Gennaio è il mese delle ripartenze, ma anche quello in cui la serialità televisiva inizia a mettere le carte in tavola. Tra ritorni molto attesi, chiusure importanti e nuove proposte ambiziose, le piattaforme e la tv generalista hanno inaugurato il 2026 con titoli che intercettano gusti e pubblici diversi. Senza dimenticare che oggi, giovedì 29 gennaio, arriva su Netflix la prima parte della quarta stagione di «Bridgerton». Mettetevi comodi, cominciamo!
«The Beauty»
Disponibile su Disney Plus
Con «The Beauty», il regista Ryan Murphy torna a servirsi del genere per punzecchiare il presente, costruendo una prima stagione che mescola body horror, thriller investigativo e satira del capitalismo contemporaneo. Ambientata tra le capitali globali della moda e della finanza, la serie immagina un mondo in cui la perfezione fisica non è più un ideale astratto, ma un prodotto: trasmissibile, desiderabile, letale. Il punto di partenza è tanto semplice quanto efficace. Un virus sessualmente trasmissibile promette di rendere chiunque fisicamente perfetto, cancellando imperfezioni, malattie e limiti corporei. In breve tempo, però, questa utopia estetica si rivela una trappola, mentre alcune delle figure più visibili dell’industria dell’immagine, come top model, influencer, corpi esposti, iniziano a morire in modo spettacolare e raccapricciante. La serie ribalta così la grammatica classica dell’horror: non è la deformità a fare paura, ma la perfezione stessa, quando diventa standard imposto.
L’indagine su queste morti misteriose, affidata agli agenti dell’FBI Cooper Madsen (Evan Peters) e Jordan Bennett (Rebecca Hall), funziona come asse narrativo ma soprattutto come strumento di attraversamento. I due rappresentano due modalità di lettura del mondo: ossessiva e intuitiva la prima, analitica e sistemica la seconda. Il loro viaggio tra Parigi, Venezia, Roma e New York non è solo geografico, ma anche socio-politico. Ogni città incarna un diverso rapporto tra bellezza, potere e capitale. La moda, l’arte classica, la decadenza turistica e la finanza globale diventano tappe di un unico discorso sul corpo come risorsa economica. Al centro del conflitto emerge la figura di «The Corporation», incarnazione trasparente del capitalismo tecnologico contemporaneo: un sistema che vende emancipazione individuale mentre produce dipendenza, sorveglianza e scarti umani. «The Beauty» non insiste sul trauma personale, di ciascuno, ma sposta l’attenzione sulle infrastrutture del desiderio: industrie, mercati, narrazioni che trasformano l’ansia estetica in profitto.
Visivamente, la serie gioca su un contrasto costante tra lusso e disfacimento. La fotografia patinata e gli ambienti ipercontrollati amplificano l’orrore corporeo, rendendo la violenza non un eccesso ma una conseguenza logica del sistema rappresentato. Il corpo, continuamente esibito, diventa anche il primo luogo di collasso. «The Beauty» si impone come un thriller ambizioso che usa l’eccesso per rendere visibile ciò che normalmente resta normalizzato: l’idea che la perfezione sia un dovere e che il fallimento del corpo sia una colpa. È una serie che intrattiene, certo, ma soprattutto intercetta con precisione le ossessioni di un presente in cui anche la carne è diventata un capitale simbolico.
«Gigolò per caso»
Disponibile su Amazon Prime
«Gigolò per caso» torna su Prime Video con una seconda stagione (della prima avevamo parlato qui) confermando una strategia chiara: usare la commedia per esplorare rapporti di genere, identità maschile e dinamiche di coppia senza mai scadere nel moralismo. La seconda stagione non punta a rendere più evidente il dialogo tra stereotipi tradizionali e modelli contemporanei, inserendo figure femminili capaci di scuotere l’equilibrio dei protagonisti.
Al centro della trama c’è l’arrivo di Rossana Astri (Sabrina Ferilli), sex guru femminista che mette alla prova il «Metodo Bremer» di Giacomo e Alfonso (Christian De Sica e Pietro Sermonti). Non è tanto un’antagonista quanto un catalizzatore: rappresenta un femminismo pop, diretto e divulgativo, capace di destabilizzare un sistema narrativo costruito sull’interazione continua tra uomini e donne. La sua presenza dà slancio alla stagione, offrendo situazioni comiche e tensioni che rivelano la difficoltà dei personaggi maschili di aggiornarsi senza perdere il loro ruolo all’interno della serie. Le dinamiche padre/figlio e marito/moglie restano centrali, ma vengono continuamente rimesse in circolo. In questo modo la serie mantiene il proprio ritmo senza tradire il registro leggero e pop, trasformando la ripetizione in uno strumento narrativo che rassicura il pubblico pur introducendo piccole fratture nelle gerarchie consolidate.
