Questioni ambientali e sociali sempre più urgenti chiedono attenzione, consapevolezza e soprattutto la capacità di guardare oltre l’immediato. Ma quanto siamo davvero disposti ad ascoltare e ad approfondire? Licia Colò, da oltre quarant’anni voce della divulgazione naturalistica italiana, ha scelto di raccontare il pianeta, gli animali e il rapporto tra uomo e natura attraverso la televisione, i libri e i suoi viaggi. Un percorso che ha sviluppato con «Eden – Un pianeta da salvare» su La7 e che il 23 novembre la porterà a San Pellegrino Terme, ospite della rassegna « Molte Fedi sotto lo stesso cielo ». L’ingresso è gratuito con prenotazione sul sito ufficiale della rassegna.
L.A: Da oltre quarant’anni racconta la natura e l’ambiente. Sente la responsabilità di essere diventata uno dei volti più riconoscibili della divulgazione ambientale in Italia?
L.C: Responsabilità forse è una parola grande, però ho fatto una scelta tanti anni fa e sono sempre stata coerente nel mio percorso. Sicuramente sono orgogliosa di essere riuscita a mantenere la rotta. Questa scelta mi è stata confermata diverse volte quando ho incontrato persone che mi hanno ringraziata per quello che sono riuscita a trasmettere. Alcune mi hanno detto che le loro scelte di vita sono state influenzate dai miei racconti e dal mio modo di comunicare. E io chiedo sempre: «Ma poi sei stata soddisfatta o soddisfatto?». Devo dire che mi hanno sempre risposto di sì. È una bella cosa, perché potevano anche dirmi di no e allora sarebbe stata un’altra catastrofe.
L.A: A proposito di nuove generazioni, spesso si parla di una maggiore sensibilità dei giovani verso la natura e le questioni ambientali. Lei è così ottimista?
L.C: In realtà non sono così ottimista sui giovani, perché vedo che ci sono delle grandissime differenze. Vedo alcuni giovani molto convinti e determinati, però vedo una percentuale molto alta che invece è completamente distaccata e disinteressata.
L.A: Da cosa nasce questa impressione?
L.C: Negli ultimi dieci anni, ogni volta che sono stata a fare incontri dove il protagonista era il tema della natura, il rispetto dell’ambiente, quello che sta succedendo al creato, ci rimanevo male perché le persone che si occupavano concretamente dell’ambiente erano sempre le stesse di trent’anni fa. Mi chiedevo: «Ma è possibile che ci ritroviamo sempre soltanto noi?». I giovani mancano. Se devo fare una media anagrafica, non è assolutamente inferiore ai 45 anni: pochi under 40 e tanti over 60. Questa è la mia esperienza e non è così positiva la situazione. Ovviamente ho incontrato giovani che combattono e fanno delle cose belle, ma, fra i milioni di persone che popolano l’Italia, non sono così ottimista sulle battaglie che portano avanti i giovani.
L.A: Ha avuto una conferma recente di questa sensazione?
L.C: Sono stata l’immagine di un incontro che si è tenuto a Verona, ai primi di agosto, dove tutte le associazioni ambientaliste e animaliste si sono date appuntamento in Piazza dei Signori per manifestare contro il ddl caccia. Sono arrivata e la piazza era piena, ma di giovani ce n’erano pochissimi. Era stato, fra l’altro, un evento che avevo promosso molto sui social, quindi sinceramente mi aspettavo una partecipazione diversa.
L.A: Quindi c’è ancora molto da fare anche sul fronte dell’informazione e della formazione. Il problema è anche la velocità con cui siamo abituati a consumare i contenuti?
L.C: Purtroppo i giovani vivono in un mondo sempre più frenetico e ci sono sempre meno approfondimenti, c’è sempre più superficialità. I mezzi di comunicazione sono fatti di «fuochi d’artificio»: l’ambiente non usa fuochi d’artificio. Ci sono tante cose che fanno più scalpore, che “attizzano” di più, come si dice a Roma, e attirano l’attenzione. Io non sono una molto social, però per il mio lavoro un po’ devo usarli. Vedi che i messaggi che hanno più visualizzazioni sono quelli che durano 10-15 secondi. Ma che messaggio riesci a dare in 10-15 secondi?
