sul lavoro, o meglio, a coloro che «caddero nella santità del lavoro». Insomma, anche aspetti intimi come la fede e la religione avevano una funzione ben delineata all’interno della company town . Figuriamoci quindi l’istruzione, rappresentata dalla scuola, la «SCVOLA» come si legge sulla facciata, situata accanto alla chiesa e anch’essa rivolta ineluttabilmente verso la fabbrica. Dietro alla scuola, poco lontani, si trovano anche gli edifici che erano l’asilo e l’ex colonia elioterapica.
La facciata della sede direzionale storica della «Dalmine», posizionata su quello che era il decumano nell’assetto urbanistico dell’epoca, chiude in direzione sud anche il cardo, che risale fino a Piazza della Libertà (ex Piazza Impero). I portici che uniscono le due piazze sono sorretti da colonnine molto particolari: si tratta infatti dei tubi di acciaio senza saldatura prodotti proprio dalla «Dalmine»! Anche l’altissima antenna che svetta nel bel mezzo di piazza della Libertà ha la stessa origine e fungeva da portabandiera.
Sulla piazza si affacciano il Municipio, l’ex Casa del Fascio e il Dopolavoro. Le V al posto delle U, il bassorilievo con la Vittoria Alata che guida due soldati e un operaio, le forme squadrate non lasciano dubbi: l’intera piazza è stata edificata nel pieno degli anni Trenta. Quasi un secolo dopo, noto che il monumento ad Antonio Locatelli che campeggia davanti al Dopolavoro lo celebra ancora solo come “eroe”, ma sembra ignorare i crimini di guerra da lui commessi. Quasi speculare, dall’altro lato della piazza, si trova il Monumento dei Partigiani: la via intitolata al partigiano dalminese Natale Betelli incontra viale Locatelli proprio su Piazza della Libertà. Con la mia bicicletta giro ancora per un po’ nel centro, godendomi il sole sulla schiena e la sensazione di un pomeriggio quasi estivo, mentre i bar iniziano a sistemare i tavoli per i primi aperitivi all’aperto della stagione. Scovo la Chiesetta di San Giorgio, che è l’edificio più antico che ho visto oggi dato che risulta essere qui fin dal 1100, quando intorno c’erano solo campi e la nascita di Dalmine era ancora ben lontana. Quanta storia ha visto questo edificio!
L’ultima tappa della mia pedalata attraverso Dalmine è il quartiere Leonardo da Vinci, quello elegante e alberato dove un tempo vivevano i dirigenti, al cospetto della torre di raffreddamento simbolo della città. Qui si trovano il secondo bunker antiaereo e la palazzina che un tempo era la foresteria aziendale dal gusto meno razionalista e dallo stile più tendente al liberty, poiché l’architetto Greppi la realizzò nel 1925. L’ex foresteria è stata di recente ristrutturata ed ora è la nuova sede della Fondazione Dalmine Ets , creata da TenarisDalmine per valorizzare la storia dell’impresa e del territorio con il quale il legame è inscindibile. La fondazione promuove studi, organizza mostre, eventi e seminari, ma soprattutto conserva l’archivio storico, che per ricercatori, appassionati o per chi vive Dalmine ogni giorno è davvero un patrimonio inestimabile.
Mi ero recata alla fondazione qualche anno fa, quando la sede si trovava ancora in una delle palazzine dei dirigenti proprio sotto alla torre di raffreddamento, e anche con la mia poca conoscenza sia della cittadina che della fabbrica era stata una visita illuminante e appassionante. La nuova sede è ancora più bella e sospetto che sia ancora più ricca di testimonianze preziose della storia di Dalmine. Così come d’altra parte lo sono gli edifici di Greppi, che dopo tanto tempo sanno ancora raccontare la storia di questa company town dal fascino innegabile, seppur inatteso.
Tutte le foto sono di Lisa Egman
