L’oreficeria Mori è un’istituzione a Torre Boldone, e ha vissuto più di sessant’anni di storia. È un «negozio classico» – così lo definisce Cinzia Mori, comproprietaria insieme al padre, Giuliano Mori – diverso dalle complesse logiche della grande distribuzione. Un negozio incastonato tra altri negozi di quartiere, con un’insegna che scintilla sotto questo timido sole di quasi primavera, a pochi passi dalla Casa Comunale di Torre Boldone. « L’attività è stata aperta nel 1965 dai miei nonni, mentre dal 1971, l’anno in cui si sono sposati, i miei genitori l’hanno presa in gestione», racconta Cinzia, accogliendomi nella sala principale del negozio, dove i gioielli contemporanei spiccano dentro a vetrine in legno dal fascino senza tempo.
Mi ero accordata con Cinzia per essere lì nel primo pomeriggio, il momento più tranquillo della giornata. Ma, anche se i clienti che passano sono pochi, c’è comunque un viavai di consegne, di pezzi che devono essere portati a uno dei laboratori esterni a cui il negozio di appoggia. Si respira un’atmosfera cordiale ma professionale, e queste piccole interruzioni mi permettono di osservare in silenzio la quotidianità dell’oreficeria. «Finite le superiori», mi racconta Cinzia, «scelsi di fare un corso di specializzazione in gemmologia, e iniziai ad affiancare in maniera abbastanza naturale mio padre in negozio. L’ho visto lavorare sin da quando ero piccola, e ora mi trovo qui anche io».
Giuliano, 79 anni, il padre di Cinzia, dallo studio poco più in là del bancone, ascolta attento l’intervista. Oltre ai gioielli in esposizione, nell’oreficeria ci sono alcuni macchinari che attirano la mia attenzione: un laser per la saldatura di piccole catene metalliche e una macchina degli anni Ottanta per le incisioni su metalli preziosi. Cinzia mi mostra la macchina per le incisioni, grande e pesante, appoggiandola sul bancone. Nonostante il macchinario abbia quasi cinquant’anni è in grado di garantire una durevolezza delle incisioni che nulla ha a che fare con quelle al laser, che resistono di meno al passare del tempo. Cinzia è decisa a mostrarmi il suo funzionamento. Con mani esperte inserisce una fede – uno dei tanti modelli di cui l’oreficeria dispone – tra tre ruote dentate e mi spiega rapidamente come funziona. In quegli ingranaggi e in quei sistemi c’è tutta la solida precisione di uno strumento analogico. Il laser per le saldature è più moderno, dotato anche di una lente di ingrandimento: può fondere con precisione millimetrica le due estremità di una catenella. Cinzia siede sullo sgabello davanti alla macchina, mostrandomi come lavorarci. Qui la tecnologia è più moderna, ma necessita pur sempre di abili mani che la guidino.
«All’oreficeria Mori non si vendono solo gioielli, ma si riparano anche orologi, monili e sveglie, un’arte rara al giorno d’oggi». Riparare e riutilizzare: la sostenibilità è parte intrinseca di questo lavoro. L’estrazione di oro e di pietre preziose ha un impatto ambientale e sociale devastante (pensiamo al consumo d’acqua e all’uso di sostanze tossiche impiegate durante l’estrazione, come il mercurio). Quando un gioielliere prende un anello della nonna, scioglie l’oro e usa le stesse pietre per creare un design moderno, sta facendo urban mining (estrazione urbana). Si allunga la vita di un oggetto senza scavare un solo centimetro di terra e senza alimentare le miniere in Paesi in via di sviluppo. Una delle tante forme dell’economia circolare.
Cinzia ha visto passare centinaia di clienti in tutta la sua carriera lavorativa, e gli aneddoti sul riuso non mancano: racconti intrecciati al valore sentimentale che alcuni gioielli custodiscono. «Una cliente, per esempio, aveva perso un orecchino della bisnonna, così ha deciso di trasformare l’orecchino restante in un anello, per avere quel ricordo sempre con sé», sorride perché le possibilità sono davvero infinite. «Oppure un altro classico esempio è l’orologio del nonno che viene regalato al nipote che si laurea. Siamo a Torre Boldone da talmente tanto tempo che arriva la pro-nipote per far sistemare una collana che le ha regalato la bisnonna, e che è un gioiello che le abbiamo venduto proprio noi».
Ogni acquisto porta con sé delle emozioni, perché ogni anello, ogni bracciale, vuole essere custode di un momento prezioso. «Si rivolgono a noi persone per eventi speciali come un anniversario o una nascita. Un semplice acquisto mi fa vivere il cliente, mi fa entrare in contatto con lui o lei. Riscopro, in queste richieste, il piacere – non solo il dovere – di rispettare le tempistiche, perché ogni gioiello sarà per sempre legato a una data particolare, che un’intera famiglia ricorderà. Quando si decide di spendere in gioielleria, da parte mia serve una certa dose di empatia, una sorta di, come mi piace chiamarla, coccola verso il cliente».
Eppure non tutto si ripete, all’oreficeria. I tempi sono cambiati, e anche le necessità di chi si rivolge a Cinzia e a Giuliano Mori. «La clientela – continua Cinzia – è sempre più variegata, e ha esigenze più varie: ora si chiede molto anche l’argento, a differenza di una ventina d’anni fa in cui era più in voga l’oro, soprattutto per una questione di costi. Le persone arrivano da noi per progettare e realizzare gioielli su misura. Se prima i clienti trovavano nel prodotto già fatto qualcosa che la soddisfaceva, oggi si sta riscoprendo la strada delle personalizzazioni, anche per dare nuova vita a gioielli di famiglia». Con le nuove tecnologie, il su misura acquista ogni volta un significato speciale. Grazie a un’apposita stampante 3D vengono creati i modelli in cera, il punto di partenza per realizzare poi il prodotto in metallo prezioso: si tratta di un’evoluzione della tecnica «a cera persa», un metodo di fusione noto fin dall’età del bronzo utilizzato per creare sculture e gioielli. Una tecnica che permette di ottenere una copia in metallo del prototipo in cera, che poi andrà sgrezzata e limata: le applicazioni di questo metodo sono infinite, e aprono le porte alla creatività.
Il cambiamento non arriva solo dall’esterno, ma qualcosa si muove anche tra le fila dell’oreficeria Mori, perché uno dei figli di Cinzia, Andrea, 24 anni, si sta avvicinando con grinta e dedizione al lavoro della madre e del nonno. In negozio si interfaccia con la clientela, prendendo sempre più confidenza con un mestiere che, con lui, tocca la quarta generazione. Cinzia sorride, con una nota di soddisfazione, ma anche di curiosità verso ciò che i prossimi anni le riserveranno: «Dagli anni Settanta ci sono stati i miei genitori, ora ci sono io, e in futuro sembra – non si sa mai nella vita! - che voglia proseguire Andrea, facendo dei corsi appositi, proprio come ho fatto io. È un vero orgoglio per me. C’è il ricambio generazionale di cui i negozi classici hanno bisogno. Vuol dire che gli abbiamo trasmesso una passione per un certo lavoro».
Passione e curiosità si toccano con mano all’oreficeria Mori, in un mestiere che, dopo tanti anni, vuole ancora aprirsi, modernizzandosi e andando sempre più incontro ai desideri di una clientela che cambia. Prima con Giuliano Mori, poi con Cinzia e ora con Andrea, a Torre Boldone questa oreficeria classica continua a prosperare, portando nel futuro un mestiere antico.
Tutte le foto sono di Marta Valoti
