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Un latitante ultracentenario. La storia di Simone Pianetti raccontata dal pronipote

Articolo. Può un episodio di cronaca nera avvenuto più di cent’anni fa raccontare ancora molto di chi siamo oggi? È la sensazione, costante, che ha il lettore di «Cronaca di una vendetta. La vera storia di Simone Pianetti». L’autore Denis Pianetti, che da vent’anni si dedica a ricostruire questa storia, lo presenta a Curno l’11 aprile nell’ambito della rassegna «Tierra!»

Lettura 4 min.
Il frontespizio del Chronicon conservato presso l’archivio parrocchiale della frazione Pianca di San Giovanni Bianco

La storia di Simone Pianetti è quella di un latitante ultracentenario, scomparso fra i monti del Cancervo e del Venturosa nell’estate del 1914, dopo avere compiuto un’orribile strage. Ma è anche la storia di un mito, alimentato da voci, leggende, interpretazioni, caricato di significati simbolici, per i bergamaschi, ma non solo. I fatti sono riportati accuratamente nelle 588 pagine di «Cronaca di una vendetta. La vera storia di Simone Pianetti» (Edizioni Corponove), ricostruiti dal pronipote Denis Pianetti, con numerosi documenti e fotografie d’epoca.

La cronaca

In breve: il 13 luglio 1914 il mugnaio Simone Pianetti abbraccia e bacia la figlia più piccola, esce dalla sua casa di San Giovanni Bianco armato di fucile – era un abile cacciatore di camosci – attende il passaggio del dottor Domenico Morali e lo uccide. Va in cerca del sindaco di Camerata Cornello e, non trovandolo, spara al segretario comunale Abramo Giudici e alla figlia di lui, Valeria. Uccide poi davanti agli occhi della moglie il calzolaio e giudice conciliatore Giovanni Ghilardi; in seguito spara al parroco don Camillo Filippi e al messo comunale Giovanni Giupponi. L’ultima vittima è Caterina Milesi.

Sette morti, ma avrebbero potuto essere di più: la lista nera di Pianetti era lunga, con decine di nomi. Dopo l’ultimo omicidio, Simone Pianetti si dilegua verso il monte Cancervo. La caccia all’uomo dura mesi e impegna centinaia di persone: Pianetti non fu mai ritrovato e non si sa che fine abbia fatto.

La vendetta

Il movente degli omicidi, come appare chiaro da subito, è la vendetta. Simone Pianetti era un uomo dal carattere difficile e caparbio, che si era fatto troppi nemici ed era ormai economicamente rovinato. Nato benestante, aveva fama di dongiovanni e testa calda. Di idee politiche liberali, era emigrato negli Stati Uniti e da lì tornato con tante nuove idee imprenditoriali: «un uomo troppo moderno per i suoi tempi» lo definisce Denis Pianetti.

Ma chi erano le persone sulla sua lista nera? Al dottor Morali non aveva mai perdonato di non avere curato bene l’appendicite del figlio; il segretario comunale Giudici aveva firmato l’ordinanza di chiusura della sua osteria; Valeria Giudici era fra le “figlie di Maria” che avevano festeggiato a suon di pentole la cacciata della famiglia Pianetti da Camerata Cornello; il giudice Ghilardi non aveva riconosciuto la legittimità del suo credito nei confronti di Caterina Milesi; il parroco, che dal pulpito si era scagliato contro il ballo, era ritenuto responsabile del boicottaggio e quindi della chiusura della sua osteria; il messo comunale aveva intralciato i suoi piani di realizzazione di una fontana; Caterina Milesi non gli aveva mai pagato della farina macinata al suo mulino elettrico (il primo della valle) e lo aveva diffamato, dicendo che la farina era cattiva.

“Uno in ogni paese”

All’indomani della strage, Pianetti venne definito dai giornali «belva umana», ma molto presto – pur senza giustificarlo – si riconobbero le sue ragioni. Da killer assetato di sangue era diventato un vendicatore e un giustiziere.

«Conoscendo la sua storia è difficile volergli male, non si può che riconoscere che sia stato vittima di soprusi e del potere delle istituzioni – dice Denis Pianetti – Già all’epoca, a pochi giorni dagli omicidi comparvero le prime scritte sui muri: “Uno in ogni paese”, a sottolineare che in ogni paese c’erano autorità cui ribellarsi». Da qui la fama di Pianetti come anarchico, non motivata però dai fatti: «Era piuttosto un liberale, amico di Bortolo Belotti, in una terra molto clericale dove ribellarsi all’autorità del parroco era impossibile. C’erano compaesani che ammettevano che aveva subito molti torti, ma non potevano schierarsi apertamente dalla sua parte: appoggiarlo era pericoloso».

