L’industria tessile rappresenta il quarto settore produttivo in Europa per impatti negativi sull’ambiente e sui cambiamenti climatici e il terzo per il consumo di acqua. Secondo i dati dell’Agenzia europea per l’ambiente (Eea), produce il 10% delle emissioni globali di CO2 e 92 milioni di tonnellate di rifiuti l’anno, di cui meno dell’1% viene avviato a riciclo. Secondo le stime della Commissione europea ogni anno circa 6 milioni di tonnellate di abiti finiscono in discarica, l’equivalente di 11,3 chili per persona. Per invertire la rotta servono delle misure stringenti: infatti, il quadro europeo è in evoluzione. In particolare le novità attese riguardano il quadro direttiva europea sui rifiuti (2018/851) che ha imposto l’obbligo di istituire sistemi di raccolta differenziata. L’Italia ha anticipato l’entrata in vigore dell’obbligo e ha introdotto la raccolta differenziata a gennaio 2022. Manca però una parte per completare tutte le misure tra cui la Responsabilità estesa del produttore (Epr) che in Italia imporrà, dal primo trimestre 2026 ai marchi del settore tessile di farsi carico dell’intero ciclo di vita dei prodotti che immettono sul mercato. Un secondo strumento che darà la possibilità di valorizzare la filiera è il Passaporto digitale di prodotto (Ddp) che sarà introdotto a partire dal 2027. Le novità in ottica di migliorare l’economia circolare nel tessile rappresentano delle sfide per l’imprenditoria italiana costellata da Pmi. I consorzi dovranno accompagnare le imprese e il consumatore a diventare più consapevole.
Sfide del tessile, comprare meno e meglio
In Italia l’81% dei rifiuti tessili finisce in discarica o incenerito e la raccolta indifferenziata è ferma al 19%. L’intervista a Mauro Chezzi (Confindustria Moda) sull’introduzione della Responsabilità estesa del produttore.
L’intervento di Confindustria Moda
«In Italia la raccolta differenziata dei rifiuti tessili è intorno al 19%, un valore
leggermente inferiore alla media Ue del 22%». Lo ha detto il direttore del Centro nazionale rifiuti e economia circolare dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), Massimiliano Lanz, intervenuto in Commissione ambiente della Camera. Il nostro paese non mostra percentuali promettenti. I rifiuti tessili che finiscono in discarica o inceneriti sono il 78% a livello europeo e l’81% in Italia. Nel 2023 c’è stato un leggero incremento (7,1% in più rispetto al 2022) dei rifiuti tessili avviati a raccolta differenziata, 172mila tonnellate. Il quadro presentato dal ricercatore di Ispra contestualizza il tema della responsabilità estesa del produttore (Epr) nella gestione dei rifiuti nel settore tessile, che dal primo trimestre dell’anno prossimo sarà introdotta in Italia. Ne abbiamo parlato con Mauro Chezzi, vicedirettore di Confindustria moda, già Sistema Moda Italia, e referente associativo del Consorzio retex.green. «La direttiva consentirebbe alla nostra filiera di fare un salto in avanti in tema di circolarità, in sinergia con altre direttive che l’Ue ha approvato e verranno gradualmente implementate, quella sull’ ecodesign e il passaporto digitale di prodotto (Dpp)», commenta Chezzi. L’Epr si applicherà a quattro categorie merceologiche: abbigliamento, calzature, pelletteria e tessile per la casa. Il termine «produttore» va inteso però in senso ampio: «Gli effetti della normativa ricadranno sia sulle aziende che vendono sul mercato italiano un prodotto a marchio proprio, sia sulle imprese, magari estere, importatrici di un brand non di loro proprietà, che però immettono sul mercato nazionale», spiega Chezzi.
Il ruolo dei consorzi
Dal punto di vista operativo ad occuparsi della gestione dei rifiuti tessili saranno i consorzi ai quali le aziende avranno l’obbligo di aderire e pagare un eco contributo, che tiene conto di diversi criteri di sostenibilità, tra cui anche il peso dalla merce. «L’eco contributo è la prima modalità con cui vengono raccolte le risorse finanziarie per la gestione dei rifiuti – riferisce il vicedirettore di Confindustria Moda -, che segue la raccolta differenziata, la preparazione al riutilizzo o il riciclo vero e proprio fino a che il rifiuto tessile non diventa materia prima seconda. Nel caso in cui il riciclo non è possibile la discarica non è più contemplata, ma viene gestito con la termovalorizzazione da cui si ottiene un recupero energetico». Questo però non è l’unico impatto della normativa: «Ci sarà un effetto indiretto sull’intera filiera manifatturiera perché l’eco-contributo è eco-modulato, vuol dire che il rifiuto tessile dovrà avere un grado di sostenibilità elevato e terrà conto della durabilità, della riparabilità, della riciclabilità, del contenuto di materia derivante da riciclo e delle fibre riciclate nel prodotto. «Abbiamo chiesto per l’eco-modulazione di fare riferimento alla definizione del regolamento ecodesign sulla sostenibilità dei prodotti, perché è oggettiva e non lascia spazio a greenwashing. Inoltre, riferendosi a un’unica fonte normativa permette di armonizzare tutto il sistema dell’eco-mudulazione anche in altri stati europei». Sul contrasto all’ultra fast-fashion l’Epr è solo una parte di una strategia che deve essere molto più ampia: «L’Epr garantisce che piattaforme ed e-commerce che immettono sul mercato nazionale non sfuggano dall’obbligo di iscrizione ad un consorzio e al pagamento dell’eco-contributo». Questo non sarà sufficiente a fermare «pratiche commerciali tossiche che spingono il consumatore ad un over-consumo: impulsivo, emotivo e bulimico», precisa Chezzi. La grande sfida che introduce l’Epr è esplorare nuove modalità di riciclo, in particolare quello chimico. «Ora il riciclo che facciamo è quello meccanico ma è una tecnologia matura. La vera sfida è riciclare capi e tessuti composti da diverse tipologie di fibre, che sono quelli oggi più presenti nel mercato».
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