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Ivano Camozzi, l’olimpionico bergamasco che sfidò i giganti dello sci

Articolo. In vista di Milano Cortina, il ricordo di Calgary 1988 e di una gara perfetta che portò l’atleta seriano ai piedi del podio olimpico

Lettura 3 min.
Camozzi impegnato nel gigante alle Olimpiadi Invernali di Calgary 1988 (Foto concessa dall’atleta)

«L’ importante è partecipare perché solo partecipando avrai la possibilità di vincere» sosteneva il barone Pierre De Coubertin, inventore dei Giochi Olimpici moderni. Un motto che è passato alla storia e che, con il tempo, è stato anche frainteso, fino a far pensare che nella vita, come nello sport, conti solo esserci, essere al via, più che il risultato. Tutto ciò non vale per un atleta, a maggior ragione se si tratta di un partecipante a quelle Olimpiadi tanto amate da De Coubertin. In questi casi ciò che conta è trionfare e per farlo bisogna presentarsi con la mentalità giusta, quella che ti consente di superare i tuoi limiti e lasciare soprattutto da parte la voglia di accontentarsi. Soltanto interpretando la competizione con questo spirito si possono raggiungere vette impensabili, come la conquista di una medaglia o un risultato che si avvicina di molto.

Ne sa qualcosa Ivano Camozzi che, alle Olimpiadi Invernali di Calgary 1988, giunse a un passo dal podio nello sci alpino, nello specifico in quello slalom gigante che consacrò il mito di Alberto Tomba. All’ombra del gigante bolognese, l’atleta di Albino si arrampicò sino al quarto posto, a soli trentotto centesimi da un altro mito dello sci mondiale, Pirmin Zurbriggen, ottenendo così il traguardo più prestigioso della carriera.

«L’Olimpiade di Calgary non l’ho vissuta a pieno perché, come spesso succede in questi casi, si gareggia lontano dal Villaggio Olimpico. Nel nostro caso eravamo a Nakiska, sempre nella provincia dell’Alberta, ma a quasi duecento chilometri dalla struttura», inizia il suo racconto Ivano Camozzi. «Per quanto riguarda le gare, è stata un’esperienza indimenticabile, anche se agrodolce. Da un punto di vista tecnico, penso di aver fatto la più bella gara della vita, ma, a livello di classifica, sono stato il primo dei perdenti. Alle Olimpiadi ti giochi l’ottanta per cento della tua carriera e arrivare quarto fa un po’ male. Quel giorno però non potevo andare più veloce. A vincere è stato Alberto Tomba che era il grande favorito, ma dietro di lui c’erano Hubert Strolz e Pirmin Zurbriggen. Io sono riuscito a stare davanti a Ingemar Stenmark e Andreas Wenzel che, in quegli anni, hanno fatto la storia del nostro sport».

Quel 25 febbraio 1988 l’Italia festeggiò una delle pagine più belle della sua storia sportiva grazie all’impresa di Alberto Tomba, che conquistò la prima delle sue tre medaglie d’oro. Le gare però non si chiusero quel giorno, con il team azzurro chiamato a mantenere alta la concentrazione. «In quell’occasione abbiamo festeggiato poco perché eravamo ancora in un contesto di gara e perché la vittoria di Alberto era abbastanza prevedibile dopo una grande stagione con tutte vittorie nelle gare di gigante e slalom». «Il mio quarto posto – continua Ivano – è stato forse ancor più sorprendente perché sarei potuto arrivare attorno alla sesta/settima posizione viste le gare precedenti in Coppa del Mondo. Il mio piazzamento è stato un po’ soffocato dalla vittoria di Alberto. Chiaramente ho ricevuto i complimenti dallo staff e dai compagni, ma forse si è festeggiato di più in Italia che lì sul posto perché alle Olimpiadi ti giochi in due settimane un’intera carriera e devi mantenere il focus sulle gare».

Proprio in quelle ore di gara, a cavallo fra la prima e la seconda manche, accadde una tragedia. Il medico e chirurgo austriaco Jörg Oberhammer stava sciando ai piedi della collina canadese quando si scontrò con il tecnico della televisione locale Brian Nock, finendo sotto i cingoli di un gatto delle nevi in azione. Oberhammer morì sul colpo davanti agli occhi increduli di Zurbriggen e Hangl, rispettivamente terzo e ventunesimo. Se l’austriaco decise di ritirarsi sconvolto dall’accaduto, il fuoriclasse elvetico decise di affrontare comunque la seconda discesa difendendosi dalla rimonta di Camozzi.

«Tutte le cose negative condizionano la testa di un atleta, specialmente in una gara che si gioca sulle sfumature. Bisogna restare molto concentrati perché sei consapevole che stai vivendo una grande possibilità – sottolinea l’ex atleta seriano – È brutto da dire, ma in quegli istanti bisogna essere un po’ cinici perché lo show prosegue e nessuno si ferma». Nonostante il risultato di rilievo a Calgary, la carriera di Camozzi non proseguì a lungo, ottenendo un terzo posto nello slalom gigante di Park City, un podio nella Coppa del Mondo di sci alpino, prima di ritirarsi già nel 1990 seguendo una strada diversa per il dopo-carriera.

«Mi piace definirmi un gregario, visto che sono arrivato giovanissimo in Coppa del Mondo, già nella stagione 1978-79, e ho fatto un percorso abbastanza lungo prima di arrivare alla parte migliore attorno ai 26-27 anni – conclude Ivano – Quando è arrivato il quarto posto alle Olimpiadi, ero già nella seconda parte della mia carriera e, nella stagione 1989-90, ho capito che facevo fatica a rigenerarmi per essere costantemente stimolato e pronto per la gara. Avrei potuto restare e tirare avanti come molti altri, oppure rimanere arruolato nei Carabinieri per puntare alla pensione, ma quando sei un campione devi sapere decidere il momento del tuo ritiro, magari in un anno dove puoi ottenere ancora ottimi risultati come nel mio caso. Quando ti viene a mancare lo stimolo, la voglia, la motivazione, tutto diventa più difficile, ti pesa tutto e così ho deciso di aprire un capitolo nuovo. A differenza di molti miei colleghi che hanno deciso di continuare a fare i maestri di sci oppure gestire un hotel, ho deciso di cambiare completamente lavoro e sono stato fortunato». Oggi Ivano è un manager di successo per un’importante azienda produttrice di attrezzature sportive ed equipaggiamenti invernali.

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