Inseguire l’alba risalendo la montagna di notte e godersi la vista dalla cima. Quello che era nato come una rivincita sulla claustrofobia da lockdown si è trasformato, sei anni dopo, in un progetto che conta al suo attivo più di 80 albe conquistate e immortalate. È il progetto di Maurizio Agazzi, alpinista bergamasco, classe 1970, partito nel 2020 per un viaggio all’inseguimento dell’alba tra le vette delle Alpi Orobie, che ha tenuto tantissime persone incollate ai social la domenica mattina in attesa di un suo nuovo scatto di un’alba mozzafiato.
«Io in montagna ho sempre cercato il silenzio, la pace, la possibilità di staccare la spina della continua corsa che è la nostra quotidianità», racconta Agazzi, che si era trovato disorientato dall’improvviso assalto alla montagna post-covid. «Ho capito che la soluzione per continuare a godermi la tranquillità era ribaltare la prospettiva: ho iniziato ad andare in montagna di notte e assistere dalla cima al momento più bello della giornata, l’alba. Andare in giro di notte non è da tutti: devi sapere dove mettere i piedi e come orientarti senza rischiare. Ma mi ha cambiato la vita».
Maurizio Agazzi ci ha abituati negli anni a imprese altrettanto ambiziose, come le 130 cime salite in tre mesi per festeggiare i centotrenta anni del Cai di Bergamo nel 2003 e la traversata in notturna dell’intera corona alpina della Valle Imagna nel 2006. L’ultima (per ordine, ma forse prima per importanza) è quella che racconterà venerdì 27 marzo a Villa d’Almè per la rassegna «Tierra!»: l’impresa che ha dato vita a «Lo scrigno delle Alpi Orobie». Un progetto di ricerca e passione, lungo vent’anni e concluso insieme a Yuri Parimbelli, anche lui bergamasco, guida alpina e figura di riferimento nell’ambito dell’alpinismo locale.
Racconta Agazzi: «Tutto è nato da un’idea ambiziosa: andare a capire quante erano le cime sopra i 2.000 metri nelle Orobie, mai censite realmente finora, per dar loro una quota ufficiale e un nome. Per scoprirlo, ho iniziato studiando i libri dei pionieri dell’alpinismo. Mi sono affidato alle loro indicazioni e mi sono imbarcato nell’impresa di percorrere tutto l’arco orobico per una ricerca sul campo. Con Yuri abbiamo scoperto che c’erano torrioni che non venivano scalati da cinquant’anni, vuoi per la difficoltà o la scarsa reperibilità di informazioni. Alla fine, il conteggio ci ha lasciati senza parole: 528 cime. Tutte da raccontare. Richiamati quasi da una vocazione: essere la voce delle Orobie e finire il lavoro di chi era venuto prima di noi».
Da questa immensa ricerca è nato un libro, «Lo scrigno delle Alpi Orobie», appunto. Un libro ibrido, che, nella visione di Agazzi, vuole unire «la dimensione di guida a un racconto narrativo dei luoghi e a una ricostruzione biografica degli alpinisti». Ma prima di tutto, una testimonianza di un profondo amore per la montagna: una dichiarazione di quelle davvero sincere.
Lo stesso amore e rispetto per le Orobie emerge anche nei quadri di Valerio Pirola, in mostra dal 14 al 29 marzo al Centro Culturale San Bartolomeo con l’esposizione «Silenzi orobici». Opere pittoriche che riproducono le bellezze del territorio cercando di trovare lo spirito e l’anima delle vette della Val Seriana e della Val di Scalve «In questi anni ho provato di continuo a trasmettere delle emozioni con i miei quadri», racconta Pirola. «Nei momenti belli e anche in quelli difficili ho preso quello che provavo in montagna e l’ho cercato di rappresentare in un quadro, anche cose fugaci come il silenzio quando si arriva in vetta dopo essere usciti dal bosco».
Sentimenti come questi possono nascere solo da chi la montagna la conosce molto da vicino. «Io sono un camminatore, mi piace molto andare in montagna. La pittura è stata una conseguenza: è stato solo camminando in montagna che ho provato sensazioni e sentimenti tanto forti da sentire di doverli esprimere attraverso dei dipinti. La mostra racconta dieci anni di amore per la montagna in quaranta opere ».
Due iniziative, due dichiarazioni d’amore per la montagna, ma anche due gridi d’allarme a ricordarci che la montagna va innanzitutto preservata. «Negli anni ho visto le Orobie cambiare molto, soprattutto dal punto di vista degli escursionisti», riflette Pirola. «Prima la montagna era un po’ snobbata, vista come una fatica che non valeva la pena affrontare. Oggi c’è un grande incremento nel numero di persone che vanno in montagna, magari pure per farsi solo un selfie e non per viverla davvero. Usano i bivacchi, che sarebbero rifugi di emergenza, occupandoli per tre o quattro giorni come se fossero alberghi. Non vivono la montagna ma la serata, la festa, il momento».
