Il futuro e le sfide

L’export tiene e si avvicina ai 21 miliardi di euro. Nel 2024 è confermato il valore dell’anno precedente, pari a 20,7 miliardi, con un progresso del 2,9% sul 2022: nell’ultimo triennio si è quindi sempre mantenuta la considerevole soglia dei 20 miliardi

3 ore fa

I rapporti con l’estero

Le esportazioni rappresentano un punto di forza delle imprese bergamasche, malgrado la difficile situazione geopolitica e la riduzione della domanda internazionale. Nel 2024 hanno confermato il valore dell’anno precedente, posizionandosi a 20,7 miliardi, con un progresso del 2,9% sul 2022: nell’ultimo triennio si sono quindi mantenute sempre sopra la considerevole soglia dei 20 miliardi. Questo andamento colloca Bergamo al quinto posto in Italia, il secondo in Lombardia dopo Milano. L’incidenza dell’export della provincia su quello lombardo, nel 2024, è del 12,6%, sostanzialmente analogo allo scorso anno; sul dato nazionale è del 3,3%. Ponendo l’attenzione sui prodotti/servizi, essi sono concentrati nel macrosettore manifatturiero, che copre quasi il 98% del totale, valore crescente nel tempo; leggermente inferiore il peso dell’import manifatturiero, che si avvicina al 95%.

Guardando all’interno del settore manifatturiero, le prime cinque tipologie di beni che hanno contribuito al risultato delle esportazioni sono: i macchinari e gli apparecchi (24,8% del totale); i prodotti chimici (16,1%); i metalli di base e i prodotti in metallo (13,8%); i mezzi di trasporto (10%); gli articoli in gomma e plastica (9,1%). Non si osservano variazioni significative rispetto allo scorso anno: aumentano il loro peso i prodotti chimici, lo riducono i prodotti in metallo mentre gli altri sono stabili. Il saldo commerciale è di circa 7,3 miliardi, considerando che le importazioni sono pari a 13,4 miliardi, similmente al precedente anno. Esaminando le importazioni, le tipologie di beni sono sostanzialmente simili alle precedenti, con l’esclusione degli articoli in gomma e plastica, sostituiti dagli apparecchi elettrici. Più in dettaglio: prodotti chimici (24% del totale); metalli di base e i prodotti in metallo (12%); macchinari e apparecchi (10,1%); mezzi di trasporto (9,7%); apparecchi elettrici (8,2%).

Considerando, invece, i principali Paesi destinatari delle esportazioni, i primi 15 coprono il 70% del valore totale: di questi, dodici sono europei. Guardando ai singoli Paesi, il principale è la Germania, con il 16,2% (3,3 miliardi), seguito dalla Francia con il 9,9% (2 miliardi), dagli Stati Uniti con il 9,1% e, in misura minore, dalla Spagna (5%) e dal Regno Unito (4,4%): non sono cambiate le posizioni rispetto al precedente anno. Per le importazioni, la concentrazione è ancora più evidente: i primi 15 Paesi coprono l’82,4%, con in prima posizione la Germania (21,2%), seguita da Cina (10,3%) e Paesi Bassi (10,2%). Nei primi sei mesi del 2025 le esportazioni riprendono la loro corsa, con una crescita del 2,1%, superiore a quello della Lombardia (0,3%) e in linea con quello nazionale. Sono invece stabili le importazioni (+0,2%), la cui dinamica è molto diversa da quella lombarda e nazionale, dove crescono più del 4%.

Le prime imprese della provincia

Il 2024 non ha comportato modificazioni sulle prime imprese della provincia: le prime venti, con un’unica eccezione, sono analoghe allo scorso anno, anche se non sempre il ranking è rimasto immutato: complessivamente perdono il 2,6% di fatturato e il 12,6% di Ebitda. Al primo posto c’è Brembo (Nuova Fourb), che a livello consolidato conferma i 3,8 miliardi dello scorso anno, con un leggero calo dell’utile netto. Medaglia d’argento è ancora il gruppo SDF, pur riducendo vendite e utile. Si colloca davanti a Dalmine, la quale contrae il fatturato del 14,7%, superando comunque 1,5 miliardi.

