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E se quest’anno il buon proposito fosse volersi bene?

Articolo. In un momento in cui è facile fare bilanci sul passato e porci buoni propositi sul futuro, può essere importante accettare ciò che siamo e iniziare ad amarci

Lettura 3 min.

Il nome “gennaio” deriva da Giano, divinità latina protettrice delle soglie, che aveva un volto che guarda avanti e uno dietro. Ne scrivevo qui un paio di anni fa. Ogni soglia, ogni porta rappresenta un momento di passaggio: possono essere porte reali da cui usciamo per non tornare più uguali (case da cui ce ne andiamo, luoghi di lavoro, scuole), o passaggi simbolici, come compleanni o, appunto, il cambio di anno. Come Giano, è inevitabile in momenti simili guardare indietro, e fare bilanci su ciò che ci lasciamo alle spalle, e guardare avanti, interrogandoci su ciò cui stiamo andando incontro.

Nel guardare avanti, e porsi i proverbiali «buoni propositi» è bene darsi propositi raggiungibili, anche piccoli e vicini, per evitare di aggiungere un giudizio malevolo nei nostri confronti. Nel camminare verso i propri obiettivi è essenziale saper dare valore a ogni passo che facciamo per raggiungerli e evitare di giudicarci male se non ce la facciamo. Giudizio e senso di colpa sono zavorre che pesano nel nostro bagaglio, e possono rendere il nostro viaggio più difficile e faticoso. È invece importante notare e gratificarsi per ogni piccolo »sotto obiettivo» raggiunto, farci caso come scrivevo a proposito della felicità poche settimane fa.

Certo, possiamo anche puntare in alto, con qualcosa di irraggiungibile, tenendo presente la qualità utopica di questa meta e non alimentando il senso di colpa se non ci arriviamo. Come scriveva Eduardo Galeano in «Finestra sull’Utopia», l’utopia è sempre all’orizzonte, si fa un passo e questa si sposta in avanti di un passo. Questo perché, essendo irraggiungibile, serve proprio a camminare, a mettersi in moto, a prendere una direzione. Se vogliamo porci dei propositi, insomma, il passaggio al nuovo anno, simbolicamente, potrebbe essere un buon periodo. Se non altro cambiamo calendario, agenda e, col solstizio d’inverno, le giornate tornano ad allungarsi, anche se il fatto di essere in inverno può non facilitare l’avere la necessaria carica per metterci la giusta energia.

Tornando al momento di passaggio, alla soglia fra una fine e un inizio, questi sono indissolubilmente legati. Quando qualcosa finisce, spesso inizia qualcosa di nuovo, e il tempo circolare delle stagioni ce lo ricorda. E tutto ciò che inizia, ha la sua fine. Sono convinto che uno dei grandi rimossi della nostra epoca sia proprio il concetto di fine. L’illusione della possibilità di un progresso infinito, in un sistema con risorse finite, è alla base di molti dei problemi che viviamo a livello globale e, nel nostro piccolo, anche a livello psicologico. Anche le nostre risorse sono limitate: denaro, energia, forza e, soprattutto, tempo. Se la rimozione del concetto di fine ha implicita idea di un progresso senza limiti, quindi, forse anche la tendenza di doversi porre ciclicamente obiettivi e migliorie ha la stessa origine, è un’attitudine che rischia di diventare ossessiva.

Luigi de Marchi, psicoterapeuta di ampia formazione, ha intitolato un suo libro, in cui si occupava proprio della rimozione della morte, «Scimmietta ti amo», dove la “scimmietta” era proprio il genere umano, visto così piccolo e fragile, di fronte a un mistero incommensurabile come la morte. Di fronte alla fine, dunque, è possibile per noi accettare di non doverci porre chissà quale obiettivo di miglioramento? Possiamo ammettere di andar bene così come siamo? Di essere persone, per parafrasare Donald Winnicott, «sufficientemente buone» e riuscire a dirci «scimmietta ti amo»?

Propongo che il primo passo e il primo (eventualmente l’unico) proposito sia provare a volersi bene e apprezzarsi. Può sembrare banale, retorico (o esser giudicato narcisismo, parola quantomai abusata e mal compresa), ma nel mio lavoro trovo spesso, nella psiche delle persone che incontro, giudici e inquisitori sperati e oltremodo crudeli, e l’amore verso di sé sembra impossibile. È banale scriverlo e leggerlo, insomma, ma volersi bene è un atto quantomai difficile da praticare. Dentro di noi ci son tante parti che hanno una certa autonomia rispetto alla nostra volontà, e possono sembrare remarci contro. Accettare i nostri errori, per esempio, può esser un buon punto di partenza: provare a vederci come bambini e prenderci per mano come faremmo probabilmente se vedessimo un bambino incespicare camminando o, forse come vorremmo fosse stato fatto con noi quando eravamo bambini.

Possiamo iniziare con piccole cose: piccoli gesti o doni (In «Twin Peaks», l’agente Cooper, mentre cerca di combattere il male assoluto, raccomanda di farsi almeno una piccola sorpresa, ogni giorno), ma anche un semplice sorriso quando ci vediamo riflessi in una vetrina o una finestra. Una terapeuta bioenergetica ci ha raccomandato, alla fine di una classe di movimenti, di rivolgerci un «grazie», e di ripetercelo ogni sera, per ringraziarci per la giornata che abbiamo superato. Un «grazie» che potrà sembrare artificiale, forse, all’inizio, ma che alla lunga può portare a un’apertura, uno scioglimento, a uno scaldarsi del cuore e dell’amore nei nostri confronti. Questo è il primo vero passo sensato, che può portarci davvero su una nuova strada, su un cammino che ha senso percorre, ovunque possa portarci.

Per quest’anno (o: a partire da oggi?), il volto che guarda indietro di Giano può “far caso” a tutti i passi che abbiamo fatto per arrivare dove siamo, alla fatica che abbiamo fatto, alle volte che abbiamo inciampato, riuscendo a rialzarci, quelle in cui abbiamo meritatamente riposato, ma anche quelle in cui muoversi era troppo difficile, e guardarci con benevolenza. E il volto che guarda avanti può accompagnarci, passo dopo passo, senza farci fretta, senza imporci tempi non nostri, sostenendo semplicemente il nostro andare. Giano, qui, è una parte di noi che ci osserva sempre, e può farlo anche amorevolmente. Entrambi i volti di Giano possono sorriderci.

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