Negli anni delle scuole elementari ho vissuto vicino al parco Suardi e l’ho frequentato spesso con gli amici d’infanzia. Più recentemente, ho abitato alcuni anni dall’altro lato del parco, vicino all’Accademia Carrara, e il parco Suardi è un luogo a cui torno spesso molto volentieri: entrandoci mi pare di oltrepassare una soglia che mi porta in un passo contemporaneamente all’infanzia e all’età adulta, fuori dalla città, ma al suo centro. Spesso la vita ci riporta in luoghi in cui siamo stati e, similmente, situazioni che abbiamo già vissuto ci si ripresentano. Possono essere situazioni che per noi hanno un significato simbolico e, sebbene non ci si ripresentino uguali, ne riconosciamo alcuni aspetti fondamentali e simili, una sorta di «minimo comune denominatore», di contenuto universale. Alcune di queste situazioni sono appunto universali, e rappresentano esperienze comuni per chiunque, come ad esempio l’inizio o la fine di qualcosa. Sono esperienze che hanno a che fare con la dimensione archetipica dell’essere.
Come scrive lo psicoanalista junghiano Claudio Widmann, «l’immaginario umano è popolato da figure universali e […] le civiltà sono attraversate da strutture psichiche immateriali più che da oggetti concreti; sono gli archetipi […] a intessere reti di connessioni della psiche collettiva». Capita quindi che simboli simili o identici compaiano a distanza di secoli nel tempo o migliaia di chilometri nello spazio. Un esempio di questo fenomeno, a cui è dedicato il libro che ho citato, sono le carte dei Tarocchi, in particolare le 22 carte senza seme chiamate arcani maggiori, che Widmann chiama «Gli arcani della vita».
I tarocchi possono rappresentare il percorso individuativo della nostra psiche, come scrive Widmann: «un compendio di immagini simboliche che rappresentano l’insieme della vita psichica, le sue vicende evolutive e i suoi arcani». Questo significa che chi li ha ideati e disegnati lo sapeva? O che chi ne avvalora questa interpretazione si è inventato qualcosa? No, per la psicologia analitica, è proprio questa la dinamica attraverso cui gli archetipi arrivano a noi, attraverso simboli che hanno una potenza e un valore universale.
Fino al 2 giugno, presso l’Accademia Carrara, c’è una mostra dedicata ai tarocchi e ho avuto modo di visitarla recentemente con colleghe e colleghi di Eppen. Un percorso storico e artistico che mostra le possibili origini delle carte e la loro evoluzione, con al centro uno dei più antichi mazzi arrivati a noi quasi al completo e che è parte della collezione della Carrara. Ho deciso di raccontare a modo mio alcune carte degli arcani maggiori, in modo personale. La bibliografia sui Tarocchi è sterminata e inevitabilmente ampia (basti vedere la sala “biblioteca” allestita nella mostra, che, per quanto ricca, non può essere completa, o sfogliarne il catalogo), e i vari libri hanno tagli molto diversi. Non voglio qui spiegare i significati o le interpretazioni delle carte, ma mi interessa di più mostrare come alcune carte rappresentino, per me, alcuni momenti universali, esperienze che toccano chiunque in modo personale ma comunque comune, in quanto esistenzialmente umane. La scelta è del tutto personale e soggettiva ma, spero, possa avere qualche valore condivisibile.
