«U n bisogno di spazio intorno a me. Un bisogno di libertà. Un bisogno di dialogare con me stesso, oltre che con l’ambiente in cui mi muovevo»: a Enzo Biagi che lo intervistava nel 1983, Walter Bonatti illustrava così la sua attrazione per le montagne e il motivo che lo ha avvicinato a esse. La sua ricerca del «rischio» e dell’«avventura», spiegava, sono ciò che l’ha spinto a lasciare la città e a inoltrarsi negli «spazi vuoti».
«Vuoti», forse, per il mondo, ma non per lui, che li vedeva «pieni di un elemento vitale»: la solitudine che ha ricercato per tutta la vita e che gli ha permesso di confrontarsi con sé stesso. La sua storia (di alpinista, di scrittore, di divulgatore, di giornalista - di uomo) continua a parlarci ancora oggi, a quindici anni dalla sua morte e quasi cento dalla sua nascita, perché ci pone di fronte a domande che sembrano fatte apposta per il nostro tempo. Domande sui limiti, sulla libertà, sulla solitudine, sul rapporto con la natura, sul senso del partire.
Giovedì lo spettacolo ad Almè
Sono queste domande le protagoniste di «Senza confini. Nelle terre e nei racconti di Walter Bonatti», lo spettacolo di Spaz10 Teatro inserito nel cartellone di deSidera Festival, che, dopo il debutto di venerdì scorso a Selvino, porterà il suo racconto questo giovedì, 23 luglio, ad Almè in Villa Carnazzi e, in diverse date, nei rifugi delle Orobie. Quest’ultima è una scelta scenografica ma anche narrativa: invece di trasportare la montagna dentro un teatro, è il teatro a raggiungere la montagna. Attore, musicista e pubblico arriveranno a piedi, con lo zaino in spalla, quasi a ricordare che il luogo è parte integrante della storia. «Abbiamo scelto Bonatti come primo capitolo di una trilogia dedicata a tre grandi visionari italiani», racconta Tiziano Ferrari, autore e interprete dello spettacolo insieme a Enrica Carini. «Quello che ci ha sempre colpito di lui è la sua coerenza. È rimasto fedele al proprio modo di guardare il mondo per tutta la vita, anche quando questo gli è costato incomprensioni e critiche».
Ed è forse proprio questa coerenza ad aver trasformato Bonatti in qualcosa di più di un alpinista. Nato a Bergamo nel 1930, cresciuto lontano dalle grandi montagne che poi lo avrebbero reso celebre, Bonatti lasciò un lavoro sicuro per trasferirsi ai piedi del Monte Bianco e dedicarsi completamente all’alpinismo. Negli anni successivi firmò alcune delle imprese più straordinarie del Novecento: il Grand Capucin, il Petit Dru, il Cervino d’inverno, fino alla controversa spedizione del K2 del 1954, che lo segnò profondamente.
Quella notte trascorsa oltre gli ottomila metri, costretto a un bivacco all’addiaccio insieme allo sherpa Amir Mahdi dopo che il nono campo era stato montato in una posizione diversa da quella concordata, diventò uno degli episodi più discussi della storia dell’alpinismo. Per decenni Bonatti fu accusato ingiustamente di aver compromesso la salita alla vetta. Solo cinquant’anni dopo il Club Alpino Italiano riconobbe ufficialmente la fondatezza della sua versione dei fatti.
Ma sarebbe un errore ridurre Bonatti al K2. Dopo aver chiuso la carriera alpinistica con la spettacolare salita solitaria della parete nord del Cervino nel 1965, iniziò una seconda vita come reporter ed esploratore. Per tredici anni raccontò il mondo sulle pagine di Epoca, attraversando deserti, foreste, ghiacciai e fiumi. Cercava ancora l’avventura, ma aveva capito che spesso il senso di un viaggio non coincide con il traguardo. È una delle riflessioni che Ferrari sente più attuali: «La lezione di Bonatti è imparare anche a fermarsi. Non pretendere di raggiungere sempre la meta. Fermarsi e lasciare che sia la natura a insegnarci qualcosa, invece di piegarla continuamente a una dimensione umana »
È una frase che sembra parlare direttamente al nostro presente.
