Burger button

Bergamo, pioniera nella raccolta dell’organico e in prima fila trent’anni dopo

Massimo Centemero, direttore generale del Cic: «Nel 1993 a parlare di raccolta dell’umido sembrava che fossimo sulla Luna. Adesso 54 milioni di abitanti la fanno». Ma intanto la qualità peggiora e la comunicazione in atto non basta

C’è una filiera in cui Bergamo può vantare una posizione centrale in termini di longevità ed efficienza. Si tratta del riciclo dell’organico e della sua trasformazione in materie preziose come il compost e il biometano, che proiettano la provincia e il Paese ai vertici mondiali. Ma le sfide del settore non sono poche e si deve investire ancora molto dal punto di vista comunicativo, come ci ha spiegato Massimo Centemero, direttore generale del Consorzio italiano compostatori (Cic), da sempre in prima fila per la crescita e il perfezionamento di questa filiera e tra i pionieri della raccolta porta a porta dell’organico in Italia già negli anni Novanta.

Come è nata quest’idea e quale è stato il percorso da quel momento in poi?

«L’esigenza di gestire l’organico, un rifiuto che fermenta facilmente, aveva dato il via con l’esperienza pilota di Bellusco nel 1993. Negli anni successivi le raccolte si sono diffuse rapidamente su tutto il territorio: se negli anni ‘90 raggiungere il 30% di differenziata era considerato ambizioso, oggi molti comuni della nostra provincia superano l’85%. In generale, 54 milioni di abitanti in Italia raccolgono l’umido: significa che in 30 anni abbiamo costruito un sistema industriale che trasforma l’organico in compost e biometano, i prodotti chiave del riciclo. Bergamo è stata una delle pioniere, grazie anche alla visione di personalità come Gloria Gelmi (funzionaria tecnica e responsabile del Servizio ambiente, mobility manager d’area provinciale di Bergamo fino al 2023, ndr.). Da rimarcare il fatto che la città ha esteso la raccolta dell’umido anche a Città Alta, dimostrando che la raccolta differenziata funziona anche in zone con una conformazione urbanistica non sempre agevole».

Qual è l’importanza strategica di questi prodotti?

«La produzione italiana di biometano, utilizzato sia per l’autotrazione che per usi domestici, è stimata intorno ai 350 milioni di m³. A livello nazionale più del 70% della frazione umida è destinato alla produzione di biometano e compost. La provincia di Bergamo è sempre stata autosufficiente dal punto di vista impiantistico, senza dover ricorrere a conferimenti al di fuori del territorio provinciale, grazie a un sistema adeguato e ben strutturato. Mentre il biometano è immesso nella rete gas, il compost è destinato in gran parte all’agricoltura locale, al florovivaismo e alla paesaggistica, attestandosi attorno a 2 milioni di tonnellate prodotte annualmente in Italia. Oggi ci troviamo di fronte alla necessità di perfezionare la qualità dell’umido conferito agli impianti».

Che cosa intende con quest’affermazione?

«Registriamo un peggioramento della qualità dell’umido in Italia: ad esempio, l’utilizzo di sacchetti non biodegradabili aumenta le impurità. Per rientrare nel limite del 95% di purezza merceologica richiesto dai criteri ambientali minimi c’è ancora molta strada da fare. L’Italia è leader mondiale nella raccolta del rifiuto organico, ma la filiera è sottovalutata e il problema sta nella carenza di campagne comunicative: il cittadino è sempre meno informato e, a differenza di plastica, carta, vetro e alluminio, l’umido e il verde non hanno un consorzio di filiera con un budget dedicato alla comunicazione capillare. Non è il caso di Bergamo, ma a livello nazionale il Cic rileva un netto peggioramento: se la qualità peggiora, la produzione di compost e biometano è a rischio, ed è quindi fondamentale investire in una comunicazione continua e strutturata».

Guardando al futuro, quali sono le prospettive del settore?

«Le prospettive sono legate alla valorizzazione dei prodotti del riciclo organico, ossia biometano e compost. Mentre la produzione di biometano è già incentivata, non si può dire lo stesso per il compost, in particolare negli utilizzi in contesti extra-agricoli. L’ “Urban carbon farming” è un concetto chiave dal potenziale enorme, anche se oggi può sembrare ambizioso. Ma anche nel 1993 la raccolta dell’umido era solo un’idea, e invece oggi milioni di italiani la praticano ogni giorno».

Che cos’è l’«Urban carbon farming»

Con «Urban carbon farming» si intende l’insieme di tutte quelle pratiche agronomiche che consentono non solo di incrementare la superficie a verde pubblico (e quindi diminuire il consumo di suolo) ma, soprattutto, di mantenere l’ecosistema urbano più vivo grazie ad alberi, arbusti e tappeti erbosi che rendono la città più permeabile, meno soggetta ai picchi di temperatura, capace di catturare anidride carbonica, di fissare carbonio al suolo e infine di essere più resiliente e quindi più vivibile. Il principio poggia sia sul Regolamento Crcf (Carbon removals and carbon farming regulation, n. 2024/3012), che certifica gli assorbimenti permanenti di carbonio, lo stoccaggio di carbonio nei prodotti e il carbon farming, sia sull’esperienza messa in atto ormai da decenni negli Usa. Qui i Dot (Departments of transportation) sfruttano il compost nella costruzione delle grandi opere pubbliche, dalle autostrade alle ferrovie, al fine di incentivare un mercato proficuo minimizzando lo spreco. In Italia il Cic ha presentato la tematica già nel settembre 2023 con un’audizione alla Camera dei Deputati, ma ora il quadro normativo europeo è più maturo e sembra poter offrire strumenti nuovi, anche se restano importanti ostacoli. I criteri di certificazione sono ancora ancorati a parametri quantitativi difficili da applicare a suoli urbani eterogenei e dunque, anche se la strada sembra tracciata, si richiede una solida collaborazione tra amministrazioni locali, professionisti del verde e cittadini.

© RIPRODUZIONE RISERVATA