L.A: Lei ha viaggiato moltissimo per raccontare il pianeta. C’è un viaggio che le ha cambiato la prospettiva sulla vita?
L.C: In realtà io non sono un’appassionata di viaggi. Sembra una cosa impossibile a dirsi, visto che tutta la vita ho viaggiato, però io ho iniziato a scegliere la mia strada professionale nel 1989 e volevo occuparmi proprio di natura e ambiente. Se uno si sceglie una strada del genere non può parlare di natura e ambiente solo dietro casa propria, anche se comunque ci sono sempre tante cose da dire, e quindi ho iniziato a viaggiare. Il viaggio come esperienza turistica lo rispetto in toto, ci mancherebbe, è un’esperienza bellissima, però personalmente non mi fa impazzire. Io amo proprio il viaggio come incontro, conoscenza, rallentamento e riflessione. Per il modo in cui vivo, se devo fare un viaggio, lo voglio fare così, per il mio piacere.
L.A: E c’è un luogo che più di altri le ha insegnato qualcosa?
L.C: Non c’è un viaggio che mi ha cambiato la vita, perché quasi in ogni posto ho imparato qualcosa. A volte anche cose negative: vai in posti e dici «Mio Dio, ma come si fa a ridurre un luogo così?». Ci sono luoghi che mi hanno insegnato veramente tanto, soprattutto nel continente africano, quando ti rendi conto che noi non capiamo quanto il pianeta sia un miracolo. Io sono una persona che crede nella scienza e faccio anche divulgazione scientifica, rapportandomi con scienziati, però penso che il pianeta Terra sia un miracolo e che la nostra vita sia un miracolo. Noi non ce ne rendiamo conto, facciamo delle cose abominevoli e diamo tutto per scontato.
L.A: Viaggiare significa anche vedere con i propri occhi le contraddizioni del mondo.
L.C: Sì. Vedere con i propri occhi le ingiustizie che ci sono nel mondo, ma anche le cose buone. Perché pensiamo sempre che i giornali siano pieni di cose schifosissime, di violenze, omicidi, bombe, morte. E invece nessuno parla di tutte quelle persone che fanno del bene. Per me è molto triste.
L.A: Dopo una carriera così lunga, qual è l’insegnamento più grande che porta con sé?
L.C: Ogni anno della mia vita mi ha insegnato qualcosa. Intanto cambiare non è una cosa negativa, ma è una cosa bella, perché la vita ha diverse stagioni. Se fossimo sempre uguali, pensa che noia. Quindi uno cambia e deve imparare ad apprezzare i cambiamenti, senza voler essere attaccato per forza alle cose del passato. Io ho imparato a guardare al domani e a tentare di non farmi girare la testa da qualcun altro verso dove vuole che guardi questo qualcun altro, chiunque esso sia. Ho imparato a guardare dove voglio io, perché ragiono con la mia testa. E sarò sempre più determinata in questo.
L.A: E la delusione più grande?
L.C: La delusione me la sta dando l’umanità. Perché uno pensa sempre che l’umanità debba imparare dai propri errori. Dopo il Covid, che sembrava che tutti i Paesi lottassero per lo stesso obiettivo, io ero convinta che saremmo addirittura migliorati se fossimo riusciti a venir fuori dalla pandemia.
L.A: E invece?
L.C: E invece non ho visto questi miglioramenti. Siamo in un momento storico dove imperversano la guerra, l’odio, la chiusura, l’intolleranza. E questo proprio non riesco a capire come possa accadere dopo tutto quello. Cioè, dobbiamo distruggerci? Una volta che saremo finiti, saremo ancora lì a litigare.
