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Elena Ferrario di Legambiente si racconta

La presidente del circolo cittadino svela l’amore per gli animali e la tutela della natura: «Volevo trovare un modo di osservarli che fosse il meno invasivo possibile»

Presidente del circolo cittadino di Legambiente e vicepresidente regionale, Elena Ferrario nasce a Milano ma si trasferisce a Bergamo fin da bambina. All’Università sceglie biologia, laureandosi sulla «Lontra Lutra lutra» che, all’epoca, era una specie dal forte fascino e per nulla conosciuta. Si specializza come zoologa nelle valutazioni di impatto ambientale, per poi iniziare a insegnare.

Come ha capito che la tutela della natura stava diventando centrale nella sua vita?

«Sin da piccola volevo stare a contatto con gli animali ma non accettavo che la mia presenza condizionasse il loro comportamento. Volevo trovare un modo di osservarli che fosse il meno invasivo possibile. Sognavo l’etologia ma gli sbocchi professionali erano quasi inesistenti».

Ci racconta un episodio che per lei è stato decisivo?

«Le tante occasioni in cui ho avuto possibilità di relazionarmi con la natura: dall’accarezzare i primi cani al Parco Solari di Milano agli spazi aperti e ai boschi orobici. Non un momento particolare ma tanti in cui prevalevano l’emozione e il contatto diretto».

La prima delusione che ha vissuto e alla quale ha dovuto far fronte?

«Quando ho realizzato che i contenuti formativi della mia università erano purtroppo solo teorici e non preparavano concretamente allo studio in natura. Questa professione non era per niente facile mentre ora l’offerta formativa è migliorata; lo capisco dai tanti giovani biologi coinvolti nei campi di Legambiente».

Talvolta il suo mondo viene associato a un ambientalismo di salotto, distaccato dalla realtà, nonostante siate impegnati in tante azioni concrete che non rinunciano al dialogo tra i soggetti del territorio. Quando ha iniziato a solcare la porta tra l’ambientalismo pensato e quello fattivo?

«Penso che lamentarsi soltanto sia sterile e improduttivo mentre l’azione concreta è qualcosa che trovo indispensabile così come lo spendersi in prima persona».

Che cosa servirebbe per risolvere le tante criticità ambientali (e non solo)?

«Manca l’assunzione di responsabilità. L’informazione è uno dei passaggi ma è evidente che non manchi solo questo. Molti di noi sono informati sul riscaldamento globale, pochi agiscono per ridurlo».

Non trova che manchi una coscienza ecologica diffusa nella nostra società?

«Sicuramente c’è un deficit e penso che, da alcuni punti di vista, la situazione sia pure peggiorata. La frammentazione della società porta a un oggettivo egoismo».

Com’era il mondo che ha trovato e quello che lascerà?

«Negli anni Sessanta non c’era una grande attenzione sul tema ma, oggi, assieme alla conoscenza è aumentata la misconoscenza su tutto: dalle fake news al troppo rumore di fondo che disorienta».

Che cosa rimprovera a un ambientalista di oggi: vede errori di comunicazione?

«Non apprezzo né fanatismi né rigidità. Spesso noi non chiediamo alle persone di avvicinarsi e dovremmo metterci di più nei luoghi della politica dove si prendono le scelte, ma resta fondamentale lavorare coi giovani, che sono perfettamente in grado di capire. Quando accolgono un altro modo di pensare e si avvicinano alla conoscenza della natura è una sensazione impagabile».

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