Il 2024 non ha comportato modificazioni sulle prime imprese della provincia: le prime venti, con un’unica eccezione, sono analoghe allo scorso anno, anche se non sempre il ranking è rimasto immutato

Al quarto posto sale Radicifin, malgrado la sostanziale stabilità del fatturato che va oltre il miliardo e permette un importante avanzamento dell’utile. Segue SIAD, che guadagna due posizioni rispetto allo scorso anno, con uno sviluppo del fatturato del 4,5%, che si conferma sopra il miliardo anche se con effetti riduttivi sulle performance economiche. Odissea scende al sesto posto, a causa della perdita del 19,9% delle vendite ma con importanti performance economiche. Con una crescita del 42,1% del fatturato, che arriva a superare il miliardo, Cisalfa Sport si colloca al settimo posto, seppur con una perdita di redditività, abbandonando il quattordicesimo dello scorso anno. A chiudere la classifica delle prime dieci vi sono, nell’ordine, Dussmann Service con 952 milioni (+8,4%), Volvo Group con 917 milioni (-15,3%) e Schneider Electric con 902 milioni (+0,9%).

top 5

Nuova Fourb (Brembo)
A livello consolidato conferma i 3,8 miliardi dello scorso anno.

SDF
Secondo posto confermato con ricavi oltre i 1.600 milioni

Dalmine
Fatturato oltre il 1,5 miliardi e patrimonio netto vicino al miliardo

Radicifin
Fatturato stabile oltre il miliardo con avanzamento dell’utile

SIAD
Sale di due posti in classifica con uno sviluppo del fatturato del 4,5%

Le dieci imprese successive superano tutte i 440 milioni di vendite, a partire da (undicesima posizione) Polynt che scende a 899 milioni, con un decremento del 4,5% che le fa perdere tre posizioni. Segue Zanetti che invece le guadagna, con una crescita del 15,1% mentre Italcementi scende un gradino per un calo dell’1,2% e raggiunge i 761 milioni, seguita da Polifin, in quattordicesima posizione (-2,8%), con 736 milioni. In quindicesima posizione c’è IVS partecipazioni, che consolida le vendite dello scorso anno, sfiorando i 700 milioni, seguita da BB Holding che cresce del 12,5% a 686 milioni. Anche Lucchini RS Holding presenta un tasso di sviluppo positivo (4,6%) che le permette di raggiungere la soglia dei 600 milioni. Le ultime tre realtà comprese nelle prime venti sono, in ordine di fatturato, Covestro (591 milioni), Edelweiss Energy Holding (456 milioni) e Alfa Parf Group (446 milioni).

Il contesto e le prospettive

Nel 2024 le imprese hanno ridotto in misura contenuta le performance del precedente anno, da ritenersi un discreto risultato. Le variabili che maggiormente hanno inciso sulla dinamica economica sono note, in primis i costi energetici, ancora eccessivi; il contesto geopolitico sempre più incerto e problematico; i tassi di crescita del PIL molto contenuti, con proiezioni non certo soddisfacenti e il pesante debito pubblico; le difficoltà della Germania, il principale Paese partner; la lenta ripresa degli investimenti, che non sono stati supportati da adeguate misure di sostegno; la riduzione della domanda sia nazionale sia internazionale, a causa della profonda incertezza che si è creata a livello mondiale, anche legata ai dazi.

Anche se tutti gli elementi indicati sono importanti, ci si sofferma su tre: il costo dell’energia, che influisce in misura significativa sulla capacità competitiva, soprattutto per le imprese che esportano. Non si intravvedono all’orizzonte azioni concrete che possano nel breve termine ridurne il peso: l’energy release è ancora indefinito; le scelte di politica energetica del Paese sono al palo (nucleare?), con un grado di burocratizzazione elevato per gli investimenti in energia rinnovabile; alcuni Paesi esteri, che possono permetterselo, in particolare la Germania, stanno per attuare azioni a favore delle imprese tagliando in misura significativa il prezzo, penalizzando ulteriormente, sempre in termini competitivi, le aziende locali.

il costo dell’energia, influisce in misura significativa sulla capacità competitiva, soprattutto per le imprese che esportano

L’impatto diretto dei dazi si è dimostrato meno forte del previsto, ma quello indiretto è più preoccupante: diversi Paesi esteri, vista la chiusura di alcuni canali e la necessità di collocare un’offerta in eccesso, vedono nel mercato europeo un’interessante area di destinazione. Questo comporta effetti fortemente negativi soprattutto per le imprese che hanno un basso valore aggiunto dei prodotti, perché in questo caso la partita con certi Paesi, ad esempio asiatici, è persa in partenza.

Sugli investimenti vi sono più osservazioni: i risultati di Transizione 5.0 sono stati molto deludenti e, quando sembrava essersi aperto uno spiraglio di chiarezza, sono finiti i fondi. È venuta in soccorso una riedizione di Industria 4.0 (iper-ammortamento) ma con il solito errore di fondo: la limitata durata. Ogni provvedimento che riguarda le scelte strategiche delle imprese – e gli investimenti lo sono – richiedono un periodo temporale pluriennale per ottenere risultati soddisfacenti: durate troppo brevi non consentono un’adeguata programmazione.

Il fattore umano e la dimensione aziendale

Le sfide da affrontare non sono certo cambiate rispetto allo scorso anno ma il tempo si è ridotto, vista la rapidità con cui si susseguono gli eventi che impattano in misura notevole sulle scelte strategiche e gestionali delle imprese. Si parla sempre di capitale umano, di innovazione e digitalizzazione, di dimensione, di sostenibilità, anche se non si intravvedono risposte concrete e diffuse per farvi fronte. Come già visto, in questi ultimi mesi la discussione si è comprensibilmente concentrata sui dazi e sugli effetti prodotti sull’economia italiana e internazionale. Tuttavia, i dazi sono un problema, ma non il problema: sono piombati sulla nostra economia come molte altre situazioni in passato e nel presente (Covid, guerre, recessioni, costi dell’energia, politiche green, contesto geopolitico, crisi finanziarie, ecc.) e che ci attenderanno in futuro. È una condizione di discontinuità che non deve far perdere di vista alcune problematiche chiave, tra cui la modesta produttività e la perdita di competitività.

una condizione di discontinuità non deve far perdere di vista alcune problematiche chiave, tra cui la modesta produttività e la perdita di competitività

Le sfide sopra indicate richiedono risorse umane e finanziarie per essere affrontate: tuttavia le imprese di minori dimensioni, soprattutto se non appartenenti a una filiera, fanno fatica a dare risposte concrete. Ad esempio, dall’ultimo report della Commissione europea 2025 (ex DESI Digital Economy and Society Index), il ranking dell’Italia, nell’ambito della digitalizzazione, è in miglioramento. La percentuale di PMI con un’intensità digitale almeno di livello base, è pari al 70,2%, allineata alla media europea: tuttavia, questo non vale per il ricorso all’intelligenza artificiale che riguarda solo l’8,2% delle PMI, valori molto lontani dal target 2030 del 60%. Questo è il punto: come si può recuperare questo gap? Serve una massa critica più grande e territori ben organizzati per fornire il supporto necessario all’innovazione tecnologica e alla ricerca industriale, attraverso specifici centri che mettano a sistema competenze delle imprese e delle università. Questo tuttavia non è sufficiente, le aziende devono crescere, diventare almeno medie: da una recente ricerca risulta che proprio le medie realtà italiane hanno tassi di produttività superiori a quelli europei, ragione per cui è importante muoversi in questa direzione, mantenendo adeguati livelli di flessibilità. La crescita va intesa in più modi: anche sviluppare forti rapporti di collaborazione è una via per raggiungere lo stesso obiettivo.

le aziende devono crescere, diventare almeno medie: da una recente ricerca risulta che proprio le medie realtà italiane hanno tassi di produttività superiori a quelli europei

Un’altra condizione fondamentale, già commentata lo scorso anno, è il fattore umano, soprattutto i giovani ma anche il lavoro femminile: con riferimento ai primi, si assiste a una loro significativa fuga all’estero, tra cui molti laureati. Questo di per sé non sarebbe un problema, perché le esperienze all’estero sono importanti, se non fosse che in moltissimi casi non ritornano, e noi non siamo in grado di attirare giovani dall’estero se non in misura molto limitata. Perché? Bassi stipendi, concezione del lavoro non valorizzata, percorsi di carriera non ben definiti ma, soprattutto, dimensioni contenute delle imprese e si torna al punto di partenza. Questo è il cuore della questione: a Bergamo i laureati sono pochi, il calo demografico tenderà a ridurli ulteriormente, e le sfide richiedono personale sempre più qualificato che numericamente sarà sempre meno.

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Pensare in grande

L’innovazione, la sostenibilità, la digitalizzazione richiedono risorse umane e finanziarie per essere affrontate, anche attraverso un cambiamento culturale : in molti settori di attività e filiere le dimensioni delle imprese sono insufficienti per raggiungere i risultati desiderati. Le PMI hanno la caratteristica dell’agilità, della flessibilità ma nel nuovo contesto geopolitico può non essere sufficiente: le filiere si stanno riorganizzando, in alcuni casi cambiando area geografica per avvicinarsi ai centri di innovazione e produzione , e non sempre una piccola impresa può tenere il passo. Le aziende devono crescere, diventare almeno medie: da una recente ricerca risulta che proprio le medie realtà italiane hanno tassi di produttività superiori a quelli europei, ragione per cui è importante muoversi in questa direzione. La crescita va intesa in più modi: anche sviluppare forti rapporti di collaborazione è una via per raggiungere lo stesso obiettivo. In definitiva, è necessario abbandonare la visione personalistica che ci ha guidato per molti anni e che non è più consona al nuovo contesto economico che si sta delineando.

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