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Threads: forse è arrivato il momento di rimetterci a scrivere

Articolo. Lo scorso 14 dicembre, in Italia è sbarcato finalmente il nuovo social di Meta. Tra la rivoluzione dei social e la riscoperta della scrittura, un viaggio nell’innovazione digitale e il ritorno alle origini della comunicazione

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Ogni giorno Mark Zuckerberg si sveglia e deve sventare nuove minacce o sconfiggere nuovi nemici che, manco a farlo apposta, nel gergo del marketing vengono definiti «competitors». Così, dopo le fughe di dati, i problemi legati alla privacy e gli abbonamenti a Meta, una minaccia, nei mesi scorsi, incombeva sul genio delle piattaforme di comunicazione online: X.

X è il nuovo social acquisito da un altro magnate e genio del marketing. Nonostante le sue posizioni per certi versi estreme e discutibili, Elon Musk, ad oggi l’uomo più ricco del pianeta, ha acquistato Twitter per la modica cifra di 44 miliardi di dollari, trasformando (o per meglio dire soppiantando) l’uccellino azzurro cinguettante (da cui derivava la stessa espressione “tweet”) in una inequivocabile X bianca su sfondo nero. Questa scelta comunica un sacco di significati, palesi e sottintesi. A livello estetico è lampante la difficoltà dell’imprenditore americano di riuscire a cogliere le sfumature.

La X denota un taglio netto, una presa di posizione, l’imposizione di un cambio di tendenza e di rotta testimoniata non solo dal licenziamento in tronco di 6500 dipendenti (con una media di 35 licenziamenti al giorno), ma anche dall’introduzione di tutta una serie di modifiche sostanziali nella gestione e nell’esperienza utente della piattaforma.

Una delle novità più rilevanti è la creazione di due distinti tipi di utenti: gli abbonati al servizio «Blue» e gli utenti standard. Gli abbonati «Blue» godono di numerosi vantaggi, come la possibilità di modificare i post dopo la pubblicazione, accedere a meno pubblicità, seguire più persone al giorno, leggere un numero maggiore di post e avere una maggiore visibilità nelle conversazioni e nelle ricerche. Possono anche pubblicare post più lunghi, personalizzare l’interfaccia dell’app e usufruire di funzioni di sicurezza aggiuntive come l’autenticazione a due fattori. Inoltre, hanno accesso a funzionalità multimediali avanzate e a TweedDeck, una versione potenziata dell’app.

Da questa descrizione diventa abbastanza palese il perché nei mesi precedenti Zuckerberg sia corso ai ripari introducendo la formula degli abbonamenti a cui ho accennato in una delle precedenti puntate. Non solo: spiega anche il perché il buon Mark abbia sentito la necessità di creare un altro social network che in sostanza riproduca le funzioni di Twitter sia dal punto di vista visivo che operativo. Vediamone insieme alcune.

Threads: molto più di quanto immagini…forse!

Ricapitolando, da un lato ci sono Zuckerberg e Musk che si sfidano lanciandosi social e dall’altro c’è gente come me (spero di non essere la sola) che prende appunti sugli spalti e si immola per la causa.

In Italia, Threads è stato lanciato con netto ritardo rispetto agli altri paesi. Fortunatamente, direi io. Così eccomi, il 14 dicembre, pronta a essere tra quelli che a tutti i costi si volevano distinguere provando questo nuovo social. Vi lascio un dato per intenderci: dopo due ore gli utenti di Threads erano già due milioni.

Innanzitutto, la cosa bella di Threads è che l’istallazione e la configurazione non richiedono nessuno sforzo cognitivo per l’utente, che può scegliere se utilizzare le informazioni di contatto inserite su Instagram e seguire automaticamente tutti i seguaci della piattaforma “genitrice”, oppure se creare un profilo da zero, quindi in qualche modo sganciato da Instagram. Ovviamente, da utente pigra quale sono, ho optato per questa possibilità decisamente più comoda e immediata.

L’interfaccia utente si caratterizza per la sua estrema semplicità: una bacheca sulla quale annotare pensieri, inserire foto e link, un solo hashtag che permette di categorizzare i Threads per argomento, che può essere un vantaggio e un limite. Un vantaggio nell’ottica dell’utente pigro, uno svantaggio perché, se in un Thread scrivo di guerra e parlo di diritti, non posso utilizzare entrambe le categorizzazioni. I Threads possono essere commentati, ripostati sul proprio profilo. Inoltre, visto che si tratta di un social nascente, tutti gli utenti ricevono una notifica ogni qualvolta un seguace pubblica il suo primo Thread. E così la mia barra di stato era puntualmente intasata quel 14 dicembre da notifiche tutte uguali: «…ha pubblicato il suo primo Thread».