Il tratto più interessante emerge nel ritratto di Alfonso, uomo moderno che affronta le aspettative di virilità e le pressioni del ruolo maschile senza cadere nel cliché del «maschio alfa». La serie mostra una maschilità in gestione controllata: non radicale, non eroica, ma in continua negoziazione con il cambiamento culturale. Anche il cast secondario arricchisce il discorso. Valerio Lundini, nei panni di Don Luigi, introduce un registro surreale e contemporaneo, mentre le altre guest star ampliano il campo tematico della serie senza snaturarla. Una commedia pop che riesce a leggere la realtà con uno sguardo attuale, pur restando fedele ai codici della comicità italiana
«Prima di noi»
Disponibile su Rai Play
Dal 4 gennaio su Rai1, l’adattamento del romanzo di Giorgio Fontana sceglie la forma della grande saga familiare per attraversare oltre sessant’anni di storia nazionale, dal 1917 alla fine degli anni Settanta, e lo fa con un respiro che, pur con qualche rigidità, merita attenzione.
La serie segue le vicende della famiglia Sartori, partendo dal Friuli della Prima Guerra Mondiale fino alla Torino industriale, passando per due conflitti mondiali, il boom economico, le lotte operaie e gli anni di piombo. Al centro c’è Nadia (Linda Caridi), figura fondativa e voce narrante, attorno a cui si articolano le traiettorie dei figli Gabriele, Domenico e Renzo: tre modi diversi di reagire all’eredità ricevuta, tre declinazioni di un rapporto complesso con il passato.
Il punto di forza di «Prima di noi» sta proprio nel tentativo di raccontare l’Italia come una somma di eredità emotive, sociali e politiche che si tramandano di generazione in generazione. La serie riflette sul peso delle scelte di chi è venuto prima, sul senso di colpa, sull’urgenza di emanciparsi senza poter davvero recidere il legame con le proprie origini. È un discorso che funziona soprattutto quando si concentra sui personaggi e sui loro conflitti interiori, più che sugli eventi storici in sé. La messa in scena rimane ancorata a un linguaggio televisivo classico, a tratti tradizionale, ma questo approccio può risultare coerente con il tipo di racconto che «Prima di noi» sceglie di essere: una fiction popolare nel senso più ampio e accessibile del termine, pensata per un pubblico che cerca una narrazione solida, riconoscibile, capace di restituire il senso di un percorso collettivo.
«I sette quadranti di Agatha Christie»
Disponibile su Netflix
L’adattamento seriale del romanzo di Agatha Christie parte da una premessa: non limitarsi a trasporre una storia, ma usarla come punto di partenza per raccontare qualcos’altro. «I sette quadranti» nasce infatti come adattamento libero di uno dei gialli meno celebri dell’autrice, ma fin dall’incipit dichiara la propria distanza dal modello classico del «chi ha fatto cosa»: l’enigma c’è, il delitto pure, ma il fulcro della serie non è tanto la soluzione quanto il percorso emotivo di chi indaga.
La storia è ambientata nell’Inghilterra del primo Dopoguerra e ruota attorno a Eileen «Bundle» Brent , giovane aristocratica appartenente a una famiglia nobile ormai in declino. Dopo la morte del padre, lei e la madre sono costrette ad affittare la loro grande casa di campagna per ospitare eventi mondani, frequentati da nuovi ricchi volgari e invadenti. È in questo contesto che prende forma l’evento catalizzatore. Durante una festa arriva Gerry Wade, giovane uomo legato a Bundle da un rapporto profondo: è il fratello del compagno che lei ha perso in guerra. Tra i due c’è un sentimento non ancora definito, ma carico di aspettative. Per scherzo, alcuni amici decidono di nascondere otto sveglie nella stanza di Gerry, programmandole per suonare tutte insieme all’alba. Quando il mattino dopo le sveglie iniziano a suonare, l’intera casa si risveglia nel caos. Gerry, però, non risponde. Viene trovato morto nel suo letto. Sette sveglie sono state raccolte e disposte ordinatamente sul comò; l’ottava è scomparsa.
