Il numero simbolico è stato raggiunto il 17 marzo: la costellazione Starlink ha toccato quota 10mila satelliti in orbita. Un traguardo che segna un passaggio chiave per la storia dello spazio, ma che apre interrogativi urgenti sull’impatto ambientale e sulla sostenibilità dell’attività spaziale. Proprio di questo ha parlato nella sua lectio, l’astrofisica Patrizia Caraveo, ospite d’eccezione dell’evento rivolto al comitato editoriale di eco.bergamo.
Satelliti in orbita, i costi nascosti della nuova corsa allo spazio
L’astrofisica Patrizia Caraveo analizza il boom dei satelliti e di Starlink: orbita sempre più affollata, rischi per l’ozono e dubbi sulla sostenibilità della nuova economia dello spazio
«Guardiamo in alto: i satelliti sono ovunque», ha esordito la presidente della Società italiana di astrofisica, mostrando l’immagine di un time-lapse del cielo della durata di un’ora di “cattura” di immagini in un’area agricola in Montana, negli Stati Uniti, in cui vi è poco inquinamento luminoso. «Questa immagine rende l’idea della quantità di satelliti che vi sono in orbita: ci sono satelliti, sempre e dappertutto».
La causa di questo incremento è quello che l’astrofisica definisce «una crescita esplosiva» dei satelliti lanciati dal 1960 a oggi. I numeri parlano chiaro. «Fino al 2015 si andava dai 100 ai 150 satelliti all’anno, poi sono aumentati esponenzialmente. Gli Stati Uniti fanno la parte del leone perché la gran parte di questi satelliti, ben 3.700, sono americani». Solo nel 2025 sono stati messi in orbita 4.510 satelliti, con una crescita netta di 2.500 unità, che corrisponde al 23%. A febbraio 2026 i satelliti attivi complessivi erano 14.587, saliti a 14.915 a metà marzo.
Caraveo senza mezzi termini mostra come dietro a questa impennata vi sia un nome e un cognome: «Il signor Elon Musk è il dominatore del mercato satellitare e l’enorme crescita deriva da satelliti commerciali». Ma l’universo, che è grande ma non infinito, è ancora più affollato se si considerano anche i satelliti non più operativi e i detriti: oltre 32.000 oggetti catalogati orbitano attorno alla Terra. «Parliamo di veri e propri ingorghi orbitali. L’aumento dei satelliti è infatti strettamente legato alla crescita dei lanci. Il 2025 è stato un anno record con 330 missioni, contro le 263 del 2024. Più della metà sono attribuibili a vettori Falcon 9 di SpaceX, con 165 lanci, mentre gli Stati Uniti guidano la classifica con 181 missioni totali. Seguono Cina, Russia». L’Europa è ferma a sei.
L’impatto ecologico di satelliti e detriti
Tuttavia «l’astronomia è solo un danno collaterale: il vero danno è quello ecologico, perché i lanci e i rientri dei satelliti inquinano l’atmosfera». Patrizia Caraveo ci spiega il perché: «Molti lanciatori utilizzano kerosene il quale rilascia pulviscolo, un combustibile sporco – prosegue l’astrofica –, mentre i combustibili solidi liberano zolfo e cloro, che è il killer dell’ozono». Ha ricordato, poi, l’importanza di tutelare lo strato di ozono dell’atmosfera citando il famoso protocollo di Montreal, entrato in vigore nel 1989, che ha bandito l’uso dei clorofluorocarburi (Cfc): «ma in questo momento stiamo vivendo un nuovo pericolo ozono, che preoccupa molto la comunità scientifica, poiché ogni lancio crea un buco in questo strato di ozono». Le conseguenze sono importanti dal momento in cui «i gas restano nell’atmosfera per cinquant’anni e contribuiscono al riscaldamento globale».
E se i lanci inquinano, i rientri non sono da meno. «I satelliti dismessi vengono generalmente distrutti durante il rientro in atmosfera, ma i metalli non spariscono. Si formano ossidi di azoto che reagiscono con l’ozono, con tribuendo ulteriormente alla sua distruzione» aggiunge la professoressa Caraveo. Anche in questo caso i numeri sono in aumento. Tra ottobre 2024 e ottobre 2025 sono stati deorbitati 2.165 oggetti, tra cui 1.182 satelliti e 109 stadi di razzi. «Più lanci significano più rientri».
(Foto di Susanna Alborghetti)
Un esempio concreto dell’impatto è stato fornito da un episodio avvenuto il 19 febbraio 2025, quando un motore del secondo stadio di un Falcon9 è rientrato vicino a Varsavia. «Abbiamo misurato direttamente il litio rilasciato e il confronto è impressionante: le meteoriti depositano meno di 80 grammi di litio al giorno, mentre un solo secondo stadio di un Falcon9 ne contiene circa 30 kg». I satelliti bruciano a 70 chilo metri di altezza, ma se questo non succede, a volte i rientri lasciano veri e propri rottami. Frammenti di veicoli spaziali possono sopravvivere al rientro e raggiungere il suolo.
È il caso di un pezzo del «baule» della capsula Dragon, oppure quando la capsula Starship è esplosa sopra ai Caraibi britannici. «Centinaia di tonnellate di acciaio che Musk ha commentato con un post su X con “Il successo è incerto ma il divertimento è garantito” – ha riferito Caraveo – quelli che non si sono divertiti affatto sono stati i controllori dello spazio aereo che il 16 gennaio 2025 lo hanno temporaneamente chiuso per evitare l’interferenza dei detriti con voli civili». In questo scenario, anche l’osservazione astronomica paga il prezzo della congestione orbitale. «L’astronomia è penalizzata sia per l’inquinamento luminoso prodotto dai satelliti sia per la difficoltà crescente di ottenere immagini pulite del cielo». Anche lo spazio non è più un ambiente remoto e incontaminato, ma un’estensione delle attività umane, con tutte le conseguenze che questo comporta.
Artemis II: Il ritorno verso la Luna e poi Marte
Il 2 aprile si scriverà una nuova pagina della storia: dopo oltre mezzo secolo l’umanità tornerà a varcare i confini dell’orbita lunare con la missione spaziale internazionale Artemis II della NASA. I corpi celesti colonizzabili, come la Luna, e in futuro Marte, sono gli altri due attori di cui l’autrice Patrizia Caraveo parla nel suo saggio “Ecologia Spaziale. Dalla Terra alla Luna a Marte” (Hoepli 2024).
(Foto di Susanna Alborghetti)
Parlando proprio di Luna, Artemis II, che è una sorta di prova generale per verificale tutti i sistemi della capsula Orion, spiega Caraveo, «è fondamentalmente il rifacimento della missione Apollo 8 del 1968, che è stato un momento epocale per la storia dell’umanità, perché nessun essere umano si era mai allontanato così tanto dalla Terra andando a orbitare in torno alla Luna». Nello specifico però questa volta «Artemis II non orbiterà attorno alla Luna ma compirà una sorta di “otto” tra la Terra e la Luna – riferisce Caraveo –: un solo sorvolo della superficie lunare andando più distante di qualsiasi altra sonda spaziale prima di questa».
Quale è lo scopo di questa missione? «Il fine è mettere alla prova tutti i sistemi della capsula Orion – prosegue Caraveo –, che ospiterà l’equipaggio composto da quattro astronauti. La capsula si compone di un modulo abitativo e uno di servizio, fornito dall’Agenzia spaziale europea, che fornisce potenza, aria, energia necessaria a far funzionare la strumentazione in orbita».
Ci sono però tre importanti novità che rendono speciale la missione Artemis II rispetto all’Apollo 8: tra i quattro astronauti che a bordo di una missione della durata di circa dieci giorni «ci sarà per la prima volta una donna (Christina Koch, ndr) – dice Caraveo –, un uomo di colore, il pilota Victor Glover, e infine un astronauta non statunitense (Jeremy Hansen dell’agenzia spaziale canadese, ndr). Quindi questa è in qualche modo la vera grande rivoluzione antropologica perché l’equipaggio rispetta molto di più la popolazione degli Stati Uniti e vuole, in qualche modo, rappresentare il mondo che va verso la Luna».
Il programma Artemis rappresenta una delle iniziative spaziali più ambiziose mai intraprese dalla NASA insieme alle agenzie partner. Il nome richiama Artemide, divinità greca della caccia e della Luna, nonché sorella di Apollo, e simboleggia il ritorno dell’uomo sul nostro satellite dopo oltre mezzo secolo dalle storiche missioni Apollo. A differenza del passato, però, l’obiettivo non è limitato a una semplice esplorazione: si punta a creare una presenza stabile sulla Luna, attraverso la realizzazione di una base permanente utile per l’invio dei primi esseri umani su Marte.
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