L’intervista a Maria Luisa Pacelli, direttrice dell’Accademia Carrara di Bergamo, è il secondo appuntamento del progetto editoriale che nei prossimi mesi intende attraversare e raccontare lo stato della cultura bergamasca attraverso la voce dei principali referenti delle agenzie culturali pubbliche e private della città. L’Accademia Carrara, con la sua storia, il suo patrimonio rappresenta uno dei presìdi culturali più autorevoli del territorio e un osservatorio privilegiato sul rapporto tra qualità scientifica, responsabilità civica e costruzione di comunità.
Raggiungo Maria Luisa Pacelli nel suo ufficio, dalla cui finestra si vede l’Accademia. Numerosi i progetti che abitano la scrivania e l’impressione è quella di un museo che guarda lontano nel dialogo nazionale e internazionale (il nuovo comitato scientifico ne è la prova), ma che al tempo stesso è consapevole del proprio radicamento e della necessità di rinnovare continuamente il patto con la città.
L.L: La Fondazione Accademia Carrara nasce dall’equilibrio tra pubblico e privato: cosa dice questo modello della sua missione pubblica? E come si bilanciano, ogni giorno, attrattività, risorse e responsabilità sociale?
M.L.P: Credo che le forme di gestione scelte per guidare musei, biblioteche e teatri siano strumenti. Ho avuto un’esperienza variegata nelle forme di gestione: ho iniziato alla fine degli anni Novanta nel Comune di Ferrara, dove sono stata per dieci anni curatrice e conservatrice delle gallerie civiche d’arte moderna e contemporanea e per altri dieci direttrici. Quando sono arrivata alla Carrara ho trovato un patrimonio molto ben tutelato, con una programmazione continuativa di restauri e collaborazioni con istituzioni come Venaria Reale e l’Opificio delle Pietre Dure. La conservazione è il primo indicatore della salute di un museo. A questo si affianca il lavoro di studio e ricerca, come quello sui cataloghi del patrimonio. Anche il programma espositivo è centrato sul patrimonio, perché le mostre sono occasioni di valorizzazione, divulgazione ma anche di studio e tutela. Tutto questo deve però essere economicamente sostenibile. Un ente pubblico, con le molteplici esigenze che deve affrontare, difficilmente può sostenerne integralmente i costi. Se si sceglie un profilo più basso, si può fare una programmazione diversa, ma un museo con la storia e la qualità della Carrara deve perseguire un livello alto.
Una Fondazione con la partecipazione dei privati garantisce questa qualità. Il problema, quindi, non è la forma di gestione in sé, ma il programma che si intende realizzare e l’equilibrio tra marketing e progetto culturale. Anche il marketing è strumentale alla sostenibilità economica: non è fine a sé stesso. L’equilibrio nasce da una dialettica costante tra direzione scientifica e direzione amministrativa, da cui deve scaturire un programma sostenibile, capace di attivare i valori divulgativi, scientifici ed etici dell’istituzione e di connetterla al meglio sul piano nazionale e internazionale.
L.L: I risultati 2025 dell’Art Bonus per l’Accademia Carrara hanno raddoppiato l’obiettivo previsto di 500mila euro: come si traduce questo successo di fundraising in un patto pubblico chiaro per la comunità? E quali priorità deve sostenere: accesso, educazione, conservazione, ricerca o inclusione?
