La prima immagine che vediamo io e Marco, entrando all’IceLab di Bergamo, è una geografia di accenti e lame che danzano sul ghiaccio. In pista si incrociano infatti progetti e sogni: una ragazza, al centro della pista, prova il programma di gara in vista dei Mondiali juniores, alcuni ragazzi provano dei salti e un’altra ragazza ripete una sequenza di passi. Sentiamo parlare in italiano e in inglese. «In pista ora – ci dicono – ci sono atleti provenienti da Turchia, Lituania, Spagna e Polonia ». È un piccolo mondo che pattina sul ghiaccio di Bergamo, ma con lo sguardo concentrato verso il futuro.
Settecento atleti distribuiti su tre impianti – Bergamo, Assago e Sesto – fanno di IceLab una delle realtà più strutturate del panorama europeo. Eppure, qui la parola «accademia» non è mai stata amata. «Ho scelto laboratorio proprio per contrapporlo ad academy», racconta la presidente Federica Pesenti. «L’accademia richiama paradigmi fissi, linee guida standardizzate. Il laboratorio, invece, è sperimentazione. Non significa improvvisare, ma adattare il metodo al singolo atleta. Ognuno ha un percorso costruito su misura, con obiettivi a breve, medio e lungo termine».
La storia di Federica Pesenti con il pattinaggio nasce però per caso. «È iniziato tutto con mia figlia Margherita, quando lei aveva 4 anni. Durante una vacanza in montagna l’ho portata a pattinare e, al rientro, siamo andate a chiedere informazioni alla storica pista di Zanica, dove i genitori di una compagna di asilo di Margherita insegnavano. Ho conosciuto così il mondo del ghiaccio e ne sono rimasta affascinata». La svolta vera e propria arriva però anni dopo, quando a Federica Pesenti viene chiesto di occuparsi della nuova struttura cittadina, nata proprio grazie alla volontà della famiglia Pesenti. «Dovevo trovare un gestore, qualcuno che portasse la pista verso l’eccellenza. Non l’ho trovato. Ho iniziato a occuparmene nell’attesa e poi ho smesso di cercare. Sono passati dieci anni».
La differenza tra laboratorio e accademia si coglie soprattutto osservando i più piccoli. Il pattinaggio di vertice – abbiamo la fortuna di incrociare durante la nostra visita Matteo Rizzo, Niccolò Macii, Rebecca Ghilardi e Filippo Ambrosini, tutti protagonisti di Milano Cortina 2026 – è la punta di un iceberg, sotto c’è una base larghissima fatta di bambini che iniziano per curiosità. «Noi conosciamo solo la punta», dice Pesenti. «Per arrivare lì serve una base ampia. Più è larga, più è facile che emergano eccellenze. E quella base è fatta di passione. Bambini di quattro o cinque anni che provano perché hanno visto pattinare qualcuno e restano perché vengono travolti da questo sport. Anche il pubblico ne resta affascinato, quando ha la possibilità di capirlo». «In Italia purtroppo – precisa la presidente – viviamo in un sistema che privilegia quasi esclusivamente il calcio. È un circolo vizioso: meno il pattinaggio si vede, meno diventa popolare. E meno è popolare, meno trova sponsor e spazio mediatico».
La storia di IceLab inizia quindi ufficialmente nel 2016, quasi in sordina. «Non avevamo ancora gli spogliatoi arredati. C’erano Valentina Marchei e Ondřej Hotárek che testavano il ghiaccio e io uscivo a prendere focacce e brioche per i ragazzi tra un’ora e l’altra. Ma avevamo una convinzione fortissima: stavamo costruendo qualcosa di solido ». Quella convinzione, dieci anni dopo, si è trasformata in una struttura che ospita atleti da tutto il mondo, dalla Repubblica Ceca al Sudafrica, fino al Medio Oriente. Anche la squadra americana ha scelto Bergamo per preparare l’appuntamento olimpico di Milano Cortina 2026. Eppure, alla domanda sul momento di maggiore orgoglio, Pesenti non cita podi. « Il momento più bello è quando entro in pista e sento che questo posto è una casa. Una famiglia. Allenatori e atleti si rivolgono a me non solo come presidente, ma come persona. Quando mi chiedono un consiglio in un momento difficile, capisco che abbiamo costruito qualcosa che va oltre il risultato sportivo». Il tema della relazione torna spesso nelle sue parole. «Io credo che le relazioni vere e profonde siano fondamentali. Anche qui ho cercato di creare questo clima. I ragazzi, anche quando entrano nei gruppi sportivi militari, continuano a riconoscere in IceLab la loro casa ».
C’è poi la dimensione educativa, spesso invisibile. «Questo è uno sport precoce. Già a undici o dodici anni i ragazzi devono essere seguiti quasi come professionisti. Ma sono adolescenti, con tutte le fragilità di quell’età. Soprattutto le ragazze vivono passaggi complessi. La società ha il dovere di proteggerli come persone, prima ancora che come atleti ». Fondamentale è la rete con scuole e famiglie. «Incontriamo i presidi, concordiamo programmi personalizzati. I genitori fanno sacrifici enormi, anche logistici: c’è chi si trasferisce, chi si divide tra città diverse. Chiedo loro di essere alleati, ma di non entrare nell’aspetto tecnico. Come non entrano in classe durante una lezione, così non devono entrare nel merito dell’allenamento».
