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Il ritorno del lupo: dati, rischi e biodiversità

Nel 2024 sono stati accertati tre branchi sulle Orobie bergamasche. Tra falsi miti e convivenza con l’uomo, ecco perché il predatore è fondamentale per l’equilibrio dell’ecosistema alpino

Negli ultimi anni il lupo ha fatto la sua ricomparsa anche sul territorio bergamasco. Avvistamenti e predazioni sono diventati frequenti soprattutto nelle valli dove, secondo i dati della Polizia provinciale, nel 2024 sono stati rilevati almeno 3 branchi (circa 20 esemplari), uno tra l’alta Valle Seriana e la Valle di Scalve, uno tra la Valle Serina e l’alta Valle Brembana ed uno in Valle Taleggio. L’aumento dei lupi è confermato dal Rapporto sui Grandi Carnivori secondo il quale nel 2024 solo in Lombardia vivono 25 branchi, mentre 8 si spostano fra Lombardia, regioni confinanti e Svizzera. Tra gli allevatori sta crescendo l’insofferenza nei confronti del lupo, c’è anche chi chiede la sua «eradicazione». Il problema è d’attualità e per comprenderlo al meglio sono utili alcune riflessioni.

Una minaccia per l’uomo?

Secondo gli studiosi il lupo è un predatore collocato al vertice della catena alimentare (può cibarsi sia di erbivori che di carnivori come per es. la volpe). Insieme alla lince e all’orso bruno è tra i grandi mammiferi carnivori terrestri italiani ed europei. Allo stato attuale secondo Luigi Boitani, presidente della Lcie (Large carnivore initiative for Europe) ed autore di studi sulla distribuzione del lupo, non rappresenta una minaccia per l’uomo in quanto è una specie elusiva, schiva e tendente ad evitare il contatto con lo stesso che è, anzi, percepito come una minaccia o comunque come un’entità da cui stare possibilmente alla larga. Boitani spiega: «Il rischio di un attacco non è zero, ma è talmente basso che è perfino impossibile definirlo con un numero». Molti si chiedono se il lupo tornato sulle montagne e nei boschi di tutta Europa è stato reintrodotto. Secondo gli studiosi il lupo non è mai scomparso del tutto. In alcune aree ha approfittato dei vuoti lasciati dall’uomo che ha abbandonato le terre alte e si è ripreso il proprio spazio.

La storia di una ricolonizzazione

In Italia il lupo era presente su gran parte del territorio fino a circa due secoli fa, in particolare sull’intero arco alpino fino alla seconda metà del Settecento, poi si è ridotto gradualmente tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900 a causa della persecuzione da parte dell’uomo che, con l’uso di armi da fuoco, ne ha determinato la scomparsa dalle Alpi e dalla maggior parte della penisola. Il minimo storico è degli anni Settanta quando l’areale del lupo era formato da piccoli nuclei disgiunti tra loro distribuiti lungo la dorsale appenninica centro-meridionale.

Con l’entrata in vigore delle norme di protezione, il ritorno del bosco e degli ungulati selvatici, c’è stato un progressivo aumento del numero di lupi che hanno iniziato a ricolonizzare il territorio italiano a partire dall’Appennino centrale risalendo verso nord fino ad arrivare in Liguria e, dai primi anni Novanta, sull’arco alpino occidentale (Boitani 1998). Negli ultimi anni il lupo è ricomparso anche nelle Alpi centro-orientali con alcuni individui provenienti dall’area dinarica (Croazia e Slovenia) e dai Carpazi (Romania). Nel 2012 tra Trentino e Veneto si è verificato l’incontro tra una lupa della popolazione italiana e un lupo proveniente dalla Slovenia formando un primo branco, tutt’oggi presente e riproduttivo, con territorio tra Trentino e Veneto. In seguito, il ritorno del lupo si è fatto via via più rapido, portando la specie a ricolonizzare una parte delle Alpi, in particolare le Alpi occidentali, Svizzera, Trentino, Veneto e Friuli e oggi risulta in espansione in Lombardia.

Perchè è guardiano della biodiversità

Il mondo scientifico è concorde nel considerare il ritorno del lupo un fatto di rilevanza ambientale poiché si tratta di un predatore all’apice della catena trofica (ovvero la catena alimentare). La presenza del lupo contribuisce al controllo e al mantenimento di popolazioni sane degli ungulati (le sue prede, in particolare in pianura caprioli, cinghiali ed anche nutrie) e tutto l’ecosistema forestale ne trae giovamento. L’abbattimento dei lupi, si sostiene, non sarebbe una strategia efficace per ridimensionarne la specie nelle aree in cui la crescita delle popolazioni sembra minacciare agricoltori e residenti delle comunità montane, non comporterebbe un automatico calo delle predazioni del bestiame.

La minaccia degli abbatimenti legali

L’aumento dei lupi in termini numerici, diffusione e distribuzione sul territorio, unito all’alta densità antropica, sta rendendo sempre più inevitabili gli incontri ed i contatti sono più frequenti. Viene stimato che oggi in Europa siano presenti circa 21 mila lupi dei quali, secondo i dati del censimento Ispra del 2022, solo in Italia sono presenti 3.300 esemplari. È innegabile l’impatto che il lupo può avere sulle attività zootecniche mitigato solo con l’adozione di adeguate misure di prevenzione. Negli ultimi tempi il lupo viene fatto passare come un animale feroce in grado di sbranare ovicaprini (che però spesso sono lasciati all’addiaccio senza sorveglianza) ed altri animali. È stato modificato lo status di protezione nell’ambito della Convenzione di Berna, è passato da «specie rigorosamente protetta» a «specie protetta» il che significa «maggiore flessibilità nella gestione della specie», in pratica ora c’è la possibilità di abbattimenti legali e programmati per il contenimento della specie.

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