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Bambini rapiti, aggrediti, minacciati. Come possiamo gestire la nostra paura?

Articolo. I genitori sono bombardati da una comunicazione sempre più ansiogena. Come possiamo proteggere i nostri bambini? La risposta è brutale: spesso non possiamo, perché non dipende solo da noi

Lettura 3 min.
(Foto Shutterstock.com)

Due notizie di cronaca cittadina recentemente hanno avuto un impatto sulla mia ansia genitoriale, e credo su quella di molti bergamaschi. La prima è quella della bambina strappata alla madre all’uscita del supermercato, la seconda quella di madre e figlia aggredite in auto in Città Alta.

Più che la paura di uscire di casa – che non ho – è la sensazione di essere circondata da persone potenzialmente fuori di testa. Un senso di ansia e malessere che si somma alle minacce di guerra nucleare, agli Epstein files (da genitori, ma anche da non genitori, che effetto vi fa sapere di un finanziere pedofilo che con la sua cricca di potenti miliardari globali ha trafficato minori in completa impunità?), all’IA che potrebbe mettersi a scrivere queste righe al posto mio. Io vi prometto che nemmeno una riga di questa rubrica sarà mai scritta da una macchina.

Cosa possiamo fare noi?

Ad accrescere il mio senso di ansia e oppressione le telefonate dei parenti, anche da fuori regione: «Ma che succede a Bergamo? Non perdete di vista i bambini neanche un secondo!» e i consigli social di gente che campa sulle paure degli altri: «Dieci modi per prevenire il rapimento dei bambini», «Lo sai che in media spariscono 60 minori al giorno in Italia?», «Mandi tuo figlio al pigiama party dell’amichetta? Sei pazza». Un bombardamento ansiogeno che, nello specifico, non serve proprio a niente. Quali consigli di sicurezza vuoi dare a dei genitori che escono dal supermercato tenendo i figli per mano: «Lasciate i bambini a casa», «Legateli a voi con una fune», «Procuratevi un’arma»? E che suggerimenti vuoi dare a una donna che si barrica in auto con la figlia mentre una fuori di testa sfonda il parabrezza con un manubrio da palestra: «Stai a casa», «Compra un’auto blindata»?

Ci sono situazioni in cui da genitori possiamo fare molto per la sicurezza dei bambini: legarli al seggiolino dell’auto, insegnare loro non dare confidenza agli sconosciuti, non lasciarli soli in piscina o al mare (e iscriverli a un corso di nuoto), vaccinarli e portali dal pediatra, non mettere loro uno smartphone in mano a 5 anni. E ci sono situazioni in cui oggettivamente i singoli non possono fare nulla, zero, nada. Ammetterlo è il primo passo per farsene una ragione. La domanda non è come possiamo tutelarci in queste situazioni estreme (semplicemente non possiamo, neanche se ci tappiamo in casa, magari a rivelarsi fuori di testa è il nostro vicino), bensì: perché persone con problemi psichiatrici evidenti e manifesti vanno in giro libere e non sono curate? Che fine fa una persona che si è rivelata pericolosa per sé e per gli altri? Cosa ne è della certezza della pena? Che fiducia possiamo avere nella giustizia, nella sanità, nella cosa pubblica, nel welfare?

Vite ai margini

In Italia il numero di posti letto ospedalieri per ricoveri psichiatrici acuti è tra i più bassi al mondo (0,1 per 1.000 abitanti, contro la media Ocse di 0,64 per 1.000), il personale è carente di quasi il 30 per cento rispetto agli standard definiti dall’Agenas (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali, ente pubblico vigilato dal Ministero della Salute, che supporta Regioni e Ministero nel governo del SSN), gli investimenti pro capite sono tra i più bassi d’Europa (dati dal terzo rapporto del Gruppo di lavoro su equità e salute nelle Regioni dell’Istituto superiore di sanità).

«Le situazioni di solitudine e di marginalizzazione delle persone nella nostra società sono numericamente aumentate», sostiene qui Gianmario Gazzi, ex presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali. La pandemia, incidendo negativamente sul benessere psicologico delle persone, ha reso le situazioni di difficoltà più complesse e difficili. In Italia il numero dei senzatetto (categoria fragile per eccellenza, cui apparteneva l’aggressore della bambina al supermercato) è raddoppiato negli ultimi dieci anni e ogni anno nelle città italiane ne muoiono a centinaia (414 nel 2025). Sono queste le cifre che mi fanno paura quando penso al futuro dei miei figli, e non solo perché disagio sociale, povertà educativa, sanitaria e abitativa alimentano i reati e ci rendono tutti meno sicuri, ma perché sono consapevole che «potrebbe succedere anche a loro».

Prendiamo il tema della salute mentale: il punto non è soltanto farsi carico di chi potrebbe rivelarsi pericoloso per i bambini – dall’aggressore della bimba al supermercato alle madri con gravi depressioni post-partum – ma occuparci dei nostri stessi figli. In Italia le attività psicologiche, soprattutto quelle dedicate all’infanzia e all’adolescenza, sono trattate come un bene di lusso cui accede chi può permetterselo. Il Sistema Sanitario Nazionale ha una media di 2,3 psicologi ogni 100mila abitanti tra ospedali e consultori pubblici, contro una media europea di 5,4. E i posti letto che mancano in psichiatria potrebbero servire anche ai nostri figli adolescenti, che soffrono di autolesionismo o tentano il suicidio (ne abbiamo parlato qui). La tenuta del Sistema sanitario nazionale mi preoccupa molto di più del singolo squilibrato.

La risposta è solo collettiva

Non mi è mai piaciuto immaginare me stessa come possibile vittima. Non sono «buonista», spesso neanche buona purtroppo. Se qualcuno attaccasse me o i bambini penso sempre che mi difenderei con ogni mezzo (o ci proverei), ma pure se ci iscrivessimo tutti a un corso di Krav Maga ci sono problemi che non prevedono una soluzione individuale.

Ora, io lo so che dare la colpa «alla società» sembra una patetica scusa, e che le risposte immediate danno più soddisfazione alla nostra legittima rabbia: giustizia sommaria, incremento delle pene, poliziotti a ogni angolo (a proposito: sapevate che in Italia abbiamo un numero di agenti per abitanti fra i più alti d’Europa?), ma semplicemente non funzionano, alzano il livello di violenza senza intervenire sulle cause, non ci proteggono. Ma anche se la pensate diversamente da me – magari la soluzione è davvero una repressione più capillare, un uso più esteso della custodia cautelare, la riapertura dei manicomi – rimane il fatto che la risposta è solo collettiva. La sicurezza è uno dei tanti temi dove è impossibile essere «bravi genitori» senza provare a essere «bravi cittadini», qualsiasi cosa intendiamo.

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