M.L.P: Io non credo che un’istituzione museale debba privilegiare la tutela sull’educazione, né la valorizzazione sull’inclusione. Ho sempre visto i musei come un «tutto organico» e questo è l’approccio che ho sempre avuto e che continuerò ad avere. Dopodiché ci sono obiettivi che non possiamo trascurare, tra questi l’accessibilità. Il patrimonio è di tutti i cittadini e non può che essere reso accessibile a tutti. Il patto con la comunità è centrale e va ricostruito dove non c’è più o dove si è indebolito. Mi è successo a Bologna: da direttrice della Pinacoteca ho voluto realizzare una mostra sulle origini del museo, partendo dall’esposizione che Canova organizzò quando riportò le opere dalla Francia dopo le spoliazioni napoleoniche. Era un modo per ristabilire un legame identitario tra istituzione e città. A Bergamo, però, non c’è bisogno di un’operazione di questo tipo, perché l’Accademia Carrara è già al centro della vita comunitaria. Qui si tratta piuttosto di non tradire quel patto, anzi di rafforzarlo. E credo che, con tutta l’attività che portiamo avanti, dalla didattica al lavoro sul pubblico giovane, fino alle conferenze, stiamo onorando quel patto. Da questo punto di vista, quest’anno realizzeremo una mostra su Giacomo Carrara (in programma in autunno e inverno, ndr), che avrà una durata più lunga rispetto a quelle abituali. È un progetto che coinvolge molte istituzioni cittadine. Questo significa rispettare la storia del museo, raccontarne il fondatore e i valori che lo hanno mosso. E significa anche rendere ancora più evidente quale sia il nostro servizio alla comunità.
L.L: Secondo «Minicifre della cultura 2025» (Istat), oltre il 60% degli italiani non visita musei e la partecipazione cresce con il livello di istruzione. Quali barriere strutturali riconoscete oggi anche nel rapporto tra la Carrara e i suoi potenziali pubblici?
M.L.P: Questi sono temi molto difficili, perché hanno a che fare con l’attività del museo solo in parte. Non ci si può illudere di raggiungere da soli fasce della popolazione che vivono problemi quotidiani complessi, come arrivare a fine mese o il mancato accesso ai servizi essenziali. Il museo può, però, concorrere, insieme alle altre istituzioni del territorio, al benessere complessivo di quelle fasce di popolazione e alla crescita culturale e civica di tutti. Per quello che gli compete, il museo può e deve contribuire ai processi di inclusione, che non riguardano in modo esclusivo la cultura. Credo che le attività legate all’accessibilità siano già molto soddisfacenti e che si debba continuare su questa strada. Si pensi allo spazio destinato alle mostre per i bambini, frequentatissime anche da un pubblico adulto; si pensi al nuovo allestimento e all’impegno di adottare un linguaggio comprensibile a tutti, senza abbassare il livello dei contenuti; si pensi alla molteplicità di proposte pensate per rispondere a esigenze diverse, senza tradire la missione del museo. C’è poi un aspetto dell’accessibilità su cui dobbiamo investire maggiormente: il patrimonio online. La Carrara ha già i suoi dipinti visibili sul sito, ma quel catalogo può essere reso molto più interessante e più accessibile, trasformandosi in una vetrina per tutti i suoi potenziali pubblici.
L.L: Con 83.883 ingressi nel 2025, come può l’Accademia Carrara tenere insieme ambizione scientifica e relazioni internazionali con l’esigenza di essere sempre più accessibile, riconoscibile e partecipata dalla città?
M.L.P: L’ambizione scientifica e il respiro internazionale non sono in contraddizione con il rapporto con la città, a condizione che ciò che facciamo nasca sempre dal patrimonio e dall’identità dell’istituzione. Gli 83.883 ingressi del 2025 ci dicono che la Carrara è una realtà solida e frequentata, ma il punto non è solo il numero: è la qualità del rapporto che costruiamo. Una programmazione di alto profilo non deve essere percepita come distante, bensì come un valore che appartiene alla comunità. Questo dipende molto da come si racconta e da quanto si riesce a rendere comprensibile e condivisibile il lavoro scientifico che sta alla base delle scelte. In questa direzione, la mostra su Giacomo Carrara per me rappresenta un passaggio importante. La vedo come un momento in cui concentrarci sul museo, sulla sua identità e sulla sua storia. Ci occuperemo di collezionismo, di reti tra musei, di come si è costruita una collezione pubblica, e mostreremo parti del patrimonio che normalmente non sono visibili. È un modo per far capire che l’autorevolezza nasce da una storia, da valori fondativi, da un progetto culturale che riguarda la città fin dalle sue origini. Tenere insieme dimensione internazionale e riconoscibilità locale significa proprio questo: non abbassare il livello, ma fare in modo che la qualità diventi un elemento identitario condiviso. Se il lavoro sul patrimonio è solido, se la ricerca è seria, se la programmazione è coerente, allora l’apertura verso l’esterno non indebolisce il legame con la città.
