Le imprese reggono l’urto delle crisi

Il difficile contesto geopolitico internazionale incide sul sistema economico bergamasco. Nel 2024 il fatturato supera i 69 miliardi, in calo dell’1,2%. l’11,7% delle imprese (8,7% lo scorso anno) chiude il bilancio in rosso

3 ore fa

Fatturato in calo , meglio il valore aggiunto

Nel 2024, le prime 1.000 realtà della provincia di Bergamo, di cui 166 gruppi, raggiungono i 69 miliardi di euro di fatturato, in calo dell’1,2% sull’anno precedente: si tratta di una riduzione contenuta, tenuto conto del contesto economico in cui è maturata. Sette gruppi superano il miliardo di euro di vendite, con diciotto realtà che vanno oltre il mezzo miliardo. Guardando la distribuzione complessiva delle vendite, il 5,8% delle imprese supera i 200 milioni; il 22,1% ha un fatturato compreso tra 50 e 200 milioni; il 37,5% tra 20 e 50 milioni; il 34,6% inferiore a 20 milioni. Il valore della produzione, espressivo del totale dell’attività svolta, sia interna sia destinata al mercato, si muove in linea con il fatturato, con una contrazione minima dello 0,7%.

Più della metà delle imprese (53,4%) aumenta il fatturato mentre un numero leggermente inferiore l’Ebit (reddito operativo complessivo). A proposito di quest’ultimo risultato, calcolato escludendo un valore straordinario (lo stesso si farà per la gran parte degli indicatori successivi), nel 2024 perde il 2,5%. L’andamento fino a ora descritto non ha generato grandi variazioni sugli indicatori della gestione caratteristica, a partire dal valore aggiunto, che esprime la capacità di creare ricchezza con lo svolgimento della propria attività: esso prosegue il suo percorso migliorativo, con l’incidenza sul fatturato al 28,4%. Si tratta di un buon risultato, perché sempre più il livello di competitività, soprattutto internazionale, dipenderà da prodotti ad alto valore aggiunto.

L’utile prodotto è di 3,7 miliardi, con un calo del 10,4% sul 2023 che ha comportato una lieve contrazione della sua incidenza sulle vendite

Questo progresso ha permesso la sostanziale stabilità dell’Ebitda (margine operativo lordo), di poco inferiore al 2023 e pari al 12% delle vendite, contro il 12,4% del precedente anno. Si tratta di un dato da valutare positivamente, che identifica la capacità delle imprese di produrre flussi finanziari dalla gestione tipica a supporto dell’intera attività di impresa. La variazione di segno opposto dell’Ebitda rispetto al valore aggiunto dipende dalla minore capacità di assorbimento del costo del lavoro, che aumenta del 7,9%, a fronte di ricavi in riduzione: l’incidenza del capitale umano, infatti, sale al 16,5% (15,3% lo scorso anno). Gli altri costi strutturali (ammortamenti, accantonamenti e svalutazioni) rimangono sostanzialmente invariati, in termini relativi, rispetto al 2023 (4,6% sul fatturato).

Se dalla gestione caratteristica si passa a quella complessiva, l’attenzione è posta sull’ultima riga del conto economico: è in aumento il numero di imprese che chiudono in perdita, pari nel 2024 all’11,7%, un dato da non trascurare. Complessivamente, l’utile prodotto è di 3,7 miliardi (4,4 con il componente straordinario), con un calo del 10,4% sul 2023, che ha comportato una lieve contrazione della sua incidenza sulle vendite. Il passo successivo dell’analisi è guardare la capacità delle imprese della provincia di produrre adeguati tassi di ritorno rapportati agli investimenti effettuati e ai livelli di attività svolti.

La situazione della redditività

Il primo indicatore esaminato è il Roi, cioè la redditività complessiva del capitale investito: l’indicatore subisce un leggero decremento, passando dall’8,6% del 2023 all’8% del 2024, con il 7,1% delle imprese che presentano un segno negativo, valore in crescita. L’indice risente, anche dei proventi patrimoniali netti, in miglioramento rispetto al 2022: escludendoli, gli indici di redditività si ridurrebbero più di un punto percentuale.

La redditività operativa dipende da due determinanti che agiscono entrambe sulla sua riduzione. La prima è il Ros, ovvero la marginalità generata dalle vendite, che raggiunge il 9,0%, dato sostanzialmente analogo al 2023 (9,2%). La seconda è la rotazione del capitale investito, che misura il grado di efficienza finanziaria nell’utilizzo delle risorse: il suo valore si è ridotto rispetto allo scorso anno, in quanto allo sviluppo del capitale investito (+4,6%) non è corrisposto quello delle vendite.