Mossa quindi dal mio spirito pionieristico, animata dalla curiosità che, come diceva il buon Aristotele, è il motore della conoscenza, ho cliccato sul cursore e ho digitato, premendo invio, senza troppi indugi: «Beh, che dire? » e quello, signori, sarebbe rimasto per sempre, ricordato anche dalle generazioni future, come il mio primo Thread.

«Beh, che dire?» è diventata la mia coperta di Linus, un’espressione proverbiale che ripete sempre la mia collega e che un po’ serve per toglierci tutti dall’imbarazzo, un po’ invece per esprimere, a seconda della circostanza, ora accordo, ora una certa vena di polemica. Senza per questo oltrepassare il principio inalienabile più importante e predominante in ogni contesto di lavoro dove sussistono ruoli e gerarchie: il quieto vivere.

Quindi eccomi, signori miei, immersa in un mondo di testi e scritte bianche su uno sfondo nero a smanettare su questo nuovo social come se in fondo la cosa non mi riguardasse. Ho cominciato mettendo in pratica la regola fondamentale di ogni guru dei social che ti spiega come raggiungere 50 mila followers sui social senza spiegarti come raggiungere 50 mila follower sui social: postare, postare, postare. Ho iniziato a scrivere dando informazioni di contesto: «Qui è sempre tutto nero…» e un utente mi ha risposto: «È L’ultima cosa a cui avrei pensato». La tentazione di rispondere «Beh, che dire?» era tantissima, viste le motivazioni enunciate poc’anzi, ma ho desistito per non risultare monotematica.

Successivamente, per la precisione due minuti dopo, mi sono detta: «Bene, visto che adesso di professione sono una content specialist, è arrivato il momento di adottare una strategia editoriale. Userò questa nuova piattaforma per condividere i miei scritti e raggiungere nuove fette di pubblico». Così, ho cominciato a postare contenuti di lavoro anche lì , ma era noioso e soprattutto improduttivo, dal momento che su piattaforme come Instagram e conseguentemente anche sulle loro “costole”, per raggiungere nuovi utenti la moneta di scambio è una sola: i soldi. O, volendo essere meno veniali, le sponsorizzazioni.

Così sono passata nei giorni successivi al racconto della mia vita quotidiana in Calabria, alle difficoltà di fare smart working in un contesto familiare nel quale se dici che devi fare una call, dall’altro lato della casa tua madre ti urla che deve calare la pasta. E così ho cominciato a divertirmi, attivando addirittura il filone nostalgia, dal momento che a uno di questi Threads ha risposto una mia compagna delle elementari che ha compreso che da Bergamo alla Calabria il destino che ci attende è uno solo nel 2024: i trent’anni.

Caro amico, ti scrivo

Uno dei limiti principali – per quanto mi riguarda – della piattaforma sono i limiti di carattere, che sono propri anche di Twitter e che sono il principio per cui non ho mai simpatizzato neppure per la piattaforma con la X. Non ho mai avuto il dono della sintesi, soprattutto quando si tratta della scrittura. Fin da quando ero piccola e scrivevo i temi a scuola, il mio punto debole era che finivo sempre per essere prolissa, andavo fuori tema, tendevo a divagare.

In verità è una caratteristica che conservo anche adesso: tergiversare, soprattutto quando scrivo, mi diverte e mi rilassa. E forse il punto è proprio questo. Che la necessità di essere presenti sempre e ovunque ci ha fatto perdere di vista che cos’è la scrittura. Sui social scriviamo, ma non scriviamo davvero. Sui social pubblichiamo, postiamo, condividiamo, commentiamo. Mentre scrivere è un processo che sottintende la volontà di sedersi a tavolino, di schiarirsi le idee, di fare i conti con il foglio bianco, di sporcarsi le mani con l’inchiostro. Ma in quanti oggi si prendono la briga di farlo?

Scrivere ha a che fare con le persone che come me se ne stanno sugli spalti. A osservare, a prendere appunti e che poi tornano a casa e cercano di scavare oltre l’ovvio, oltre la superficie, per fornire strumenti e per rendere accessibili ai più anche temi che sembrano lontanissimi o che, nel peggiore dei casi, ci convinciamo non ci riguardino affatto.

È così che ci dimentichiamo di chiamare gli amici, di leggere libri, di sviluppare quello spirito critico che è proprio dell’essere umano. Di chi mantiene una mente aperta, è disposto a considerare diverse prospettive e accettare nuove idee, e non accetta passivamente le informazioni, ma piuttosto le interroga e formula conclusioni personali. Lo spirito critico è fondamentale per prendere decisioni informate, evitare manipolazioni e comprendere meglio il mondo che ci circonda.

Ora scusatemi, ma devo lasciarvi: Chiara Ferragni ha pubblicato il suo primo Thread.

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