La montagna, negli ultimi anni, è diventata più accessibile, più frequentata, più raccontata. Le tracce GPS permettono di seguire percorsi un tempo riservati agli esperti. Gli smartwatch misurano ogni metro di dislivello, ogni battito cardiaco, ogni tempo di percorrenza. Le piattaforme sportive come Strava trasformano ogni escursione in una classifica, mentre i social moltiplicano immagini e video spettacolari di vette, creste e laghi alpini. Sebbene tutto questo non sia necessariamente un male, perché ha senz’altro avvicinato molte persone alla montagna e contribuito a diffondere una cultura dell’attività all’aria aperta, fa venire a volte il dubbio che si stia confondendo l’esperienza con la prestazione.
Bonatti, probabilmente, non avrebbe demonizzato la tecnologia. Era un uomo curioso, attratto dall’innovazione e dalla fotografia. Ma difficilmente avrebbe confuso il mezzo con il fine. Quando Enzo Biagi gli chiese se un’impresa alpinistica servisse a dimostrare il proprio valore agli altri o a sfidare la natura, lui rispose con una semplicità disarmante: «Serve a dimostrarsi. A dimostrare sé stessi davanti a sé stessi». Dentro quella frase c’è forse tutto il suo pensiero. La montagna non come palcoscenico, ma come luogo di conoscenza. Non come sfida contro la natura, ma come dialogo con essa. Non come spazio da conquistare, ma come occasione per capire dove finiscono le nostre possibilità. Anche per questo Ferrari insiste molto sul concetto di confine, che dà il titolo allo spettacolo: «I confini più importanti che Bonatti ha superato sono stati quelli interiori. Ma, allo stesso tempo, è stato uno dei pochi ad accettare davvero i limiti esteriori. Quando capiva che una situazione stava diventando troppo pericolosa, sapeva rinunciare. Non cercava la conquista a tutti i costi».
È un’idea quasi controcorrente in un’epoca che celebra chi non si ferma mai. E forse è proprio qui che Bonatti continua a essere contemporaneo. La natura, diceva, è dura ma sincera. Noi, invece, spesso facciamo più fatica ad accettare ciò che non possiamo controllare. Questo pensiero si riflette in quello che era il suo rapporto con il rischio. A guardare le sue imprese con gli occhi di oggi, verrebbe da pensare a un uomo attratto dal pericolo. Lui stesso, nella stessa intervista a Enzo Biagi già citata, ha ammesso di andarlo a cercare. Ma aggiungeva subito una precisazione decisiva: «Li vado a cercare, ma sono pericoli controllati, dominati dall’esperienza che io ho accumulato prima di affrontarli». Una frase che racconta un’idea della montagna molto diversa da quella dell’improvvisazione o della sfida fine a sé stessa. Ogni sua ascensione era preparata con metodo, studio e allenamento e dietro l’apparente audacia c’era una conoscenza profonda dei propri mezzi e dell’ambiente. Lo sottolinea anche Ferrari: «Quando una spinta verso la cima o l’entusiasmo di superare un ostacolo diventavano troppo pericolosi, lui riusciva a fermarsi. Non era la conquista a tutti i costi, ma l’accettazione dei confini dell’umano».
Lo spettacolo non pretende di raccontare tutta la sua vita. Anzi, sceglie di lasciare aperte molte vicende, affidando agli spettatori il desiderio di approfondirle. È già successo, come racconta Ferrari: «Diverse persone ci hanno detto di essere tornate a casa e di aver iniziato a leggere di Bonatti e della sua vita. È la cosa più bella che potesse succedere». In fondo è anche questo il senso del teatro. Non consegnare risposte definitive, ma accendere una curiosità. Suscitare delle domande, delle riflessioni. Allo stesso modo, le montagne e i viaggi raccontati da Bonatti, che oggi danno l’illusione di essere alla portata di tutti, difficilmente insegnano qualcosa a chi cerca soltanto di arrivare in cima.
Forse insegnano qualcosa a chi, almeno qualche volta, è disposto a fermarsi. A guardarsi intorno. E ad ascoltare quel dialogo silenzioso con sé stesso che Walter Bonatti inseguì per tutta la vita.
