«D obbiamo essere pronti alla guerra», ha affermato, mesi fa, il Segretario generale della Nato Mark Rutte. Giornali e telegiornali, del resto, ce lo ricordano incessantemente, dato che, quasi ogni giorno, si è “bombardati” da notizie in cui, dall’Ucraina al Sudan, passando per Palestina, Iran e Siria, i conflitti paiono aumentare anziché finire. Il rischio è quello di vivere nell’angoscia e nell’ansia, ma anche di assuefarsi. A cosa? Alla violenza, senza dubbio, ma anche alla narrazione dell’ineluttabile, se così si può dire, quella per la quale un accadimento tremendo non può che essere sul punto di avvenire. Una narrazione che, incurante della molteplicità del reale, banalizza ogni sfumatura e ogni complessità.
A metterci in guardia da questo pericolo (e dai meccanismi di manipolazione psicologica e ideologica che spingono individui e società non solo ad accettare la guerra, ma persino a invocarla), il libro di Manlio Graziano: «Come si va in guerra» (Mondadori, 2026). L’autore, politologo, analista geopolitico, già docente alla Paris School of International Affairs di SciencesPo e alla Sorbona, e, attualmente, professore presso l’Università Bicocca di Milano, l’Institute of Geopolitical Studies di Ginevra e l’Université Ouverte di Versailles, ne parlerà venerdì 6 marzo alle 21, presso la Sala «Abbiati» del Centro Civico di Verdello. Un appuntamento di « Tierra! Nuove rotte per un mondo più umano », rassegna culturale organizzata dai Sistemi bibliotecari dell’area Dalmine e dall’area Nord-ovest della provincia di Bergamo (prenotazioni aperte a questo form ).
F.R: Professor Graziano, quali sono i luoghi comuni che accompagnano i conflitti?
M.G: Quello forse più celebre è pensare che il nemico sia sempre l’«altro»; ovvero, che noi siamo sempre dalla parte della ragione, mentre gli altri sempre dalla parte del torto. Un luogo comune che viene declinato attraverso tutta una serie di motivazioni ideologiche per le quali noi siamo quelli che si difendono mentre gli altri sono quelli che ci stanno attaccando. Può apparire strano, ma la Germania del 1939 giustificava l’aggressività della sua politica con l’esigenza di doversi difendere. Una posizione simile a quella della Russia del 2022. Concludo affermando che ci sono poi tanti altri aspetti che accompagnano non soltanto lo svolgersi dei conflitti, ma anche la loro preparazione, come, per esempio, la tendenza a dividere il campo in due chiare e distinte opposizioni. Una narrazione semplicistica che traccia una linea netta non soltanto fra «buoni» e «cattivi». Penso alle Crociate o alla Guerra dei trent’anni. Le sfumature sono tante e la contrapposizione manichea che vuole cristiani da un lato e musulmani dall’altro è riduttiva. Come riduttiva è la contrapposizione fra cattolici da un lato e protestanti dall’altro.
F.R: Quali, invece, le cause reali delle guerre?
M.G: A volte, soprattutto nei conflitti locali, convergono motivi banali se non stupidi, come orgoglio e prestigio, ma, in quelli mondiali, in generale, rincorrono spesso due condizioni fondamentali: la combinazione di fattori politici ed economici e la mobilitazione ideologica delle persone. Il primo punto è determinato dallo sviluppo ineguale di un Paese rispetto a un altro che provoca, fra le due nazioni, uno slittamento dei rapporti di forza. Si pensi agli Stati Uniti che cercano di contenere il loro declino (fino a ora relativo) aggravando la scena internazionale. Sempre ascrivibile al primo punto, c’è inoltre l’esaurimento dei mercati, o perché saturi o perché chiusi. Gli stati, dunque, cercano di accedere alle risorse per altre vie. Si pensi, a tal proposito, all’Europa che sospende parzialmente il suo approvvigionamento di materie prime dalla Russia e che sopperisce a ciò importando GPL dall’America e dal Golfo o rilanciando il nucleare. Se però tutto ciò, a un certo punto, non dovesse più bastare, l’Europa, probabilmente, cercherebbe di ottenere l’energia attraverso altri canali e tramite altri mezzi. La mobilitazione ideologica delle persone, ovvero il secondo punto, si basa invece sulla paura.
F.R: Quale paura?
M.G: La paura, domani, di vivere peggio di come si vive oggi. Elementi di incertezza come un clima internazionale surriscaldato o il protezionismo che avanza contribuiscono a esacerbare questa sensazione, spesso vaga. Ciò determina la ricerca di sicurezza (parola d’ordine assieme a «identità»), ma questa ricerca non ha un obiettivo specifico. Si pensi, per esempio, al tema della sicurezza. Viviamo in un’epoca piuttosto sicura: l’Italia, dopo la Svizzera, è il Paese europeo con meno omicidi volontari. Non ce ne sono mai stati così pochi dacché l’Italia esiste, e forse da sempre. Eppure, a volte, a leggere i giornali o ad ascoltare certi politici, pare di vivere in una società dove, da un momento all’altro, qualcuno ci debba sparare. C’è un problema di percezione della realtà e, alla fine, la gente, impaurita, si affida a qualunque “stregone” che, in nome della sicurezza, le promette qualsiasi tipo di soluzione.
F.R: Lei è stato docente di Geopolitica delle religioni. Quanto può influire la fede nelle relazioni internazionali?