Fa una simile riflessione anche Agazzi: «Alla riapertura dal lockdown c’è stato un assalto alla montagna, e direi giustamente: la gente soffriva a stare rinchiusa in casa, io per primo mi sentivo in trappola, nella mia casa di campagna lontana dalle montagne. L’effetto negativo secondario, però, è che la gente che non era mai andata in montagna è partita per sentieri senza cognizione di causa. Non si fa così. Le cose vanno fatte per step, per piccoli passi».
La situazione che denunciano è reale: negli ultimi anni le Orobie stanno vivendo un forte aumento della frequentazione turistica. Molti rifugi e sentieri registrano presenze molto più alte rispetto al passato, con un afflusso spesso difficile da gestire e problematiche secondarie come l’erosione dei sentieri, l’abbandono dei rifiuti, il disturbo della fauna e la pressione sui rifugi e sulle infrastrutture. Dati alla mano, è l’intero settore turistico a esplodere. Nel 2023 la provincia di Bergamo ha registrato 2,8 milioni circa di presenze, principalmente originate da turisti intraregionali, ma anche (al secondo e terzo posto) tedeschi e polacchi. Dei 536.084 posti letto che costituiscono la nostra capacità ricettiva, il 20,16 per cento è stato occupato, ben oltre la media regionale del 12,67 per cento.
Agazzi fa una considerazione sul necessario cambiamento di approccio: «Io sono una persona semplice e alla montagna non chiedo tanto. Mi basta essere in montagna per essere felice. Ma credo che il rispetto debba essere sempre garantito. Una volta un gruppo di ragazzi che mi ha intervistato per una radio locale mi ha chiesto cosa significa amare la montagna: io ho risposto che significa rispettarla. Significa che se ho sbagliato strada torno indietro, se trovo un rifiuto abbandonato lo metto in tasca e lo porto a valle, se vedo qualcuno che fa qualcosa di pericoloso o irrispettoso glielo dico».
Per Pirola, è importante anche ricordarsi che, specialmente ad alte quote, la presenza non è solo umana: «il territorio montano, sopra una determinata altitudine, è casa di molti animali, che non dovrebbero essere disturbati. Io ho dedicato nella mostra un piccolo angolo a loro tutela: una serie di ritratti in cui gli animali sono protagonisti e sovrani del loro territorio e del loro habitat. Credo sia necessario valorizzare l’ecosistema per far sì che tutti abbiano un ruolo e uno spazio». Il discorso acquisisce particolare valore se si considera che le Orobie rappresentano uno dei principali hotspot di biodiversità della Lombardia: oltre 41 mila ettari in bergamasca sono inseriti nella Rete Natura 2000 e altri 53 mila sono zone di protezione speciale, abitate da specie animali e vegetali di interesse comunitario.
L’equilibrio della biodiversità orobica è sotto attacco dal clima che cambia: il 2025 si è collocato nella top cinque degli anni più caldi a Bergamo da quando si fanno le misurazioni: picchi di 34-35°C in estate con un elevato tasso di umidità, scarsa brezza estiva, sempre più notti in cui la temperatura non scende sotto i 20°C, drastico calo dei giorni freddi con temperature massime inferiori ai 3°C. Non è solo la fauna a soffrire l’aumento delle temperature. A causa del riscaldamento globale i ghiacciai alpini si stanno riducendo a vista d’occhio: Legambiente denuncia che entro il 2050 tutti i corpi glaciali al di sotto dei 3.500 metri di quota saranno scomparsi. Ogni anno perdiamo l’equivalente di 220 campi da calcio di superficie di ghiaccio, solo in Lombardia. Centoventiquattro ghiacciai si sono estinti dal 1991: ne restano 203 sull’intera superficie regionale. Al 2100, se non si interverrà per la riduzione delle emissioni, potremmo averli persi tutti.
«Il cambiamento climatico è sotto gli occhi di tutti», sentenzia Agazzi. «Negli anni ho visto i ghiacciai orobici trasformarsi da rigorosi e bianchi blocchi di ghiaccio a sporchi ammassi di neve quasi scomparsi. Non mi piace espormi sul tema, ma è oggettivo che l’antropizzazione sulla montagna ha raggiunto livelli fuori controllo». La via d’uscita? Forse, tornare a riconoscere la nostra connessione ancestrale con la montagna. E farci guidare da quello. «Un concetto chiave che mi guida è il panismo, da Pan, il dio della natura: quella sinergia che si crea quando l’uomo entra nella natura e la natura entra nell’uomo. Quando cammino in montagna, è un po’ come se io entrassi nelle Orobie e le Orobie entrassero in me. Il silenzio, la pace: c’è tutto, specialmente di notte. Quando arrivi in cima e vedi l’alba, capisci che la natura è perfetta sotto ogni punto di vista».
