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Perché amiamo il trash e perché ci riguarda più di quanto crediamo?

Articolo. Cinema, televisione e social network. Nel suo nuovo libro il professore Giuseppe Previtali racconta come lo “scarto” diventi una chiave per capire la cultura visiva contemporanea

Lettura 7 min.
(Foto Shutterstock.com)

Il trash è una categoria culturale tanto onnipresente quanto evanescente. Abita i palinsesti televisivi e i social network, si insedia e impera nei fenomeni virali della rete, attraversa la pubblicità, le webserie e i reality show . Eppure, nonostante la sua diffusione, continua a restare un oggetto difficile da definire. Che cosa rende davvero qualcosa «trash»? È solo una questione di cattivo gusto, o piuttosto, un sintomo di dinamiche culturali più profonde?

A interrogarsi su questa categoria ambigua e aleatoria è Giuseppe Previtali, docente e ricercatore in Cinema e media audiovisivi presso il Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Straniere dell’Università degli Studi di Bergamo e autore del volume «Che cos’è il trash?» (Carocci editore). Il suo lavoro prende le distanze da una concezione superficiale del trash come di una semplice degenerazione estetica e propone invece di considerarlo una cartina di tornasole della cultura visiva contemporanea. Il trash, suggerisce il ricercatore, non è tanto una qualità intrinseca degli oggetti quanto una modalità di percezione: uno sguardo collettivo attraverso cui attribuiamo significato a determinati prodotti culturali. Comprenderlo significa interrogarsi non solo sugli oggetti che definiamo trash, ma soprattutto su chi li guarda e sul perché li guarda in un certo modo.

Il trash come lente sul sistema dei media

Il primo equivoco da sciogliere riguarda proprio la natura del trash. Nella percezione comune esso coincide con il cattivo gusto o con una forma di degenerazione estetica. Ma la questione è più complessa. Per Previtali il trash va inteso prima di tutto come un dispositivo interpretativo che attribuiamo a determinati oggetti culturali. «Uno sguardo che applichiamo a una serie di cose e che nasce all’interno di un consenso collettivo. Non è necessariamente una proprietà permanente degli oggetti». Questo significa che ciò che oggi appare trash domani potrebbe non esserlo più. La storia della cultura popolare è costellata di esempi di opere inizialmente derise e successivamente rivalutate come oggetti di culto.

Questa dimensione dinamica rende il trash particolarmente interessante per chi studia i media. Perché ciò che definiamo trash non è soltanto un residuo marginale della produzione culturale, ma spesso un punto di osservazione privilegiato per comprendere i meccanismi che regolano la produzione e la circolazione delle immagini. Previtali propone una metafora illuminante per descrivere questa funzione rivelatrice. «Un po’ come succede nei telefilm polizieschi», racconta, «quando il detective va a vedere cosa una persona butta nella spazzatura. Dai rifiuti si riesce a costruire un’immagine molto più precisa di quella persona. Il trash funziona un po’ così: dice molto di più di noi e del sistema dei media rispetto a quello che dichiariamo o che mostriamo».

In altre parole, lo “scarto” non è soltanto ciò che resta ai margini della cultura visiva. È anche ciò che ne rivela i nostri desideri e le nostre aspirazioni. Un’ambivalenza che, secondo il ricercatore, descrive bene la natura del fenomeno. «Il trash vive proprio di questa contraddizione. Da una parte il sistema dei media tende a riconoscerlo come uno scarto, qualcosa di deteriore. Dall’altra però è qualcosa che può essere rimasticato e rimesso in circolo». Molte immagini considerate trash, infatti, vengono recuperate e riutilizzate in nuovi contesti. Previtali cita, tra gli esempi più noti, il programma televisivo «Blob» o alcune pagine social contemporanee come «Prossimi Congiunti», che rimettono in scena frammenti marginali della cultura mediale trasformandoli in oggetti di osservazione e reinterpretazione.

«Il trash è un contenuto estremo», osserva Previtali. «Estremizza una serie di dinamiche. E proprio nel suo esagerare ci dice cose che non vogliamo riconoscere. Per alcuni è affascinante, mentre altri reagiscono dicendo: io non ho niente a che spartire con il trash. Forse perché, in fondo, abbiamo sempre un po’ paura di guardare nel sacchetto della spazzatura».