M.G: Uno dei miti che spesso cerco di smontare è proprio quello delle guerre di religione. I conflitti non nascono per motivi religiosi. La fede è più uno strumento che una causa. Sicuramente, se in una nazione il ruolo della religione è preponderante, non v’è alcun dubbio che essa, presto o tardi, verrà utilizzata nella lotta. Nel Novecento, il credo religioso sembrava esser stato soppiantato dalle ideologie. Ma il vantaggio delle religioni sull’ideologia è che esse, per lo meno quelle tradizionali, hanno una storia molto più lunga e toccano le più profonde corde dell’animo umano.
F.R: In un Paese come l’Italia, quanto è alto il rischio che i media, invece che inseguire la notizia, promuovano la propaganda?
M.G: Il rischio c’è ma non è una novità: è così almeno da fine Ottocento e non necessariamente dipende dalla presenza o meno di un’editoria pura. Si pensi, per esempio, al New York Journal di William Randolph Hearst e al New York World di Joseph Pulitzer che, attraverso titoli sensazionalistici, contribuirono, nel 1898, a orientare l’opinione dei lettori a favore dell’entrata in guerra degli Stati Uniti contro la Spagna. L’uso spregiudicato dell’informazione pare qualcosa di nuovo ma non lo è. Certo: un tempo bisognava sapere leggere e avere i soldi per acquistare il giornale. Oggi, i media hanno capacità tali che riescono a raggiungere anche l’ultima delle persone, se così si può dire.
F.R: «Cigno nero» è un’immagine metaforica usata per designare eventi improbabili, imprevisti, capaci di infliggere shock globali. Quale potrebbe essere, secondo lei, il prossimo «cigno nero»?
M.G: Difficile a dirsi, anche perché, se fosse semplice, non sarebbe un «cigno nero». Quello della casualità, comunque, è sicuramente un elemento spesso sottovalutato, a volte anche nelle ricostruzioni storiche più accurate. Sicuramente, ora come ora, viviamo in un’epoca di imprevedibilità assoluta. Basti pensare alle parole del presidente Trump di qualche giorno fa, quando ha affermato che l’indiscutibile diritto di distruggere i Paesi stranieri è nelle sue mani. Pare l’asserzione di un monello viziato di cinque anni.
F.R: In un intervento a «Omnibus» dello scorso aprile, lei ha affermato che Donald Trump non è un politico e che la politica non è il suo mestiere. La pensa ancora così?
M.G: Non credo ci siano elementi perché io possa cambiare idea e per i quali io possa tornare sui miei passi. Eppure, circa 77 milioni di americani hanno votato per lui. Come mai? Sono tutti impazziti? No, hanno avuto paura del futuro e si sono affidati allo “stregone” di turno che ha promesso loro di risolvere qualsiasi tipo di problema con un colpo di bacchetta magica. Un bel guaio.
F.R: Il «Board of Peace», secondo lei, è un’organizzazione che si preoccupa di ristabilire pace e stabilità a Gaza o, come l’ha definita qualche giorno fa Il Fatto Quotidiano, è una «holding del potere»?
M.G: Definire il «Board of Peace» una «holding» significa nobilitarlo. A mio avviso, è un club privato formato da individui che desiderano farsi benvolere da Trump. In realtà, Gaza, dove, incessantemente, continuano a morire civili per causa dell’Idf (Israel Defense Forces, ndr), è l’ultima delle loro preoccupazioni. Come lo sono i territori palestinesi della Cisgiordania, dove i coloni stanno espellendo la popolazione locale, anche grazie a leggi, da poco approvate dal parlamento israeliano, che sanciscono, de facto, l’annessione di quelle zone.
F.R: È stata opportuna, secondo lei, la presenza dell’Italia, nella figura del vicepresidente del Consiglio Tajani, come Paese osservatore?
M.G: I calcoli del Governo italiano non mi sono molto chiari. Mi pare che Giorgia Meloni stia cercando di fare l’equilibrista in un momento in cui fare l’equilibrista è davvero complicato, soprattutto se si ha a che fare con un presidente come Donald Trump. Ma non è solo una questione di vicinanza ideologica fra la premier e il tycoon. La questione, prima di tutto, è politica: dal 1945, l’Italia è cresciuta sotto l’egida statunitense. Per la nostra nazione, è sempre stato difficile il processo di «europeizzazione».
F.R: Al «Board of Peace», i palestinesi non sono stati nemmeno invitati. Che ne sarà dei Gazawi?
M.G: A dir la verità, non sono molto ottimista riguardo alla loro sorte. L’obiettivo israeliano, come accennato, è quello di cacciarli progressivamente. Non so, dunque, in che modo potrebbero sopravvivere. Del resto, nessuno desidera aiutarli realmente, nessuno li vuole. Non li vuole l’Egitto né la Giordania, né, tanto meno, l’Arabia Saudita. Temo che il loro futuro sarà in qualche riserva. Come è successo ai nativi americani.
F.R: Come si legge dal sito del festival, la finalità di «Tierra!» è «costruire rotte nuove per un mondo più umano». Secondo lei, come si può dar vita a un mondo più umano?
M.G: Non ho risposte, anche perché il mio mestiere non è illustrare quel che bisogna fare ma spiegare in che mondo si vive. Un compito, a mio avviso, egualmente importante, poiché, se non si dice come stanno le cose, non si può intervenire sui fenomeni in alcun modo.
