L’Italia sta sprecando una fonte energetica rinnovabile importantissima: il geotermico. È una situazione paradossale, per il primo Paese al mondo ad aprire una centrale elettrica geotermica (quella di Larderello, in Toscana, inaugurata nel 1911). Secondo le stime del gruppo Enel, il potenziale geotermico estraibile del nostro Paese sarebbe compreso tra 5.800 e 116mila TWh di energia. In realtà, ogni anno l’Italia produce 5,7 TWh di elettricità geotermica, mentre il Pniec del 2024 prevede di arrivare a 7,5 TWh entro il 2030. Cosa causa questa enorme discrasia? Risponde Luigi Mazzocchi, ex-direttore del Dipartimento «tecnologie di generazione e materiali» di Rse.
Dove si trovano le principali centrali geotermiche del nostro Paese?
«Il calore geotermico è disponibile ovunque: la temperatura aumenta di circa tre gradi ogni 100 metri, in media. Fortunatamente, nel nostro Paese ci sono delle zone anomale dove il calore è molto maggiore: questo è il caso della parte di Toscana attorno al monte Amiata e a Larderello, ma anche dei Campi Flegrei, dei Colli Euganei e di alcune zone della Sicilia. Lì il gradiente termico, cioè l’aumento di temperatura connesso all’incremento della profondità, è maggiore: gli impianti Enel in Toscana si fermano tra i tremila e i cinquemila metri di profondità. Alcune di queste zone, però, non sono ancora state sfruttate adeguatamente».
Perchè?
«Credo che ci siano ragioni storiche e culturali: in Toscana è nata una filiera della geotermia, che va dalla costruzione delle turbine alla manutenzione, e per questo le centrali funzionano. In altre zone, come l’alto Lazio, l’industria non ha attecchito. C’è un problema di costi, perché la geotermia è una tecnologia che richiede grandi investimenti. È come il nucleare: quando funziona non consuma nulla, sfrutta una fonte inesaurabile e non richiede combustibile. Però le centrali costano e occorre spendere grandi cifre per le esplorazioni e la ricerca dell’ubicazione perfetta».
Non solo geotermia profonda: quella “di superficie” può entrare in tutte le case. Le centrali come quella di Larderello sono esempi di geotermia “profonda”. Da diversi anni, però, esiste anche una geotermia “di superficie”, adattabile all’edilizia residenziale.
Cosa cambia tra le due?
«La geotermia profonda è quella che sfrutta le alte temperature, attorno ai 150-200°C, scendendo in profondità nel terreno. All’opposto ci sono le tecnologie a bassa temperatura: basta scavare un pozzo di cento metri, anche nel giardino di casa, per raggiungere un terreno più caldo della superficie. Se in superficie la temperatura è pari a 0°C, a 100 metri di profondità ci possono essere tra i 10 e i 15°C: con queste temperature non si genera elettricità, ma calore tramite una pompa di calore. C’è poi una fascia intermedia, con pozzi che arrivano fino a mille metri, che raggiunge temperature comprese tra i 90 e i 150°C. Non può essere usata nel campo residenziale, ma ci sono progetti in corso - uno è a Ferrara - che prevedono di usare questa geotermia intermedia per il teleriscaldamento».
Il Pniec prevede il potenziamento della rete geotermica italiana fino a 7,5 TWh di energia prodotta. Come sarà possibile raggiungere questo risultato?
«C’è un decreto che già incentiva la , concedendo ai produttori di energia dieci centesimi al kilowattora per i sistemi tradizionali e 20 centesimi al kilowattora per quelli innovativi. Questo perché occorre ricordare che tra i gas estratti dal sottosuolo insieme al vapore c’è anche l’anidride carbonica, che finisce in atmosfera. I sistemi più avanzati, a ciclo binario, non prelevano gas, ma riscaldano i fluidi in un circolo chiuso, rendendo pienamente sostenibile anche la geotermia. Hanno anche un altro vantaggio: il ciclo binario permette di produrre energia a profondità inferiori a quelle delle centrali ad alta temperatura. Ciò significa che potremmo aumentare la capacità produttiva di stabilimenti pensati per il teleriscaldamento, come quello di Ferrara. A mio avviso, però, la vera differenza la faranno la geotermia residenziale a bassa temperatura e le innovazioni sulle centrali ad alta profondità».
Prospettive: geotermico e teleriscaldamento
Nelle aree ad elevata attività geotermica - alcune parti della Toscana, per esempio - il calore prodotto dalle centrali viene riutilizzato per il riscaldamento delle aree residenziali e per le attività produttive. Anche la geotermia a media e bassa temperatura può essere utilizzata per le stessa finalità, anche se per ora non ha espresso tutto il suo potenziale. Il problema maggiore dell’utilizzo di queste tecnologie innovative nelle reti di teleriscaldamento tradizionali (come quelle che già esistono a Milano, Brescia e Bergamo) sta nel fatto che queste ultime hanno dei sistemi basati sulle pompe di calore, che consumano energia elettrica. Laddove vi è un teleriscaldamento con pompa di calore, il geotermico a media e bassa profondità diventa meno vantaggioso, almeno dal punto di vista economico, rispetto al gas naturale, alle biomasse e persino al calore prodotto dai termovalorizzatori. Questo almeno per il momento: oggi l’elettricità ha un costo tre volte più alto rispetto al gas, a parità di calore prodotto. Con il progresso sulla geotermia a media e bassa temperatura, però, le cose potrebbero cambiare.