Dal kitsch al trash

Un secondo nodo teorico riguarda la distinzione tra il trash e altre categorie estetiche con cui viene spesso confuso. Termini come «kitsch», «camp» e «brutto» vengono frequentemente utilizzati come sinonimi, ma in realtà rimandano a tradizioni teoriche differenti. Il brutto, per esempio, appartiene alla storia classica dell’estetica. «Il brutto è un concetto che nasce già nell’estetica illuministico-romantica», spiega Previtali. «Di solito viene definito semplicemente come l’assenza del bello».

Più complessa è la questione del kitsch, categoria emersa soprattutto nel Novecento. Il termine riguarda oggetti che imitano l’arte o il bello in forma semplificata e accessibile. «Il kitsch», osserva Previtali, «sono quegli oggetti che offrono una specie di surrogato a buon mercato dell’esperienza estetica». L’esempio classico, ricordato da storici dell’arte come Gillo Dorfles, è il puzzle della Gioconda: una riproduzione ludica e domestica di un capolavoro artistico. Ancora più sfuggente è il camp, che secondo molti teorici non è una qualità degli oggetti ma una modalità di percezione che unisce ironia, allusività, teatralità, distacco aristocratico ed estetismo istrionico. «Il camp», spiega Previtali, «è una sensibilità, un modo di guardare le cose. Puoi prendere un oggetto bello, brutto o kitsch e renderlo camp semplicemente attraverso lo sguardo».

Il trash, invece, ha una genealogia teorica diversa, che passa per il lavoro di uno dei più lucidi interpreti della cultura pop italiana: Tommaso Labranca. «Labranca definisce il trash come un tentativo di emulazione fallibile», ricorda Previtali. «Cioè il momento in cui qualcuno cerca di realizzare qualcosa di ambizioso ma, per mancanza di mezzi, talento o competenze, il risultato è molto lontano dall’intenzione iniziale» Il divario tra aspirazione e risultato diventa così la matrice stessa dell’effetto trash.

Previtali cita un caso emblematico: la webserie « The Lady », realizzata da Lory Del Santo. «Se hai in mente di fare una grande serie televisiva ma non hai gli attori giusti né le competenze tecniche», osserva, «il risultato può essere qualcosa di completamente diverso. Non sarà “Il Trono di Spade”, ma qualcosa che genera un effetto completamente inatteso». E proprio questo scarto tra ambizione e realizzazione diventa il luogo in cui si produce il fascino ambiguo del trash: «Sicuramente “The Lady” ha in sé gli elementi del trash e il fatto di non sapere se questo effetto sia ricercato o meno, rende tutto più interessante».

Il trash come specchio sociale

Il trash riguarda la dimensione estetica delle immagini, ma non solo: rivela anche trasformazioni sociali più profonde. È proprio su questo terreno che l’analisi di Tommaso Labranca si è rivelata particolarmente lungimirante. Negli anni Novanta Labranca individuò nel trash l’espressione di una nuova configurazione sociale che definì «neoproletariato».

«Labranca ha avuto una straordinaria capacità di leggere una mutazione socioculturale mentre stava avvenendo», commenta Previtali. «Una trasformazione molto profonda del nostro Paese». Il contesto era quello dell’Italia post-ideologica degli anni Novanta, segnata dalla diffusione dell’immaginario televisivo berlusconiano e da una crescente centralità dei consumi. Ma ciò che rendeva originale la lettura di Labranca era il metodo. Più che alle grandi narrazioni politiche, il teorico milanese guardava agli oggetti quotidiani della cultura di massa. Uno degli esempi più emblematici riguarda proprio l’universo dei prodotti alimentari pronti, come i celebri «Quattro Salti in Padella». Apparentemente si tratta di una semplice innovazione commerciale: un piatto già preparato, rapido da cucinare, pensato per semplificare la vita quotidiana. Ma per Labranca quel tipo di oggetto racconta qualcosa di molto più profondo.

