Sui social seguo una pagina divertente: «Boomers che scambiano traumi giovanili per preziosi ricordi». Raccoglie le esternazioni di chi rimpiange aspetti del passato come la leva obbligatoria o le punizioni corporali, si vanta di essere cresciuto benissimo con genitori che «insegnavano il rispetto» a suon di legnate e ama criticare e compiangere i giovani d’oggi. Tutto secondo il copione del vecchio bacucco che si lamenta delle nuove generazioni. Io rido perché mi sono sempre sentita «dalla parte dei giovani»: dopotutto sono un’orgogliosa millennial, non certo una baby boomer. Tutto bene, insomma, finché non è scoppiato il caso del bambino costretto a tornare a casa a piedi nella neve perché non aveva il biglietto dell’autobus.
Dell’episodio si è parlato fino alla nausea: ragazzino di undici anni deve tornare a casa, ma viene lasciato a piedi dall’autista perché sprovvisto del biglietto giusto e quindi si fa sei chilometri a piedi. Unanime lo sdegno, l’autista è diventato il nuovo bersaglio dell’odio online , il bambino aprirà le Olimpiadi di Milano-Cortina a mo’ di risarcimento. Io rileggo la notizia, sforzandomi di trovare qualcosa di strano in un undicenne che fa la strada a piedi perché non ha il biglietto. Eppure non riesco a indignarmi (se non per gli autobus a prezzi folli causa Olimpiadi) e nemmeno a commuovermi. Mi rendo conto di essere passata al lato oscuro: sono diventata un boomer anch’io.
Come andavamo a scuola
La premessa è che ho 40 anni, non 80: non dovevo svegliarmi alle 5 del mattino per raggiungere la scuola, non attraversavo fiumi con la carrucola, non portavo zoccoli di legno, non saltavo i fossi per il lungo.
Semplicemente, non abitavo in città, e a partire dalle scuole medie (età del bambino-eroe di Belluno) cominciai a prendere l’autobus di linea. Un viaggio breve, di 10 minuti. Al ritorno, uguale: i miei lavoravano e mia madre neppure aveva la patente. «Ai miei tempi» tutti i ragazzini andavano a scuola a piedi da soli, l’unica nostra compagna che veniva portata e recuperata ogni giorno in macchina dalla madre era unanimemente giudicata una viziata (non sto dicendo fosse vero: era così per noi).
Purtroppo l’autobus del ritorno partiva circa 5 minuti dopo il suono della campanella, e riuscivo a prenderlo solo a prezzo di grandi corse e una buona dose di fortuna (i miei non pensarono mai di lamentarsi con l’Atb). Se lo perdevo dovevo aspettare altri venti minuti, un tempo che ora (adulta, con lo smartphone) mi sembra tollerabile, ma allora mi pareva eterno. Cominciai a farmela a piedi, almeno il primo tratto. Se per caso l’autobus saltava una corsa o c’era sciopero non potevo farci niente – nessuno che potesse venirmi a prendere e comunque non esistevano i cellulari – e arrivavo a piedi fino a casa. Me la feci tutta a piedi anche in un giorno di neve, quando le strade diventarono impraticabili per i mezzi (il percorso comprende una salita nel bosco. Suona avventuroso, vero?). Ho controllato: sono esattamente sei chilometri, l’equivalente della strada fatta dal piccolo eroe bellunese. Per lui un trauma, per me un bellissimo ricordo.
Una follia collettiva
Sui fatti di Belluno penso anch’io che l’autista potesse essere un po’ più flessibile, e soprattutto che sia dovere di ogni singolo adulto “buttare un occhio” sul benessere dei minori, quando sono fuori casa senza accompagnatori. Di autisti e controllori indifferenti e scortesi ne ho incontrati diversi. Mi sembra un episodio grave? Neanche per sogno, e credo ci abbiamo già speso abbastanza parole.
Quello che mi sorprende è la risposta collettiva: un ragazzino di undici anni considerato come un bambino di cinque; una camminata di un’oretta nella neve, su una tratta ben conosciuta, trattata come fosse la ritirata di Russia; la Procura che apre un’inchiesta; un malinteso con l’autista visto come un’onta da lavare col sangue (gente che ne chiedeva il licenziamento, ma siamo seri?). In aggiunta: appelli ai genitori («Lo fate andare in giro da solo?» Ma grazie al cielo che c’è ancora qualche ragazzino abbastanza sveglio da fare da solo il percorso casa-scuola), denunzie per abbandono di minore, accuse alla madre – padre non pervenuto, come sempre – rea di avere sbagliato a comprare il biglietto (inserirò anche questo nell’infinita lista di competenze richiesta oggi per essere una buona madre: mobility manager ed esperta di Trasporto pubblico locale).