È naturale, a questo punto, allargare lo sguardo alla struttura che sorge proprio accanto alla pista: gres Art 671. «Noi la sfruttiamo molto», racconta Federica. «Anche l’ultima mostra, “FUORIPISTA”, è stata realizzata a quattro mani. Abbiamo collaborato nei contenuti e nell’illustrare cosa c’è dietro il mondo del ghiaccio. Secondo me sono due realtà di eccellenza, ognuna nel proprio ambito. E le eccellenze di solito si parlano volentieri» Avere accanto uno spazio che propone mostre, interventi e public program è, per IceLab, un’opportunità educativa importante. «Il limite del pattinaggio è che in Italia è un ambiente molto piccolo. I ragazzi che hanno potenzialità tendono a smettere di frequentare la scuola tradizionale molto presto, passando a percorsi serali o pomeridiani. Finiscono per relazionarsi quasi esclusivamente tra di loro, all’interno – come dico io – di un “frigorifero”. Il fatto che abbiano la possibilità, qui accanto, di acculturarsi, di respirare un’atmosfera differente, di partecipare a iniziative importanti che esulano dall’ambito sportivo è fondamentale».
La guida tecnica, le atlete e gli atleti
Oltre a Federica Pesenti, c’è una figura importantissima per la storia di IceLab. Ci riferiamo a Franca Bianconi, allenatrice di quarto livello europeo CONI di pattinaggio artistico e technical specialist ISU. «Con le Olimpiadi di Milano Cortina siamo arrivati alla fine di un quadriennio – spiega Franca – ed è tempo di rinascita. La fine di un ciclo olimpico è infatti un reset. Alcuni atleti non continueranno, altri cresceranno verso traguardi importanti. Dobbiamo ricostruire tutto e guardare avanti». «Lo sport – ammette la guida tecnica – è fatto di lealtà, resilienza, rispetto. Anche se il pattinaggio è individuale, qui ci muoviamo sempre come una squadra. E i valori che vi ho detto saranno la bussola anche per i prossimi anni». Il futuro per Franca e per la presidente ha la forma di un ampliamento. «Una seconda pista regolamentare non è più solo un sogno. Sta diventando una necessità».
Prima di guardare avanti, vogliamo capire dalle parole degli atleti cosa rappresenta per loro IceLab. «Dal momento in cui è stato aperto, IceLab è diventato subito un punto di riferimento per tantissimi atleti italiani visto che non esiste un altro centro che offre tutte queste disponibilità a livello di ghiaccio. C’è una pista più grande, una più piccola, motivo per cui è diventato subito un centro nevralgico – spiega Niccolò Macii, bronzo alle Olimpiadi di Milano Cortina nella prova a squadre e sesto nella gara a coppie con Sara Conti – IceLab mi ha dato una grossa mano negli anni in cui facevo fatica a livello economico. Ci siamo venuti incontro, io ho dato la mia disponibilità e in qualche modo ce l’abbiamo fatta, soprattutto perché hanno creduto subito in me».
Guardando il roster della squadra azzurra salita sul podio olimpico con uno storico bronzo nel team event di pattinaggio di figura, tre componenti si allenano a Bergamo – Matteo Rizzo, Conti e Macii – e altri due appartengono comunque al panorama IceLab: Charlene Guignard e Marco Fabbri, di stanza nell’impianto di proprietà di IceLab ad Assago, che hanno costruito il quarto posto nella gara di pattinaggio di figura. Senza dimenticarci di Arianna Fontana, campionessa di short track – anche lei targata IceLab – che ha vinto 14 medaglie ai Giochi olimpici invernali e che guida la classifica degli atleti italiani più medagliati di sempre.
Ma il valore non si vede solo nelle medaglie. Rebecca Ghilardi e Filippo Ambrosini hanno partecipato ai Giochi, concludendo al dodicesimo posto la gara a coppie. «IceLab ci ha svoltato la carriera perché, quando abbiamo iniziato a gareggiare insieme, abbiamo provato un po’ a Sesto San Giovanni, ma appena ha aperto l’IceLab a Bergamo ci siamo spostati insieme e siamo un po’ invecchiati con queste pareti. IceLab ha ormai dieci anni e sono dieci anni che noi siamo qui – ricordano Ghilardi e Ambrosini – Il progetto della società è andato di fatto di pari passo con noi e, anche nei giorni delle Olimpiadi, abbiamo sempre avuto un appoggio qui davanti a casa. Se serviva qualcosa, abbiamo sempre avuto le porte aperte e pensiamo che qui ci sia veramente tutto ciò che serve a un pattinatore. E questo non è scontato in Italia».
Oltre a puntare sul movimento azzurro, la struttura di via San Bernardino ha aperto le sue porte a numerosi atleti di spessore internazionale che hanno scelto Bergamo come centro di allenamento. Tutti infatti vogliono pattinare all’IceLab. Lo conferma anche il giovane talento lituano Luka Imedashvili: «Ho scelto di venire a Bergamo perché c’è una bella pista che mi ha permesso di migliorare e, dopo un anno, ho potuto trovare anche un ottimo allenatore – sottolinea il 15enne di Vilnius – Qui mi sento come se fossi in famiglia: molti amici sono venuti qui e così mi sento come a casa. Non sento nemmeno troppo la lontananza perché ci sono voli che uniscono Bergamo e Vilnius e ogni settimana posso visitare il mio Paese».
Io e Marco, emozionati nell’aver incrociato questi talenti, usciamo dalla struttura mentre gli allenamenti del mattino si avviano alla conclusione. Gli sguardi delle atlete e degli atleti sono più rilassati, distesi. Raggiungiamo l’uscita e salutiamo la presidente, che torna a chiacchierare con alcuni dei suoi ragazzi. Fuori è solo una mattina qualunque. Dentro, invece, il cammino verso le Alpi Francesi per le Olimpiadi invernali del 2030 ha già cominciato a prendere forma.
Servizio realizzato da Laura Arrighetti e Marco Cangelli
