93FE310D-CB37-4670-9E7A-E60EDBE81DAD Created with sketchtool.
< Home

La terra racconta ciò che la guerra vorrebbe cancellare

Articolo. Ogni paesaggio, anche quando ferito come nel caso della Palestina o dell’Ucraina, continua a vivere nella memoria di chi lo ha abitato e lo racconta

Lettura 4 min.
(Tutto quello che resta di te)

«Siamo amanti della vita, se troviamo la via per essa».
Mahmoud Darwish, 1982

Ho scelto di aprire le danze con Mahmoud Darwish, poeta palestinese tra i più rilevanti del XX secolo, il cui linguaggio poetico unisce lirismo, memoria e impegno politico. Nato nel 1941 nel villaggio di al-Birwa, in Galilea, Darwish visse fin dall’infanzia l’esperienza della Nakba – l’esodo forzato della popolazione araba palestinese – del 1948, quando la sua famiglia fu costretta all’esilio. La sua poesia affronta temi universali come l’identità, la perdita, la patria e la resistenza, trasformando il dolore personale in voce collettiva. La citazione iniziale incarna proprio questa capacità di trasformare la memoria e la sofferenza in un messaggio di resistenza e umanità condivisa.

Così lontani, così vicini

Ci sembra che i conflitti siano lontani. Li leggiamo sui giornali, li vediamo in televisione, ne parliamo distrattamente. Ma poi un volto familiare rompe quella distanza: un amico d’infanzia, l’attivista bergamasco della Flotilla Dario Crippa, è stato detenuto nel carcere del deserto del Negev. Allora la guerra non è più un fatto astratto: attraversa i nostri ricordi, i banchi di scuola che abbiamo condiviso da ragazzini. È così che scopriamo che le linee del fronte non sono mai così lontane come pensiamo, e che la politica penetra i paesaggi più intimi della nostra vita.

Non scrivo queste righe per ostentare la mia formazione in Scienze Politiche. Scrivo per ricordare che paesaggio e politica sono connessi, e che la guerra, in qualsiasi forma, non cancella solo vite: spazza via luoghi, alberi, aranceti, ulivi, memorie collettive. Come recita la Convenzione Europea del Paesaggio (Firenze, 2000): «Il paesaggio è una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni». È dunque un intreccio di natura e cultura, scienza e percezione soggettiva, memoria ed emozione. È per questo che quando il conflitto trasforma una città o un campo, non sta semplicemente alterando il suolo: sta alterando la memoria del suolo, l’identità di chi lo abita, il senso stesso di casa.

Il paesaggio perduto della Palestina

Guardando il film «Tutto quello che resta di te» («All That’s Left of You», 2025), diretto da Cherien Dabis, mi sono profondamente commossa. La pellicola, lunga 145 minuti, prodotta a livello internazionale tra Germania, Cipro, Grecia, Giordania e Palestina, racconta la storia di una famiglia palestinese attraverso tre generazioni — dal 1948 al periodo della prima Intifada nel 1988 — esplorando esilio, perdita e resilienza. Il film si apre con un’immagine che resta scolpita nella memoria: un aranceto dorato e un padre che recita poesie ai propri figli. È un paesaggio quotidiano, familiare, domestico. Poi la guerra irrompe, e quella luce calda si spegne.

Storicamente, la Palestina era punteggiata di aranceti, oliveti, frutteti e campi terrazzati. Giaffa, famosa per le sue arance, era un esempio di prosperità agricola mediterranea: i frutti venivano esportati in Europa, le colline modellate dagli ulivi secolari e dai terrazzamenti contadini narravano una cultura della cura della terra, della pazienza, della continuità generazionale. Con la Nakba, quella continuità fu brutalmente interrotta. La Nakba — termine arabo che significa «catastrofe» — indica, in particolare, l’esodo forzato di oltre 700.000 palestinesi e la distruzione di più di 400 villaggi. Gli abitanti fuggirono, furono espulsi o uccisi; gli aranceti vennero abbandonati o sradicati, gli ulivi secolari bruciati o rimossi. La Nakba non fu solo un trauma umano, ma anche un trauma paesaggistico: la terra stessa fu privata dei suoi abitanti storici, la memoria del paesaggio interrotta.

