Mercoledì 02 Luglio 2014

Raid su Dalmine il 6 luglio 1944

Dopo 70 anni una ferita aperta

Una foto storica del 1944 dopo il bombardamento che colpì la Dalmine

Quel 6 luglio non si dimentica. Non si dimentica la scia di sangue che usciva dalla chiesa di San Giuseppe dove furono portati i feriti e i caduti subito dopo il bombardamento, non si dimentica la morte di padri, mariti, figli, partiti per recarsi al lavoro in una giornata qualunque e non più tornati, non si dimentica il rumore assordante e il fumo, visibile anche a chilometri di distanza, che ha investito Dalmine il 6 luglio 1944.

Operazione 614 è il nome in codice dell’azione di bombardamento americana di otto località diverse dell’Italia settentrionale, ancora occupata dai tedeschi, fra cui le acciaierie di Dalmine-Bergamo, conosciute anche come Officine Mannesmann. Due gruppi di bombardieri provenienti dal Sud Italia, giunsero alle 11del 6 luglio sopra la fabbrica di Dalmine (che lavora a commesse militari per la Germania) scaricando oltre 77 tonnellate di bombe. Furono distrutte le acciaierie, gli aggiustaggi e le finiture, gravi i danni subiti dai laminatoi e dagli uffici.

L’alto numero di vittime, 278 e più di 800 i feriti, secondo l’inchiesta della Commissione prefettizia dell’agosto 1945 fu dovuto al fatto che il «segnale d’allarme non fu dato perché l’ufficio germanico di Milano, il quale solo aveva la facoltà di ordinarlo, lo aveva dato con deplorevole ritardo». Ma nella tragedia collettiva, anche un dramma famigliare. Le bombe hanno colpito una casa a Mariano causano la morte di quasi un’intera famiglia, mamma e 7 figli , la cui unica colpa, se mai di colpa si può parlare, è stata quella di abitare troppo vicini allo stabilimento.

Dopo il tragico 6 luglio 1944, il territorio dalminese fu interessato da altri bombardamenti soprattutto nella fase finale del conflitto (12, 14 e 21 aprile del 1945) Fortunatamente il segnale d’allarme, dato con tempestività, impedisce questa volta ulteriori vittime nonostante danni materiali gravi sia all’interno dello Stabilimento che all’esterno su infrastrutture civili.

Leggi su L’Eco di Bergamo del 2 luglio due pagine di approfondimento

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