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Cattura e stoccaggio CO2 sono leve chiave per decarbonizzare l’industria

L’Ue accelera verso la neutralità climatica con obiettivi stringenti: -55% di emissioni al 2030 e -90% al 2040, fino allo zero netto al 2050. Rea Dalmine fa il punto anche su sistema Ets2.

Con la Legge europea sul clima, l’Unione europea ha fissato l’obiettivo delle zero emissioni nette al 2050, con tappe intermedie al 2020 (-20% rispetto al 1990) e al 2030 (-55%) e una proposta al 2040 che punta a -90%. Un traguardo sfidante, considerando che negli ultimi 35 anni le emissioni sono diminuite del 37% e nei prossimi cinque anni sarà necessario ridurle di un ulteriore 18%. La sfida riguarderà soprattutto i settori hard-to-abate, comparti ad alta intensità energetica come minerali non metallici, acciaio, chimica e termovalorizzazione dei rifiuti. In questi ambiti, efficienza e rinnovabili non basteranno per raggiungere questi obiettivi: serviranno tecnologie dedicate. La cattura della CO₂ diventerà quindi una leva imprescindibile. Una volta intercettata, l’anidride carbonica potrà essere riutilizzata nei processi produttivi (con tecnologie Carbon capture and utilization - Ccu) oppure trasportata verso siti di stoccaggio geologico permanente (con soluzioni Carbon capture and storage - Ccs). Secondo il Report 2025 dell’Osservatorio zero carbon technology pathways, promosso da Energy & strategy della School of management del Politecnico di Milano, la Commissione europea prevede di catturare 50 milioni di tonnellate di CO₂ entro il 2030 e 450 milioni al 2050, di cui il 55% destinato allo stoccaggio permanente.

I dati sono stati presentati durante un convegno al Politecnico di Milano, con la partecipazione

di diversi player del settore, tra cui Rea Dalmine, impegnata nello studio di soluzioni per la decarbonizzazione dell’impianto di via Dossi. Già oggi il 50% della CO₂ immessa in atmosfera da Rea è di origine biogenica, ovvero deriva da fonti biologiche. Per approfondire il tema abbiamo intervistato Davide Chiaroni, professore ordinario di Strategy & marketing e circular economy business models al Politecnico di Milano e co-fondatore di Energy&strategy.

Cosa significa decarbonizzare un termovalorizzatore come quello di Rea Dalmine?

«Decarbonizzare un termovalorizzatore vuol dire catturare la CO₂ che viene attualmente emessa dal processo di termovalorizzazione attraverso un sistema posto a valle dell’impianto, che consente di intercettarla per poi trasportarla e stoccarla altrove».

Mancano però ad oggi una normativa certa e meccanismi di supporto necessari per assicurare lo sviluppo di questo settore che è fondamentale per la decarbonizzazione. