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La guerra in Medio Oriente evidenzia la fragilità energetica

Maurizio Delfanti, PoliMi: «La crisi di Hormuz deve aprire gli occhi alla politica italiana». Rinnovabili e sistemi di accumulo sono l’unica via per la sicurezza e la stabilità del futuro.

Le ripercussioni del conflitto in Iran vanno oltre le operazioni terrestri, aeree e marittime in Medio Oriente. La guerra ha avuto – e continuerà ad avere finché non ci sarà un armistizio – un impatto enorme, spingendo intere economie a rivedere la propria politica energetica. Anche l’Europa e l’Italia hanno subìto dei rincari energetici e dei combustibili fossili che hanno spinto gli esperti a domandarsi se sia giunta l’ora di guardare con più attenzione alle fonti rinnovabili. A fare il punto è Maurizio Delfanti, professore ordinario del dipartimento di Energia del Politecnico di Milano.

Come sta reagendo il sistema energetico italiano alla crisi in Medio Oriente?

«L’Italia è il Paese europeo più esposto alla volatilità dei prezzi delle materie prime energetiche. Questa fragilità deriva dal nostro mix di produzione elettrica, che per una percentuale elevata dipende ancora dal gas metano. Il nostro mercato elettrico è regolato dal meccanismo del prezzo marginale, come accade in tutta Europa: i cittadini pagano l’elettricità al costo della fonte più cara chiamata a produrre in ogni momento, ed è proprio il gas a fissare il prezzo per il 60% delle ore. Nelle ore centrali della giornata, specialmente in primavera, il dominio del fotovoltaico porta il prezzo dell’energia a crollare verso lo zero. Le rinnovabili sono remunerate con meccanismi che stabilizzano i ricavi, con contratti che prescindono dal prezzo che si forma sul mercato, per esempio a 60 euro/megawattora (MWh). Al contrario, nelle ore serali, prevale il termoelettrico a gas: già prima della crisi di Hormuz, il prezzo dell’energia prodotta usando il gas era di 120-130 euro al MWh. In una situazione di instabilità come quella che stiamo vivendo, si arriva a valori decisamente più alti. Il contrasto con Paesi come la Spagna, dove le rinnovabili coprono più del 60% del volume energetico annuo, è netto: nel 2024 il loro prezzo medio dell’energia sul mercato primario era di 63 euro al MWh, contro i 109 euro registrati in Italia. Questa differenza spiega perché le nostre bollette esplodono a ogni crisi».

Alcuni esperti parlano della Spagna come di un esempio di inaffidabilità delle fonti rinnovabili citando il grande blackout del 28 aprile 2025. Hanno ragione?

«I rapporti ufficiali dell’Entso-E, l’organizzazione dei gestori di rete europei, hanno escluso che la colpa del blackout fosse delle rinnovabili. Il problema è stato strutturale, perché la rete spagnola non si è adeguata nel tempo con sistemi d’accumulo, regole di connessione e automatismi di regolazione. L’Italia, che ha meno fonti rinnovabili installate rispetto alla Spagna, possiede un sistema di governance più avanzato, soprattutto perché il ministero, l’autorità di regolazione e i gestori di rete (Terna in primis) operano in modo anticipatorio con importanti investimenti prima che si creino delle emergenze».

Quale è stato l’impatto della guerra in Iran sui prezzi dell’elettricità?

«È un calcolo complesso perché è difficile tenere conto delle variazioni fisiologiche stagionali del mercato, ma confrontando marzo con febbraio (la guerra è iniziate il 28 febbraio, ndr) siamo passati da circa 114 a circa 143 euro al megawattora: è stata una variazione significativa e molto più marcata rispetto agli anni passati. Possiamo attribuire gran parte di questo aumento alle tensioni internazionali. Inoltre, anche se la crisi dovesse interrompersi oggi, gli analisti prevedono che la sua coda durerà almeno fino a fine 2026».

Di fronte all’instabilità geopolitica, c’è una “ricetta” per rendere l’Italia più sicura dal punto di vista energetico?

«La soluzione c’è, ed è scritta nel Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (Pniec). Seguendo il ritmo di installazione del Pniec, entro il 2030 dimezzeremo le importazioni di metano per uso termoelettrico. Oggi importiamo 60 miliardi di metri cubi di gas all’anno, di cui 23 bruciati per produrre elettricità. Con le rinnovabili, potremmo scendere a 10 miliardi . Le rinnovabili sono l’unico strumento di stabilizzazione dei rischi, a patto di affiancarle a sistemi di accumulo che ne mitigano la volatilità».

Su quali fonti rinnovabili dovremmo puntare maggiormente?

«Il mix energetico ideale è composto principalmente da fotovoltaico ed eolico, che presentano ampi margini di sfruttamento. Altre fonti, come l’idroelettrico e le bioenergie, sono già state sfruttate al massimo o hanno costi ancora molto elevati. Inoltre, fotovoltaico ed eolico sono complementari: se il primo produce meno in inverno, il secondo garantisce una produzione costante anche quando le ore di sole diminuiscono».

Installare campi fotovoltaici e pale eoliche però richiede lunghi tempi burocratici. Come si risolvono?

«Modificando le logiche di governo, i sistemi di autorizzazione e quelli di tutela del paesaggio. Cautele necessarie soprattutto in Italia, ma che andrebbero gestite in modo più efficace. Se confrontiamo l’enfasi riposta dal nostro governo durante questa crisi su elettrificazione e rinnovabili, con le spinte date in Francia e nel Regno Unito, è evidente che siamo ancora in preda a condizionamenti della filiera fossile. Le installazioni delle rinnovabili possono essere eseguite da migliaia di aziende, a differenza di quanto avviene con fonti come il nucleare. In Italia installiamo tra i 6 e i 7 gigawattora (GWh) l’anno, ma potremmo fare molto di più: un piano di Confindustria di qualche anno fa si spingeva a 20 GWh di nuove rinnovabili all’anno».

Con la transizione verso le rinnovabili, non c’è il rischio di passare dalla dipendenza dal gas arabo a quella dai pannelli fotovoltaici cinesi?

«È un rischio, ma si tratta di una dipendenza di natura diversa. Se ho una macchina diesel o benzina, devo comprare carburante ogni giorno e i rincari mi colpiscono senza scampo. Se compro un pannello solare, anche se viene prodotto in Cina, ho energia per i prossimi 25-30 anni senza dovermi preoccupare di cosa accade a Hormuz o a Pechino. Questa finestra ci darebbe il tempo per sviluppare un’industria europea dei pannelli solari».

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