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Perché aumenta il prezzo di petrolio e gas, cosa sta succedendo in Medio Oriente

Il conflitto che coinvolge l’Iran e i Paesi del Golfo ha fatto impennare i prezzi del petrolio e del gas. Fabrizio Maronta di Limes: lo Stretto di Hormuz blocca un terzo del commercio globale di combustibili fossili e il mercato ne risente

Relazioni internazionali «Limes»

La guerra in Medio Oriente ha fatto schizzare il prezzo dei combustibili fossili. Il petrolio, che prima dell’operazione «Epic fury» oscillava poco al di sopra dei 70 dollari, ha sfiorato i 120. Per il gas, le stime parlano di un aumento medio globale del 32%. Come nascono i rincari ? Risponde Fabrizio Maronta, consigliere scientifico e responsabile relazioni internazionali di «Limes».

Dopo l’inizio della guerra in Iran, il prezzo di petrolio e Gnl è aumentato rapidamente. Perché?

«Tutto dipende dal blocco dello Stretto di Hormuz, un braccio di mare largo 33 chilometri con due “corsie” per le navi larghe tre chilometri l’una. Di fatto, lo stretto è nella piena disponibilità dell’Iran, che ne controlla il transito e che usa l’isola di Kharg come sua principale piattaforma per le esportazioni di petrolio e gas. Da Hormuz passa circa un terzo dei combustibili fossili prodotti ogni anno: con lo stretto bloccato, le fonti energetiche si fermano e il mercato ne risente».

Oltre ai Paesi del Golfo Persico, quali sono i principali estrattori di fonti fossili?

«Gli Stati Uniti, che oggi si sono affrancati dalle importazioni grazie allo sviluppo del “fracking”, ovvero della fratturazione idraulica di rocce scistose per produrre gas e petrolio. Anche il Messico è un estrattore di peso. Poi c’è la Russia, che è storicamente un grande produttore ed esportatore di gas. Tra gli altri produttori ci sono il Canada e la Norvegia, nonché il Regno Unito, anche se i suoi giacimenti petroliferi nel Mare del Nord si sono quasi esauriti. In Africa troviamo Algeria e Libia, anche se quest’ultima - come Russia e Iran - produce ed esporta meno di quanto potrebbe a causa di guerre, frammentazione politica e sanzioni. Bisogna però ricordare che, soprattutto dopo l’inizio della guerra in Ucraina, i mercati dei combustibili fossili sono diventati molto più fluidi di quanto non fossero in passato. L’indipendenza energetica degli Stati Uniti, per esempio, è solo sulla carta: anche se producono gran parte del loro fabbisogno interno di gas, quest’ultimo viene destinato principalmente alle esportazioni e reimportato da altri Paesi quando necessario».

Da quali Paesi importa petrolio e Gnl l’Italia?

«Dopo l’inizio della guerra in Ucraina, la nostra mappa degli approvvigionamenti è molto cambiata, anche se resta fermo il fatto che la fonte fossile più utilizzata nel periodo della transizione verde resta il gas, che supera il petrolio. Noi italiani ci riforniamo principalmente da Stati Uniti, Qatar e Algeria. Algeria e Italia sono collegate tramite un gasdotto, mentre da Usa e Qatar importiamo, tramite grandi navi gasiere, il gas naturale liquefatto che poi rigassifichiamo. Al momento, stanno arrivando - in Italia come negli altri mercati di destinazione - la navi partite dal Qatar prima dell’inizio della guerra: per questo, oggi molti dicono che i rincari sono dettati dalla speculazione. In realtà è il mercato che si sta preparando al fatto che tra due o tre mesi le navi smetteranno di arrivare, aggiustando i prezzi di conseguenza».

I prezzi aumentano per tutti, anche per i Paesi che non si servono dei combustibili iraniani e arabi. Perché?

«Perché nessun produttore può rimpiazzare il gas e il petrolio bloccati nel Golfo Persico. In quell’area c’è una concentrazione geologica di fonti fossili tale che semplicemente è impossibile sostituire. A peggiorare le cose c’è il fatto che lo stretto che si trova dall’altra parte della penisola araba, quello di Bab el-Mandeb, è anch’esso praticamente chiuso a causa degli attacchi dei ribelli Houthi dello Yemen, alleati di Teheran. Quella che attraversa il Canale di Suez, il Mar Rosso e lo stretto di Bab el-Mandeb è una rotta fondamentale nei collegamenti Europa-Asia: da qui passa circa un terzo del commercio globale e le difficoltà di navigazione aumentano ulteriormente i costi dell’energia».

Di fronte a uno scenario simile, in molti pensano che le fonti rinnovabili siano l’unica risposta possibile. È così?

«Non proprio, almeno per tre motivi. Il primo è la sovranità tecnologica, ovvero il possesso delle tecnologie per “carpire” l’energia dal sole, dall’acqua e dal vento, nonché delle filiere necessarie per produrle. Il secondo è quello della continuità energetica delle forniture. Il terzo è quello della sostituibilità o meno dei combustibili fossili, soprattutto in alcuni ambiti industriali. Dal punto di vista tecnologico, oggi è tutto in mano alla Cina: complice il suo quasi monopolio sulle terre rare, ha la leadership sulle tecnologie per il solare e l’eolico, sui motori elettrici e sulle batterie. In termini di continuità energetica, molti parlano della Spagna come di un esempio virtuoso perché sta rispondendo alla crisi energetica facendo leva sui suoi campi fotovoltaici. Eppure Madrid ha ampie capacità di rigassificazione: semplicemente, riesce a contenere i prezzi perché importa quasi tutto il gas di cui ha bisogno dall’Africa e dagli Stati Uniti. Non si limita al solare, specie dopo che il grande blackout del 2025 ha dimostrato come una rete basata sulle sole rinnovabili sia difficile da gestire. Infine ci sono aziende, dalle acciaierie alle lavorazioni del vetro, che consumano tantissimo e che non possono essere “spente” al bisogno. Per loro, le fonti fossili restano imprescindibili».

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