Sì, è davvero così, tra pochi giorni parteciperò alla mia prima Olimpiade…da genitore! Mia figlia Alessandra rappresenterà l’Italia e Bergamo ai Giochi di Milano-Cortina nella specialità dello skeleton . Quando pronuncio questa parola scorgo quasi sempre nel mio interlocutore un’espressione tra l’imbarazzato e il sorpreso. L’imbarazzo di fare brutta figura di fronte a uno “specialista di sport” per il fatto di non sapere cos’è lo skeleton e la sorpresa nell’apprendere che esiste anche un altro modo di scendere con la slitta…con la testa all’ingiù!
Se poi noto ancora qualche perplessità allora sfodero il cellulare e mostro un breve video. «Ah, sì!» giunge la risposta come se fosse solo una dimenticanza…Qualche istante dopo piovono le domande: «Ma a che velocità vanno? Non è pericoloso? Con tutti gli sport che ci sono perché ha scelto proprio quello? Dove si allena?». Guarda caso sono le stesse domande che ho rivolto a mia figlia quando mi ha detto che voleva provare lo skeleton. Provo a dare qualche risposta. Nello skeleton si toccano punte massime di velocità che variano tra i 120 e i 130 km/ora a seconda dei tracciati. Si curva con minimi movimenti delle spalle e piccole correzioni con i piedi. Determinanti ai fini del risultato sono la spinta iniziale e la guida “pulita”, evitando contatti con le pareti della pista. Come in tutti gli sport di velocità la pericolosità esiste ma, fortunatamente, le piste di nuova generazione sono studiate apposta per ridurre al minimo i rischi per gli atleti. Da quest’anno Cortina ha una pista ufficiale e gli allenamenti tecnici si possono svolgere anche in Italia; fino allo scorso anno gli atleti erano costretti a trasferirsi sugli impianti all’estero con tutti i disagi e i costi delle trasferte.
Non posso negare di non aver avuto apprensione le prime volte che osservavo Alessandra lanciarsi a testa in giù in quei budelli di ghiaccio. Con il tempo però ci si abitua anche se tranquilli non si è mai. Una sola volta mi è capitato di assistere a una discesa dal vivo, a S. Moritz, la pista più vicina a noi: mi sono piazzato a un terzo di pista, quando si viaggia “solo” a 80 km/ora. Il budello di ghiaccio corre all’interno di un meraviglioso bosco di larici, immerso nella neve e nel silenzio assoluto! La quiete è rotta da un rumore sordo, lontano, che si avvicina repentino…swam!… un missile mi sfreccia davanti agli occhi e sparisce dietro la curva successiva. Un attimo dopo torna il silenzio. È adrenalina pura!
Da quattro anni Alessandra è nel circuito di Coppa del Mondo e, gara dopo gara, dentro di noi genitori è cresciuta la speranza di vederla partecipare ai Giochi Olimpici. La scorsa stagione non è andata molto bene, i risultati non arrivavano e non è riuscita a qualificarsi ai Mondiali. Con questo cruccio nell’animo io e mia moglie Sabrina ci siamo trovati a dover decidere, nel mese di febbraio, a un anno esatto dai Giochi di Milano Cortina, se cercare un alloggio per assistere alle gare. I dubbi erano tanti: «E se non si qualifica? Non conviene aspettare la metà della prossima stagione che si vede come sta andando? E se porta male prenotare prima?». Nel frattempo i prezzi degli alloggi a Cortina erano già schizzati alle stelle, compreso l’albergo delle suore a cui avevo pensato. Proviamo in val Pusteria ma tutti gli alberghi della Valle, da San Candido a Bressanone, erano stati blindati dal comitato organizzatore per le agenzie. Questa condizione ci ha imposto di prendere una decisione e di stringere i tempi, d’altra parte assistere a un’Olimpiade è un’esperienza imperdibile. Decidiamo così di prenotare e con noi subito si aggregano l’altra figlia Alice con il marito, una zia e due cugini tifosissimi. Trovare posto per sette è assai complicato: «Proviamo in Austria, lì non ci sarà il delirio olimpico». Probabilmente non siamo stati i soli a fare quel ragionamento, così, spostandosi sempre più in là siamo finiti nella Valle di Obertilliach, a 80 chilometri da Cortina… però a un prezzo ragionevole.
Chi vive lo sport agonistico sa perfettamente cosa sia la scaramanzia e quanto possa condizionare anche le persone apparentemente più solide emotivamente. È accaduto anche a noi: «No, oggi non guardo la diretta video della gara perché la scorsa volta non ha portato bene» oppure «l’ultima volta ero sulla sedia e non sul divano ed ha fatto una bella gara» e anche: «si può dire in bocca al lupo o porta male?». Fortunatamente Alessandra ha fatto una bella stagione agonistica e oggi siamo qui felici e gongolanti a raccontare e condividere con voi l’avventura olimpica.