«Per il nuovo lavoratore della cultura», spiega Previtali riprendendo quella riflessione, «il massimo della vita diventa non doversi più preoccupare di prepararsi la cena, perché ci sono i “Quattro Salti in Padella” pronti nel freezer». Il punto non è soltanto la comodità del prodotto, ma il tempo che quel prodotto promette di restituire. Nella retorica pubblicitaria, infatti, i cibi pronti vengono presentati come strumenti di liberazione: permettono di sottrarre tempo alle incombenze domestiche e di dedicarlo ad attività più gratificanti. Ma la diagnosi di Labranca è più radicale. «Quello che Labranca suggerisce è che il tempo liberato dalla cucina non viene davvero reinvestito nel tempo libero o nelle attività ricreative. Viene piuttosto riassorbito dal lavoro».

Il risultato è una trasformazione silenziosa ma profonda dell’organizzazione della vita quotidiana. Gli strumenti che dovrebbero semplificare la vita non producono necessariamente più tempo libero, ma finiscono spesso per aumentare la disponibilità del tempo per altre forme di produttività. In questo senso, il trash – e più in generale l’analisi degli oggetti della cultura popolare – diventa una lente attraverso cui osservare una condizione tipicamente contemporanea: la progressiva cannibalizzazione del tempo da parte del lavoro. Una dinamica che, secondo Previtali, appare oggi ancora più evidente. «È qualcosa che vediamo molto bene anche oggi. Soprattutto dopo il lockdown, quando abbiamo iniziato a fare della casa il nostro ufficio, a essere più o meno sempre reperibili e disponibili».

L’analisi di Labranca, dunque, non riguarda soltanto il gusto o l’estetica degli oggetti culturali. Attraverso il trash e i suoi simboli quotidiani, racconta una trasformazione più ampia: il modo in cui la cultura del consumo ridefinisce il rapporto tra lavoro, tempo libero e vita privata. Oggi il trash continua a svolgere una funzione simile, soprattutto nel contesto digitale. Le piattaforme online hanno moltiplicato le forme di produzione e circolazione delle immagini, rendendo il fenomeno ancora più imprevedibile. «Nel cinema o nella televisione è relativamente facile riconoscere il trash – conferma il ricercatore – Nel digitale è molto più difficile prevederlo». La viralità diventa il fattore decisivo. Molti contenuti vengono percepiti come trash solo nel momento in cui una comunità online li riconosce e li rilancia.

Nei primi anni di YouTube questo processo era evidente in figure come Gemma del Sud, autrice di video apparentemente privi di senso che proprio per questo diventavano virali. Con il tempo però la dinamica si è trasformata. «All’inizio c’era più innocenza. Oggi molti personaggi sono consapevoli e costruiscono deliberatamente il proprio personaggio». In questo scenario emergono anche nuove forme di produzione visiva, come quelle generate dall’intelligenza artificiale. «Credo che l’intelligenza artificiale diventerà uno dei luoghi in cui emergeranno nuove forme di trash – precisa Previtali –Non perché produca necessariamente contenuti di cattivo gusto, ma perché aprirà nuovi spazi di sperimentazione».

Ed è proprio in questi contesti che il trash torna a rivelarsi uno strumento interpretativo prezioso. Perché studiarlo significa interrogarsi su come costruiamo il gusto e su come definiamo l’alterità culturale. Come ricordava lo stesso Labranca con una metafora diventata celebre, lo studioso del trash dovrebbe comportarsi come un salmone: entrare nel fiume e risalirne la corrente.

Guardare il trash significa interrogarsi non solo sulle immagini che produciamo e consumiamo, ma anche sulle gerarchie culturali che utilizziamo per classificarle. In questo senso, lo scarto non è semplicemente ciò che la cultura dominante espelle: è anche il luogo in cui emergono con maggiore chiarezza le tensioni, le aspirazioni e le contraddizioni di una società. Ed è forse proprio per questo che il trash continua a esercitare una fascinazione così persistente. Perché, nel suo eccesso e nella sua imperfezione, mette a nudo i meccanismi stessi con cui la cultura dominante si auto-alimenta.

In fondo, suggerisce Previtali, ciò che definiamo trash non parla solo degli altri. Parla soprattutto di noi: dei nostri desideri, delle nostre paure e del modo in cui impariamo, giorno dopo giorno, a riconoscere o a rifiutare le immagini che abitano il nostro immaginario collettivo.

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