La Val Brembana

Alcune delle pagine più belle di «Cronaca di una vendetta» non parlano di cronaca nera, ma della Val Brembana negli anni della Belle Époque. Risultano particolarmente toccanti per chi conosce quei luoghi e conserva memorie familiari di quel passato. Una terra di forti contrasti: apparentemente immobile, chiusa e legatissima alle sue tradizioni, ma dov’erano arrivate, insieme al turismo, novità viste non sempre di buon occhio, come il treno, l’elettricità, la macchina fotografica.

Nei paesi, come detto sopra, la vera autorità era il parroco, ancor più che il sindaco. Al tempo stesso, stava nascendo un forte sentimento anticlericale, culminato nelle elezioni per il parlamento del 1913 che videro contrapporsi aspramente il candidato cattolico Carugati al liberale Belotti, vinte per una manciata di voti da quest’ultimo.

Mandriani e carbonai

Era anche una terra aspra, dove mandriani e carbonai vivevano lontani dalla civiltà, isolati in remote baite per lunghi mesi l’anno. Proprio da loro Simone Pianetti, che grazie alla sua attività di cacciatore conosceva benissimo la montagna, ricevette fattiva solidarietà. «I pastori, sapendo che lui era nei pressi, imbandivano la tavola con polenta e formaggio e poi si nascondevano sui massi del Cancervo. Se invece si presentavano i carabinieri, impegnati in una estenuante caccia all’uomo, chiedevano il pagamento di 4 lire per il pasto consumato. Facevano anche da tramite con la famiglia, nascondendo i biglietti di Pianetti nelle scarpe quando tornavano in paese».

Incredibile a dirsi, il latitante riuscì a organizzare un ultimo incontro con il figlio Nino, che invano tentò di indurlo a costituirsi.

Il mito

Nella nostra epoca, costantemente geolocalizzati e monitorati in mille modi, non possiamo che provare una nostalgia romantica del secolo scorso, quando bastava prendere i monti appena fuori casa per fare perdere le proprie tracce, i messaggi erano veicolati da analogici bigliettini di carta e l’unico telefono presente in valle era quello dell’albergo del paese. Una fuga come quella del Pianetti sarebbe oggi del tutto impossibile.

Il mito del Pianetti si alimenta dell’incertezza della sua fine: «La famiglia ha sempre sostenuto che si sia gettato in un crepaccio sul monte Pegherolo, poco dopo l’ultimo incontro con il figlio» racconta Denis Pianetti.

All’epoca dei fatti Simone Pianetti era un uomo di 56 anni, ancora vigoroso, ma fiaccato dalla lunga latitanza, ed è assai probabile che possa avere avuto un incidente in montagna. Ipotesi più romantiche – il libro le esamina tutte – vogliono che il fuggiasco sia riuscito a raggiungere la Svizzera, oppure a tornare verso Bergamo nascosto in un carro di legname, emigrato in Sudamerica e altre fantasticherie. «Ho avuto parenti che frequentavano la locanda di Nino Pianetti a Milano, dove la famiglia si era trasferita. Dicevano di vedere sempre un anziano seduto in un angolo e che fosse il padre Simone, tornato in Italia sotto falso nome».

L’eredità

Di Pianetti si è scritto tanto: romanzi, canzoni, versioni teatrali, ballate, spettacoli di burattini. Le versioni della sua storia sono le più disparate: chi lo vuole amico di Gaetano Bresci, chi nei guai con la Mano Nera negli Stati Uniti, chi a caccia di elefanti con re Vittorio Emanuele. Già a pochi mesi dalla strage i fogli volanti dei cantastorie ne raccontavano le gesta. «È entrato nella tradizione letteraria folcloristica, ora se ne fanno podcast, manca solo la serie tv – commenta Denis Pianetti, che è pronipote indiretto di Simone (il bisnonno era il fratello di quest’ultimo) e si dedica da vent’anni a ricostruire questa storia – Ho cominciato nel 1996, quando studiavo Lingue all’Università di Bergamo, spinto dal professor Tarcisio Bottani, originario anche lui di San Giovanni Bianco».

Nell’edizione aggiornata del testo sono stati aggiunti i testi del processo Pianetti, grazie alla collaborazione con il magistrato Giancarlo Battilà, recentemente scomparso, considerato uno dei pilastri della Procura della Repubblica di Bergamo.

Di questo e di molto altro si parlerà con l’autore durante l’incontro «Un latitante ultracentenario», parte della rassegna «Tierra!», giovedì 11 aprile alle 21 a Curno presso l’Auditorium “Fabrizio de André” della Biblioteca comunale (via IV Novembre 31). L’ingresso è libero, la prenotazione consigliata presso la biblioteca, chiamando il numero 035603009 o scrivendo a [email protected].

(Le foto sono di Denis Pianetti)

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