93FE310D-CB37-4670-9E7A-E60EDBE81DAD Created with sketchtool.
< Home

«Donna, libro, libertà»: Lolita, Teheran e il patriarcato (da non confondere col maschilismo)

Articolo. Luciano Manicardi firma un piccolo testo che invita a una rilettura del celebre romanzo «Leggere Lolita a Teheran» della scrittrice iraniana Azar Nafisi. In un presente in cui è sempre più necessario scoperchiare il vaso di Pandora delle dinamiche di potere e di oppressione, in qualsiasi forma si manifestino

Lettura 3 min.

Sgombriamo subito il campo da qualsiasi dubbio preventivo, con una banalità che tuttavia non è superfluo ribadire: «Lolita» di Vladimir Nabokov è un capolavoro assoluto della narrativa novecentesca, e grazie al volume del suo “respiro” (e grazie a una scrittura straordinaria) sarà destinato a restare tale ancora per molto tempo. Lo svolgersi, davanti ai nostri occhi, dell’abiezione morale di un uomo e del suo ossessivo desiderio di possesso, è rappresentato con una profondità e una brillantezza narrativa uniche.

Dopo decenni, continua a parlare forte e chiaro al presente. Attraverso le vicende che riguardano un maniaco adulto e una ragazzina di dodici anni, Nabokov traccia i contorni di una dinamica universale: «la confisca della vita di un individuo da parte di un altro» , come scrive Azar Nafisi nell’opera «Leggere Lolita a Teheran», che Luciano Manicardi rilegge nel suo « Donna, Libro, Libertà » (Cooperativa Achille Grandi, 2023).

Il romanzo di Azar Nafisi provava (con successo) a declinare i temi di Lolita nel contesto dell’Iran contemporaneo, delineando uno spazio di contiguità tra l’abuso e l’oppressione di Lolita da parte di Humbert [il protagonista, ndr] e quello delle donne iraniane in un regime teocratico e autoritario. «Viene dunque letto “Lolita” in chiave antitotalitaria» spiega Manicardi, «come denuncia dell’essenza di ogni totalitarismo». Insomma, si tratta di qualcuno che può esistere solo in relazione al sogno (o forse meglio, all’ossessione) di qualcun altro, al suo soddisfacimento. «Lolita diventa il prodotto del sogno di un altro, esattamente come le donne iraniane si trovavano a essere il prodotto del sogno in bianco e nero del loro tiranno che priva la loro vita anche dei colori» continua Manicardi.

Emergono così dinamiche di potere che sono «familiari», nel doppio ambito semantico del termine: ossia conosciute e afferenti all’ambito della famiglia – della «patria», da «patriá», ovvero «stirpe, tribù, famiglia». Stigmatizzare l’identità del soggetto, delegittimarne l’autonomia, l’intraprendenza; degradarlo a uno stato di inferiorità che si risolve (anche) nella subalternità – economica, sociale; relegarlo a uno spazio definito, controllato, invalicabile; condizionarlo con la persuasione, la paura, il terrore, la violenza. Per poi colpevolizzarlo nel suo statuto di vittima, e qui ogni occasione è buona: sappiamo bene che in questo senso la fantasia non entra mai in crisi di creatività, soprattutto nel momento in cui la vittima ha la forza di riconoscere la sua condizione, o “addirittura” la “sfacciata presunzione” di essere riconosciuta come tale all’esterno. Insomma, un compendio di tutto ciò che si direbbe costitutivo del patriarcato, qualcosa che qui “da noi” è pervasivo ma subdolo, non è qualcuno che ti entra in casa con le scarpe coperte di fango sul pavimento appena pulito..

«Di fatto, il romanzo di Nabokov presenta una Lolita che non esiste se non nel legame con il suo carceriere. Le è strappata la soggettività e, nelle parole di Humbert non è che “la mia Lolita”, “la mia ninfetta”, “la mia viziata schiava-bambina”». Il che dà una dimostrazione evidente di un protagonista-narratore che si definirebbe “non attendibile”: conosciamo solo attraverso di lui, vediamo solo attraverso i suoi occhi, Lolita non ha parola, abbiamo un’immagine di lei che è opera esclusiva del suo aguzzino, del suo «padre-padrone». E a proposito, Manicardi scrive: «La propaganda di regime, la voce delle autorità che riplasma i fatti e copre i delitti commessi con sfacciata spudoratezza, il mettere a tacere, per quanto possibile, i mezzi di comunicazione che non si allineino al pensiero unico, le misure restrittive e le censure a Internet, la repressione digitale non sono che forme aggiornate del non dare la parola alla vittima».

Questo conoscere, ma solo ed esclusivamente da un punto di vista parziale, viziato, e quindi inaffidabile, non è forse qualcosa che riguarda le società occidentali? Il modo di concepire l’altro, di guardare ex cathedra tutto ciò che occidentale non è? La presunzione di superiorità – che sia morale, culturale, religiosa – non è forse una cellula tumorale della contemporaneità? Allargare lo sguardo può aiutarci allora a smascherare tutte le dinamiche di sopraffazione che innervano non solo i regimi totalitari o teocratici, dove la loro applicazione è più sfacciata e più facilmente contestabile, se guardata dall’esterno.

Il suprematismo è il terreno di coltura di tutti questi germi: non è forse il sostrato anche degli abomini che osserviamo da settimane nel contesto dell’assedio di Gaza e dei territori palestinesi da parte del governo di Israele? Si ritrovano le stesse dinamiche patriarcali che abbiamo elencate poco sopra: è lo stesso spazio che unisce due entità così diverse, in apparenza, come Lolita e le donne di Teheran di cui parla Nafisi. Uno spazio in cui è importante ribadire a gran voce “una tutela della vita senza eccezioni”, ma che non rinunci a verità e giustizia.

Ciò che opprime la soggettività di Lolita, che condiziona la vita delle donne, in Iran come in occidente, fino ad ucciderle, chiede di essere inserito in una prospettiva più ampia, oltre il maschilismo. È una postura che non può essere corretta curando uno solo dei suoi sintomi. Patriarcale è qualsiasi approccio suprematista, di presunzione di superiorità, di legittimazione dell’interferenza nella libera costruzione del sé, inteso non solo come entità singola ma anche come entità collettiva. La guerra, il colonialismo, il militarismo, la violenza sulle donne, la discriminazione di genere, sono tutti prodotti del patriarcato. E a guardare bene, li si vede sempre procedere a braccetto. Per guarire davvero da questo male, serve curare tutti i sintomi.

Approfondimenti