Eppure, la memoria resiste. Le madri continuano a recitare poesie ai figli tra le macerie; i contadini tentano di piantare nuovi alberi, di preservare varietà antiche di semi; le cooperative agricole mantengono viva la cultura della terra. Come scrive Darwish: «Siamo amanti della vita, se troviamo la via per essa». La poesia, il gesto agricolo, il racconto diventano forme di resistenza, strumenti per preservare il paesaggio nella memoria. In «Tutto quello che resta di te», la narrazione si dipana su tre generazioni: il nonno nel 1948 a Giaffa, il padre negli anni Settanta in un campo profughi, il figlio adolescente nel 1988 tra le proteste e l’occupazione. Ogni generazione perde un pezzo di terra, ma custodisce un pezzo di memoria.

Il paesaggio diventa così un archivio politico: documenta la violenza, ma racconta anche la resistenza. Le colline che un tempo erano coltivate diventano zone militari, i villaggi rasi al suolo lasciano spazio a insediamenti, i nomi dei luoghi — Deir Yassin, Lifta, Al-Tantura — diventano poesia, memoria, testimonianza. Anche l’agricoltura diventa terreno di battaglia: il controllo dell’acqua, dei pozzi, dei campi fertili è un elemento chiave del conflitto. Eppure, nonostante tutto, la tradizione agricola palestinese sopravvive. Le donne raccolgono le olive; i semi antichi vengono custoditi gelosamente; la terra, anche se ferita, continua a produrre e a raccontare storie.

Altri paesaggi in guerra oggi

La distruzione del paesaggio non è confinata alla Palestina. Oggi, in Ucraina, i campi di grano e girasole — un tempo simbolo del «granaio d’Europa» — sono disseminati di crateri, macerie e mine. In Siria, i frutteti di Idlib e le oasi di Palmira sono stati devastati, mentre la coltivazione del pistacchio di Aleppo sopravvive solo in diaspora. In Nagorno-Karabakh, vigneti e monasteri medievali sono stati abbandonati o distrutti.

Ovunque la guerra non ferisce solo persone: cancella cicli agricoli, interrompe tradizioni millenarie, modifica irrimediabilmente il paesaggio. Eppure, piccoli gesti di resistenza permangono: orti tra le macerie, cooperative femminili che curano la terra, riforestazioni spontanee. Dove c’è coltivazione c’è ancora vita, dove c’è memoria del paesaggio c’è ancora speranza.

Immaginiamo che «L’albero degli zoccoli» di Ermanno Olmi diventi un documentario sulla distruzione dei paesaggi. Racconterebbe ciò che non esiste più: la cascina rasa al suolo, il fiume inquinato, il filare di pioppi tagliato. Sarebbe la cronaca di un mondo perduto, esattamente come gli aranceti e gli uliveti della Palestina. Ogni paesaggio, anche quando ferito, continua a vivere nella memoria di chi lo ha abitato e lo racconta.

Riflessione personale

Guardare «Tutto quello che resta di te» mi ha risvegliata profondamente. Vedere Dario Crippa dietro le sbarre è stato un colpo al cuore. Ma mi ha anche ricordato che la memoria dei luoghi, dei gesti, delle parole recitate tra gli alberi e tra le mura domestiche, è più forte della violenza. Il paesaggio, in definitiva, è un atto di resistenza. Proteggerlo significa custodire storie, tradizioni, memorie collettive. Significa garantire che ciò che la guerra o l’abbandono tenta di cancellare continui a esistere nella vita delle persone. «Tutto quello che resta di noi» non è solo un film. È un monito: i conflitti spazzano via vite e case, ma non possono cancellare la memoria dei paesaggi, il profumo degli aranceti, la forza degli ulivi secolari, le poesie recitate tra le macerie.

Approfondimenti