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Verso la “carta d’identità digitale” degli abiti

Dal 2027 il Passaporto digitale di prodotto (DPP) renderà tracciabile l’intero ciclo di vita di un capo. Ma la filiera dei produttori è frammentata: Confindustria Moda chiede criteri che tengano conto della composizione fibrosa e delle lavorazioni.

Dalla produzione delle materie prime, alla fabbricazione, al trasporto e alla distribuzione, fino al comportamento dei consumatori e alla cura dei capi, il ciclo di vita dell’abbigliamento ha un forte impatto ambientale, con un uso massiccio di risorse naturali, inquinamento dell’acqua e del suolo ed elevate emissioni di carbonio. Parliamo della cosiddetta filiera del comparto tessile. Uno strumento che aiuterà a certificarla sarà il Passaporto digitale di prodotto (Dpp) – atteso in Italia dalla metà del 2027 –: una sorta di carta d’identità dell’abito che consentirà ai consumatori di ripercorrere ogni step della supply chain per capire se è stato realizzato in modo etico, nel rispetto delle persone e dell’ambiente.

La sfida per le aziende

Ne abbiamo parlato con Guido Bottini, responsabile dell’area Sostenibilità, Economia circolare e Ambiente di Confindustria Moda. «L’aspetto su cui stiamo insistendo è che, nella definizione dei criteri di performance, si tenga conto della complessità della filiera e della composizione fibrosa dei capi – riferisce Bottini –: le varie tipologie di fibre (naturali, miste o sintetiche) o la resistenza allo strappo».

È chiaro che c’è una differenza notevole tra un prodotto in seta pura, uno in fibra sintetica o un cotone elasticizzato. «Se tutti i parametri non fanno riferimento a questa composizione fibrosa allora le informazioni che vengono date al consumatore varranno ben poco».

Il Ddp verrà applicato a quelle aziende proprietarie di prodotti brandizzati che immettono sul mercato italiano, ma ricadrà a catena sui fornitori della filiera che dovranno produrre tutte le informazioni necessarie a produrre il passaporto. «Chi non avrà l’obbligo del passaporto digitale, per esempio aziende che fanno solo tintoria o finissaggio, dovrà utilizzare i dati di produzione per comunicare le informazioni necessarie e sufficienti per rispondere ai criteri di performance».

Dal punto di vista degli investimenti sulla misurazione delle produzioni molto dipende da quanto le aziende sono strutturate: «Per chi ha una linea dedicata allo stesso prodotto sarà più semplice calcolare il consumo e la spesa elettrica, al contrario se su una linea si fanno diverse produzioni si deve avere un impianto capace di distinguere una lavorazione dall’altra». Un problema sarà la trasparenza e la comunicazione all’interno della catena di fornitura: «Se un’azienda ha la catena di fornitura in estremo Oriente sarà più complesso rispetto a chi ha tutti i fornitori sul territorio italiano», conclude Bottini.

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Slow Fiber: consumo consapevole e filiera chiusa

Bello, buono, sano, pulito, durevole e giusto. Sono i valori coniati dal movimento Slow fiber, nato dall’incontro fra il movimento Slow Food e alcune aziende italiane virtuose della filiera del tessile.

Il suo fondatore è l’imprenditore torinese Dario Casalini, che pone l’accento sulla necessità di un cambiamento culturale. «Bisogna consumare meno e meglio – dichiara l’imprenditore – e riequilibrare prezzo e valore. Una cosa che costa poco siamo più incentivati a sprecarla, al contrario, si tende a prestare più attenzione a ciò che costa di più». Gli sforzi devono essere fatti da entrambe le parti, da chi produce e da chi acquista: «Il mercato apprezza la filosofia e la coerenza di pensiero. Un rischio per le aziende è che alzino molto l’asticella del Made in Europe, però se il 75% della produzione arriva da fuori Europa questo diventa un problema, che dobbiamo imparare a gestire», sottolinea Casalini. Quali possono essere le strategie? «Un euro speso su una filiera locale rimane in loco, e il beneficio è molto alto, se invece si investe in importazione quel denaro andrà da qualche altra parte», prosegue il fondatore di Slow Fiber.

Sul fronte del riciclo, Casalini propone un circolo chiuso: «È fondamentale capire da dove arriva e dove va il prodotto. Qui entra in gioco il tema della sicurezza chimica di un rifiuto tessile: se un prodotto non ha una sicurezza chimica alta, per esempio, non conosciamo dove è stato tinto, si corre il rischio di inserire quel prodotto insalubre in tutti i capi a contenuto riciclato».

È chiaro: il processo è molto oneroso ed applicabile piccola scala. «Credo infatti che un ruolo fondamentale possono averlo i consorzi nel gestire progetti di riciclo a circuito chiuso e a filiera controllata». Positivo Casalini anche sull’introduzione dell’Epr, che ritiene oggi una delle poche normative «utili e fondamentali», con l’accortezza di considerare alcuni aspetti: composizione, sicurezza chimica, complessità e disassemblaggio del prodotto necessari a definire il contributo ambientale; trovare alternative alla raccolta e spedizione del tessile verso il Sud del mondo; la sfida alla gestione dei resi e-commerce, che nel 90% dei casi sono inutilizzati o usati pochissimo.

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