Le autorità archiviano rapidamente la morte come incidente o suicidio, ma Bundle non accetta questa spiegazione. Il dolore per la perdita, unito a dettagli che non tornano, la spinge a indagare. Lo fa senza metodo, senza esperienza e soprattutto senza il distacco tipico degli investigatori classici della Christie. Per lei il caso non è un esercizio logico, ma una questione personale. Seguendo lettere, testimonianze e mezze verità, Bundle scopre che intorno a Gerry gravitava una rete di segreti, compromessi e silenzi che coinvolge amici, conoscenti e membri dell’alta società. L’indagine diventa così un viaggio dentro un mondo che preferisce proteggere le apparenze piuttosto che affrontare le proprie colpe, e costringe la protagonista a rivedere il proprio ruolo e le proprie certezze.
La serie sposta il baricentro del racconto dall’enigma al trauma, dal «chi è stato» alle conseguenze emotive del delitto. È un giallo che guarda al thriller psicologico e che sceglie una protagonista giovane, imperfetta e coinvolta, lontana dall’iconografia rassicurante di Miss Marple. La risoluzione dell’enigma arriva ma la verità non ricompone ciò che è stato spezzato e non restituisce un ordine morale. Bundle osserva il mondo con occhi nuovi, consapevole che l’innocenza è un lusso che la storia non concede più. Ogni gesto futuro sarà segnato da quella notte e dalle verità scoperte: crescere significa imparare a muoversi tra le ombre senza aspettarsi mai un porto sicuro.
«Shrinking»
Disponibile su Apple+
Non potevo non dedicare un commento ad una delle mie serie preferite di sempre, ora che è uscita la terza e, probabilmente ultima, stagione. In questi nuovi episodi Bill Lawrence, Jason Segel e Brett Goldstein portano a compimento un percorso narrativo che si distingue per lucidità, misura e coerenza. È una stagione che non cerca il colpo di scena né l’escalation emotiva a tutti i costi, ma lavora sul senso del tempo che passa, sulle trasformazioni silenziose e sull’idea che la crescita non sia spettacolare, ma faticosa e imperfetta.
Se le prime due stagioni erano fortemente centrate sull’elaborazione del lutto di Jimmy, qui il racconto si apre e si distribuisce con maggiore equilibrio sull’intero gruppo. Il trauma non scompare, ma smette di essere il motore esclusivo della narrazione: «Shrinking 3» si interroga piuttosto su cosa accade dopo aver imparato a sopravvivere. Come si ricostruisce una vita? Come si accetta che alcune ferite restino, senza lasciare che definiscano tutto il resto? In questo senso, sicuramente questa è la stagione più matura. Non offre soluzioni facili, non romanticizza il dolore e non trasforma la terapia in una bacchetta magica. I personaggi continuano a sbagliare, a essere contraddittori, a ferirsi a vicenda anche quando hanno le migliori intenzioni. Ma è proprio qui che «Shrinking» trova la sua forza: nel rifiuto di una narrazione consolatoria, pur mantenendo uno sguardo empatico e mai cinico.
Harrison Ford continua a essere il perno della serie. Il suo Paul, alle prese con il peggioramento della malattia, diventa il simbolo più potente del tema centrale: accettare i limiti, scegliere cosa conta davvero, imparare a chiedere aiuto. È una performance di rara precisione emotiva, priva di retorica, che sfrutta il carisma dell’attore per raccontare la fragilità senza mai indulgere nel pietismo. L’ingresso di Michael J. Fox, pur contenuto, aggiunge un livello ulteriore di significato, dal momento che l’attore convive col Parkinson da anni.
Anche le storyline secondarie trovano spazio e respiro: Alice alle soglie dell’età adulta, Gaby alle prese con scelte professionali e personali, Sean nel tentativo di ridefinire il proprio posto nel mondo. Tutto converge verso un’idea di cambiamento inevitabile, spesso doloroso, ma necessario. Soprattutto, «Shrinking 3» ha il coraggio di sembrare una fine. Non perché chiuda tutto, ma perché accetta l’idea che le storie possano fermarsi in un punto di equilibrio, non necessariamente in un climax. In un panorama seriale in cui molte produzioni continuano semplicemente per non fermarsi, rischiando di snaturarsi, questa scelta rappresenta un valore aggiunto: la capacità di segnare un epilogo rispettando le storyline dei personaggi è ormai un lusso raro, e diventa uno dei punti di forza della stagione (e di tutta la serie).