Infine, permettetemi di pensare male: cosa sarebbe accaduto se il nostro protagonista non fosse stato bianco? Avrebbe ricevuto la stessa solidarietà oppure nessuno se ne sarebbe occupato? O meglio ancora il mantra sarebbe stato: «I soliti immigrati che fanno i furbi/lasciano i figli allo sbaraglio/pretendono di avere tutto senza pagare»? Lascio la risposta aperta.
Strani ricordi d’infanzia
Tuttavia, pur restando convinta che il modo in cui oggi trattiamo i preadolescenti sia folle, se ripenso ad alcuni episodi della mia infanzia mi chiedo se siano veri, tanto mi sembrano irreali a distanza di anni. Avevo le chiavi di casa già in quarta elementare: a nove anni (alle elementari prendevo lo scuolabus) rientravo da sola e mi scaldavo il pranzo ai fornelli.
Una mattina d’inverno, correndo per andare a prendere l’autobus e perdendolo, scivolai su una lastra di ghiaccio, battei la testa e quando mi rialzai c’era una signora in una vecchia 500 che mi chiese se mi servisse un passaggio. L’auto profumava di incenso, c’erano rosari appesi allo specchietto e per tutta la durata del viaggio la signora mi parlò della figlia che si era fatta suora di clausura. La botta in testa o il tempo passato deformano la realtà? Successe davvero? In ogni caso era perfettamente normale che io potessi accettare il passaggio da una donna che non conoscevo, e non lo raccontai mai ai miei.
Talvolta, dopo essere uscita dalle scuole medie, andavo a prendere mio fratello minore alla scuola dell’infanzia. Poi tornavamo insieme con l’autobus di linea a casa (dove credo ci fosse mia madre, che non aveva ancora fatto la patente). Davvero le maestre consegnavano un bambino di pochi anni a me che ne avrò avuti al massimo tredici? Eppure è così.
A me sembrava normale, non ricordo particolari turbamenti a parte il fastidio del pendolarismo, ma oggi molti psicologi direbbero che la mia infanzia è stata trascurata. Sono stata trascurata? Ho dei traumi irrisolti di cui non mi rendo conto? Mentre lo scrivo mi viene da ridere, ma forse sono come uno di quei boomer che si vantano di essere andati a lavorare a dodici anni senza rendersi conto della gravità della situazione. Io ho l’impressione di essere stata sempre serena – tranne quella volta che presi per sbaglio l’autobus nella direzione opposta, e mi ritrovai con mio fratello di 4 anni in una parte sconosciuta della città – ma forse invece no, e ho dei traumi segreti da cui dipendono le mie fragilità di oggi. O magari è il contrario, e quelle esperienze mi hanno fortificato e resa più sicura delle mie capacità. Vi garantisco che non ho una risposta.
Le scelte dei genitori
Farei le stesse identiche scelte dei miei genitori con i miei figli? No, ho preso apposta casa vicino a scuola, parco, oratorio, in modo non debbano mai sentirsi isolati. Ho la patente, io e mio marito (che è più ansioso di me) li accompagniamo ovunque, siamo presenti. Non credo avranno le chiavi di casa prima della secondaria. Ciò non toglie che pianifico con impazienza i loro atti di autonomia: quando mio figlio potrà andare al supermercato di quartiere a fare la spesa da solo? Quando andrà e tornerà da solo dall’allenamento di calcio? Quanto a lungo posso lasciarli a casa da soli? Quando prenderanno un mezzo di trasporto pubblico da soli?
Mi chiedo se la mia esperienza tenda a farmi sopravvalutare quello che può fare un bambino di otto anni, poi prende il comando il mio lato boomeristico e mi ricordo che mia nonna a otto anni aveva già finito di andare a scuola e che la concezione di ciò che chiamiamo «infanzia» cambia nel tempo e nello spazio. Non tutte le infanzie vissute diversamente dallo standard odierno sono per forza “traumatiche” o produrranno adulti disfunzionali. I bambini sono per natura adattabili, e sta a noi adulti decidere, nella misura in cui possiamo farlo, cosa è appropriato all’età e cosa no, anche in funzione dell’epoca in cui si vive. Io, forse, sono capitata in quella sbagliata.