L.L: I dati nazionali indicano che oltre il 55% dei visitatori è occasionale, che gli under 30 restano sotto il 20%. Quali profili stanno crescendo, quali invece dovete ancora raggiungere e quanto la scuola resta un partner strategico?
M.L.P: La scuola è ancora un partner fondamentale: è lì che si deve seminare, perché è un luogo chiave per una reale inclusività. Ma questo vale non solo per quanto riguarda i musei. L’età della formazione è strategica: è il momento della scoperta, della massima porosità, e richiede da parte nostra un impegno continuo e un investimento costante per rendere i giovanissimi e i giovani utenti solidi e costanti della nostra offerta culturale, eliminando quel senso di timore che spesso può sorgere nei confronti di un museo. In questo senso, il progetto « Forever Young », ad esempio, è un progetto in qualche modo sperimentale, che ha avuto grande successo ma il cui risultato è ancora sotto monitoraggio. Il pubblico bergamasco è sicuramente una parte importante della nostra utenza. Le giornate di gratuità nel mese di dicembre sono state per noi un’occasione per mostrare ai cittadini di Bergamo e provincia un museo in costante evoluzione e per far vedere la cura con cui esponiamo, raccontiamo e valorizziamo il patrimonio. Dobbiamo consolidare la presenza del pubblico straniero, anche se è già in crescita rispetto agli anni scorsi. I numeri del turismo espressi da Bergamo, anche grazie alla presenza dell’aeroporto, ci devono impegnare a rendere sempre di più l’Accademia Carrara una tappa del percorso di scoperta della città. Ma, per facilitare questo processo, non basta agevolare la discesa del turista da Città Alta: serve posizionarsi sempre di più a livello internazionale.
L.L: Quali saranno le priorità decisive perché l’Accademia Carrara cresca come istituzione scientifica di riferimento e si affermi, al tempo stesso, come presidio culturale indispensabile per la comunità?
M.L.P: Oltre al consolidamento del posizionamento nazionale e internazionale e al costante impegno per rendere l’Accademia Carrara un’istituzione sempre più frequentata e accessibile, intendo lavorare sul patrimonio, cercando di arricchirlo non tanto quantitativamente, cosa di cui non abbiamo assolutamente bisogno, quanto qualitativamente, attraverso almeno un’acquisizione significativa. Mi piacerebbe che, grazie a una programmazione e a una vita culturale sufficientemente interessanti, la Carrara diventasse uno dei musei di riferimento a livello nazionale. Stiamo inoltre sviluppando, in collaborazione con Elena Volpato (conservatrice della GAM di Torino, ndr) un progetto con tre artisti viventi per la realizzazione di opere scultoree che, in profonda connessione e confronto con il patrimonio storico della Carrara, possano rendere il giardino un’estensione del museo e al tempo stesso arricchire le collezioni. C’è poi un lavoro importante sui cataloghi delle opere: al già ottimo catalogo del Quattrocento devono affiancarsi il catalogo delle sculture del fondo Zeri e quello di altri fondi o collezioni. È un lavoro che si vede meno all’esterno, ma che testimonia la salute di un’istituzione. Perché, pensando alle attività di un museo, dalla mostra all’evento, tutto nasce dalla cura del patrimonio, e la forza pubblica del museo nasce prima di tutto dalla sua qualità interna.