Nonostante nostra figlia Alessandra faccia parte stabilmente del circuito di Coppa del Mondo da quattro anni, ci è toccato attendere l’ultima gara per avere la certezza della sua qualifica ai Giochi di Milano Cortina. Questo perché in occasione dell’evento olimpico la partecipazione alle gare è estesa anche a nazioni che geograficamente poco hanno a che fare con il ghiaccio e la neve (Australia, Porto Rico, Malta, Ghana, Sud Africa…). Giustamente lo statuto olimpico, estende il diritto di schierare nelle gare a cinque cerchi anche solo un atleta di questi Paesi anche se partecipa a gare di circuiti “minori”. Poiché nelle competizioni olimpiche di skeleton possono partecipare al massimo 25 concorrenti, questo significa che si riducono i posti disponibili per atleti ed atlete che abitualmente gareggiano in Coppa del Mondo (solo 20 rispetto ai 30/35 delle gare ufficiali). Questo significa che per la qualifica olimpica diviene discriminante il punteggio del ranking mondiale, ottenuto nelle gare della stagione senza nessun privilegio né per i vincitori degli anni passati né per gli atleti della nazione organizzatrice.
È per questo che abbiamo seguito ogni gara di Alessandra con particolare trepidazione e le dita incrociate. Finalmente, dopo la gara di Altenberg venti giorni fa, è arrivata la conferma: «Ale va ai Giochi Olimpici!». Subito ci siamo lasciati andare a salti di gioia, abbracci e ovazioni (chissà cosa avranno pensato i vicini di casa…). Immediato è partito il tam tam tra i parenti e gli amici e, in un attimo ci siamo ritrovati catapultati in una dimensione da vip, quasi come se fossimo noi gli atleti!
Non sono molto social ma è bastato postare sul mio profilo WhatsApp l’immagine della bandiera olimpica che sono stato sommerso dai messaggi di congratulazioni. Ho passato ore al cellulare condividendo gioia ed emozione con tutti, anche con persone che non sentivo da tanto tempo. Devo confessare che non ero preparato a questo ma tutto ciò mi ha riempito di entusiasmo. Da venti giorni sul mio viso risplende un sorriso luminoso che, mi dicono, non passa inosservato: una felicità immensa per Alessandra che corona il sogno di una vita e per noi genitori che con lei abbiamo vissuto le fatiche quotidiane, le gioie e le delusioni, i dubbi e le sorprese di un mondo entusiasmante e anche spietato come quello dello sport di alto livello.
Una sera mi giunge un messaggio di Alessandra: «Sai che mi hanno inserito nell’album delle figurine Panini dei Giochi Olimpici?». In un attimo sono tornato bambino, a quel 1972, ai Giochi Olimpici di Sapporo, quando avevo completato l’album. La figurina di Gustavo Thoeni, che avevo tripla, non l’ho mai scambiata con nessuno perché per me Thoeni era un idolo. All’indomani mi sono precipitato dal giornalaio di Redona ed ho preso l’album e tutti i pacchetti di figurine che gli erano rimasti (ehm…32!). Che gioia riempirsi le mani di quei pacchetti, aprirli e iniziare a passare le figurine una ad una…finché: «eccola, l’Ale!». È la prima figurina che ho attaccato sull’album e poi con un rito che credevo sopito nel tempo mi sono divertito ad appiccicarle, una ad una, come allora!
Sabrina, mia moglie, nel mese di novembre scorso, passeggiando in centro aveva notato in un negozio esposta una grande insegna luminosa con il simbolo dei cinque cerchi. È entrata a chiedere se fosse in vendita ma scopre che è solo in esposizione. Riesce tuttavia a recuperare il nome dell’artigiano che l’ha realizzata. Lo contatta e scopre che ha prodotto anche delle lampade più piccole. «Sarebbe un bellissimo regalo di Santa Lucia per Alessandra» mi confida. È vero, anche perché nella nostra famiglia abbiamo tenuta viva la tradizione della sorpresa dei doni di Santa Lucia. Non ho mai visto Sabrina così determinata in un acquisto: in quattro e quattr’otto la lampada era sul mobile di casa ,bella e luminosissima. Mentre la ammiriamo con gusto mi sovviene un dubbio: «Non vorrei però che donandogliela prima della qualifica olimpica porti male…». Così è rimasta nascosta (facile tanto non è mai a casa…) fino a settimana scorsa quando Alessandra è tornata per alcuni giorni. È stato emozionante vedere i suoi occhi lucidarsi e subito dopo sono partiti gli abbracci! Più tardi ci confida: « Sarà il primo oggetto d’arredamento della mia casa…quando ne avrò una».
Intanto poco alla volta stiamo entrando nel clima olimpico: seguiamo tutte le notizie, collezioniamo i suoi articoli sui quotidiani e conserviamo le sue interviste sul web. Quando nei giorni scorsi è tornata a Bergamo, oltre ai soliti borsoni pieni di indumenti da lavare, il salotto di casa è stato sommerso dagli scatoloni delle divise olimpiche: giacche, piumino, tute, pantaloni, scarpe, trolley e borsoni. I capi di abbigliamento sono bianchi con la sola scritta Italia, niente sponsor. Bisogna sapere che ogni atleta partecipante ai Giochi Olimpici deve attenersi all’«embargo olimpico». Il paragrafo 3 dell’articolo 40 della Carta Olimpica cita testualmente: «A nessun concorrente, allenatore, coach o funzionario che partecipi ai Giochi Olimpici, è consentito utilizzare la propria persona, nome, immagine o prestazione sportiva, a scopi pubblicitari durante i Giochi Olimpici». Per un mese a cavallo dei Giochi non si può esibire nessuno sponsor personale o della propria nazionale di appartenenza. Pertanto tutto nuovo, persino il tutino di gara. Anche sulle slitte e sui caschi non può apparire nulla.