Il Matto è spesso rappresentato come un vagabondo male in arnese, inseguito e a volte morso da un animale, in alcuni mazzi ha un piede sospeso nel vuoto, cammina verso un precipizio, inconsapevole o incurante. Per me questa carta rappresenta la sana e visionaria follia con cui si inizia un cammino, sia in senso simbolico che reale. È necessaria una piccola perdita di equilibrio per mettersi in moto, e ogni passo è un piccolo cadere in avanti. Spesso una resistenza al cambiamento, una paura dell’ignoto, può bloccarci dal prendere delle scelte che ci possono cambiare la vita: per me il Matto rappresenta proprio questo, il lasciarsi andare, l’aver fiducia nella terra sotto in nostri piedi e nella strada di fronte a noi. Mi piace interpretare il motto latino errando discitur mantenendo entrambi i significati di «errare»: sbagliare e vagabondare, e i viaggi a piedi mi hanno insegnato che spesso una strada sbagliata ci porta nel posto giusto. Nella maggior parte dei mazzi il Matto non ha numero e solitamente viene posto all’inizio (come uno zero) o alla fine della se rie degli arcani maggiori (come se fosse il ventiduesimo), questo può dare un senso ciclico alla serie, come ciclico è il tempo della natura. Ma forse possiamo immaginare che al Matto qualsiasi numero stia stretto, come qualsiasi “posto fisso”, e che ami errare dove lo portano i piedi!
Il cammino ci porta poi a incontrare un altro errante: l’Eremita, che ci ricorda quando per necessità il nostro cammino diventa solitario. Una necessità magari non scelta da noi, né desiderata, ma necessaria, appunto, alla nostra vita psichica. L’Eremita ha un modo di viaggiare diverso dal Matto, sembra più lento, calmo, forse stanco. Appare meno allegro, ma ha con sé una lanterna: anche nei momenti di solitudine, abbiamo con noi una luce a illuminarci la strada. Spesso è nei momenti di solitudine che abbiamo l’introversione necessaria a far sì che la psiche ci doni intuizioni preziose su dove stiamo andando.
L’Appeso è invece una figura ferma, forzatamente immobile. Rappresenta un uomo appeso per un piede a testa in giù, e richiama il tema del sacrificio: può ricordare per certi versi la crocifissione o Odino, che si è appeso in quella posizione all’albero della vita, perdendo un occhio ma ricevendo le rune (e quindi sia la scrittura che la divinazione). Capita, a volte, di essere costretti a fermarci, di sentirci legati e impossibilitati ad agire contro la nostra volontà. In quei momenti possiamo cercare un ribaltamento del punto di vista o provare a cogliere qualcosa di prezioso che dia un senso al nostro esser bloccati.
Dopo il capovolgimento, arriva la Morte, grande rimosso della nostra epoca. Trovo significativo che nei tarocchi non sia l’ultima carta, anzi, si trova più o meno a metà della serie degli arcani maggiori. Per me, psicologicamente, ci parla della necessità di accettare la fine delle cose che passano, l’impermanenza di tutto. La fine va accettata, e spesso è l’unica condizione per render possibile un nuovo inizio. Per Totò, «la Morte è la Livella», che tocca chiunque allo stesso modo. Simbolicamente vale la stessa cosa per tutte le inevitabili fini che ci capitano nella vita.
Come nei sogni, questi simboli non rappresentano letteralmente ciò che raffigurano, e contenuti orribili possono anche avere un senso positivo. Simboli come il Diavolo o la Morte non vanno visti in senso nefasto, così come nei nostri sogni possiamo commettere atti atroci senza che questo debba mettere in dubbio la nostra moralità. Il mondo simbolico è reale, ma ci parla da un altro piano di realtà e ci racconta di un altro livello di verità, forse parallela o forse di una densità diversa da quella “diurna” e razionale. Carl Gustav Jung ipotizza che il meccanismo che ci fa sognare sia attivo costantemente, ma che la realtà diurna faccia “rumore” a un volume talmente elevato che la dimensione del sogno, durante la veglia, non sia percepibile. I simboli, secondo me, hanno la stessa consistenza.
Gli arcani maggiori ci invitano ad attraversare e accettare luci e ombre della vita psichica, che come ricorda Jung, per compiersi appieno non ricerca la perfezione, ma la completezza, e a proseguire il nostro cammino. Uscendo dall’Accademia Carrara, poi, possiamo decidere di dirigerci in Città Alta e sui colli, oppure tornare ancora al parco Suardi, vedere se qualche carta ha deciso di accompagnarci, e cosa può raccontarci (di noi) mentre camminiamo insieme.
