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Ultimate Frisbee, la scalata di David Barzasi in Europa

Articolo. Il 24enne orobico racconta uno sport fondato sul rispetto e la sua scalata fino al titolo europeo con i Mooncatchers

Lettura 4 min.

Quando pensiamo al frisbee , la prima immagine che ci viene in mente è quella di un disco di plastica che vola su un campo d’erba verde o su una spiaggia sabbiosa degli Stati Uniti, con qualcuno che si lancia con uno scatto felino per afferrarlo al volo. Si tratta però solo di una parte di ciò che il frisbee può diventare e, soprattutto, non rappresenta pienamente la disciplina che ci sta dietro.

Alle spalle di quel disco, tanto singolare quanto apparentemente semplice da usare, c’è una preparazione fisica adeguata e, in particolare, allenamenti continui per migliorare la presa e gestire il lancio nel modo più efficace possibile, con l’obiettivo di andare in meta. Sono questi gli aspetti alla base dell’ Ultimate Frisbee, uno sport nato dall’altra parte del mondo, ma capace di attraversare gli oceani ed espandersi a livello globale.

Un settore che ha colpito in modo particolare David Barzasi che, dopo essersi tolto diverse soddisfazioni a livello nazionale, è diventato uno dei giocatori più affermati in ambito europeo, trasformando gradualmente la sua passione in un lavoro. Il 24enne di Almenno San Salvatore si è avvicinato molto presto all’Ultimate Frisbee, imparando a conoscere nel dettaglio una disciplina che ricorda il football americano, ma che racchiude una serie di regole in grado di far crescere l’atleta anche fuori dal campo.

«Abbiamo un campo rettangolare di cento metri per trentasette, quindi simile a quello da football, ma un po’ più stretto. Sul fondo ci sono due zone di meta, dove chi riceve il disco fa punto. L’obiettivo è partire dal proprio lato di gioco e ricevere al volo il disco nella meta avversaria. Ogni volta che cade, cambia il possesso e si passa dall’attacco alla difesa – spiega Barzasi – Non esiste inoltre il contatto fisico, quindi c’è un grande rispetto verso l’avversario. È possibile intercettare il disco solo al volo, quindi quando esce dalla mano dell’avversario, oppure se questo lo trattiene per più di dieci secondi. In quel caso il disco passa agli avversari, ma il conteggio viene effettuato da una persona nel raggio di tre metri, perché non esiste l’arbitro».

Nell’Ultimate Frisbee emerge quindi un forte senso di rispetto, fondamentale per evitare contese che potrebbero risultare sfavorevoli a chi ne richiede la revisione. Ogni situazione viene infatti analizzata direttamente dai giocatori coinvolti, senza interventi esterni, offrendo uno degli esempi di fair play più avanzati in ambito sportivo e dimostrando come l’onestà possa davvero fare la differenza.

«Semplicemente tutto si basa su una linea di rispetto dell’avversario, sul cosiddetto spirito del gioco, che viene anche votato al termine della partita. Si gioca sette contro sette all’aperto e cinque contro cinque in palestra o sulla spiaggia e, non essendoci arbitri, tutti diventano tali. Quando avviene un fallo, i due giocatori coinvolti si confrontano e, se necessario, possono intervenire anche gli altri, nel caso abbiano visto qualcosa, per contribuire a una decisione diversa. Se il fallo viene contestato, si torna indietro e il frisbee torna al lanciatore. Se invece si trova un accordo, rimane a chi ha chiamato il fallo – sottolinea Barzasi – Ovviamente dipende dalla situazione: nei tornei “for fun’” senza obiettivi di alto livello, è tutto più semplice e spesso si torna semplicemente indietro. Se invece si tratta di finali mondiali o di Champions League, la discussione può durare di più, perché i due giocatori possono avere punti di vista diversi. In quel caso, dopo trenta o quarantacinque secondi, diventa automaticamente contestato e si torna indietro. Nella maggior parte dei casi, si risolve tutto rapidamente».

Dopo aver iniziato a Bergamo e aver giocato a Bologna, il giovane orobico si è trasferito all’estero, dove ha ottenuto ottimi risultati, tra cui la vittoria della Champions League con il Mooncatchers Ultimate Frisbee Bruxelles Club , traguardo che lo ha consacrato a livello internazionale e gli ha permesso di compiere un ulteriore passo in avanti: «Dopo aver provato per alcuni anni a vincere con la Fotta Bologna, con cui siamo arrivati due volte terzi e una volta secondi, sono riuscito a conquistare la Champions con questa squadra belga, con cui mi sono trovato molto bene. In realtà è un piccolo traguardo in vista dei Mondiali per Club che si terranno ad agosto. È stato molto emozionante, ma rappresenta uno step per puntare a una competizione tra i livelli più alti al mondo».

Giocare all’estero significa anche confrontarsi con culture sportive diverse, soprattutto nell’interpretazione di uno sport che in Italia fatica ancora ad affermarsi. Gli Stati Uniti restano il punto di riferimento, essendo il Paese in cui la disciplina è nata e ha maggiore riconoscimento, ma anche in Europa la crescita è evidente, come sottolinea lo stesso Barzasi. «Battere gli americani è difficile: hanno stipendi, molti più giocatori e un seguito maggiore rispetto agli europei . Tuttavia, l’obiettivo è riuscire ad arrivare al loro livello, se non superarlo. Negli ultimi anni ho giocato molto all’estero, quasi più che in Italia, sia per la mentalità degli altri Paesi sia per il piacere di viaggiare. In ogni caso emergono sempre l’umanità dei giocatori e il rispetto verso gli avversari, ma si notano differenze culturali da uno Stato all’altro: c’è chi è più corretto anche nello spirito di gioco e chi meno, quindi dipende da molti fattori – aggiunge il giocatore bergamasco – Quando si gioca tra nazionali, ad esempio Italia contro Spagna, Belgio o Francia, si percepisce ancora di più il senso di appartenenza: lì emerge la cultura di una nazione, rispetto a un club, che è più legato a una singola città, pur con la presenza di giocatori provenienti da fuori».

L’obiettivo di Barzasi è ora quello di mettere a frutto la propria esperienza per contribuire allo sviluppo di questo sport, anche attraverso la creazione dell’associazione Chimera, con l’intento di unire gli interessi dei giocatori e sostenerli in un percorso verso il professionismo. «Abbiamo in mente un progetto di business che si evolverà nel tempo. Stiamo valutando anche un’espansione all’estero, perché vediamo un grande potenziale a livello europeo e mondiale – conclude – In sostanza offriamo servizi ai giocatori, un po’ come un’agenzia: creiamo squadre unendo singoli atleti e li formiamo attraverso coaching online e preparatori atletici. Negli ultimi periodi il progetto è cresciuto molto e sta diventando una realtà sempre più strutturata».

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