L’ultimo indicatore di redditività è il Roe, che esprime il ritorno economico per i soci: in questo caso si assiste alla decurtazione più evidente, in quanto si scende dal 12,7% al 10,5%, con una perdita di due punti percentuali. Si riduce meno l’incidenza dell’utile netto sul fatturato, che dal 6% passa al 5,4%.

La solidità patrimoniale , sù gli oneri finanziari

Esaminando la solidità, emerge un quadro nel complesso soddisfacente: il rapporto di indebitamento conferma la buona situazione dello scorso anno. Malgrado la stabilità della dipendenza da terzi, peggiora la sostenibilità economica degli oneri finanziari, cioè il rapporto tra interessi passivi ed Ebitda, che sale al 12,9% (10,4% nel 2023): si tratta di un cambiamento che dipende sia da un lieve incremento del costo del denaro, sia dalla riduzione dei risultati economici. Gli oneri finanziari complessivi, che superano il miliardo di euro, si incrementano del 20% rispetto al precedente anno, dove la variazione era stata ben del 74%: peggiora, di conseguenza, anche il rapporto tra oneri finanziari e fatturato, pari all’1,5% (1,3% nel 2023).

Le imprese bergamasche raggiungono pienamente l’autocopertura, con l’indicatore ben sopra l’unità e stabile nel tempo, segnale di resistenza patrimoniale e di ampia possibilità di sviluppo. Infine, le disponibilità liquide a inizio 2025 erano superiori agli 8 miliardi, con una crescita del 14,6%, su cui influisce anche questo anno il minor fabbisogno di capitale circolante.

Il sistema Bergamo resiste alla crisi

Dall’analisi emerge una situazione nel complesso non preoccupante, malgrado la contenuta riduzione degli indicatori di redditività, ben bilanciata da una soddisfacente solidità. Le imprese bergamasche hanno quindi risentito meno, rispetto ad altri territori, dell’andamento insoddisfacente dell’economia italiana e internazionale. La rischiosità operativa e finanziaria del sistema Bergamo è, pertanto, stabile: le attese per i consuntivi del 2025 non sono positive ma la robustezza del sistema è un elemento di sicurezza.

Le imprese bergamasche nel 2024 hanno risentito meno, rispetto ad altri territori, dell’andamento insoddisfacente dell’economia italiana e internazionale.

Per una provincia manifatturiera, l’insoddisfacente dinamica della produzione industriale nel 2024 non è certo un segnale incoraggiante: a livello nazionale si è ridotta del 3,5% (-3,7% la manifattura), con segni negativi durante tutto l’anno che hanno caratterizzato quasi tutti i settori. Sempre a livello nazionale, nel primo semestre del 2025, si registra un ulteriore segno meno dell’1,1%, che si attenua nei primi nove mesi (-0,7% il dato complessivo, -1,2% la manifattura): verso la fine dell’anno si potrebbe vedere una modesta inversione di segno. Il quadro complessivo si presenta incerto. Molte variabili possono cambiare rapidamente lo scenario. Esaurito l’effetto del Pnrr, inferiore alle attese, il tasso di sviluppo del Paese torna ad essere molto contenuto. Inoltre, anche gli adeguamenti delle remunerazioni non dovrebbero aumentare in misura apprezzabile i consumi in quanto, sempre considerato l’elevato grado di incertezza, dovrebbero essere in buona parte destinati al risparmio.

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Il futuro della manifattura

Questo settore rappresenta il macro ambito di attività più rilevante per l’economia bergamasca oltre che per quella lombarda e italiana. In questi anni sembra soggetta a un ridimensionamento che prende avvio dalle politiche green europee che, per come sono pensate, tendono a una deindustrializzazione dell’economia. Non si mette in discussione il fine ultimo ma non convincono le modalità realizzative, dalle quali traspare più un approccio ideologico che strategico. L’Ue è di fatto l’unica area geoeconomica dove la dimensione ambientale è oggetto prioritario di attenzione, pur impattando in misura contenuta sull’inquinamento mondiale: questo genera uno svantaggio competitivo nei confronti dei Paesi meno (o per nulla) sensibili al tema. Inoltre, sono proprio le modalità a non convincere, perché non tengono conto dell’impatto economico, senza il quale nessun obiettivo è raggiungibile. Perché accanirsi sulle sole auto elettriche nel 2035 e non seguire il percorso della neutralità tecnologica che permetterebbe di raggiungere gli stessi obiettivi senza distruggere l’industria?

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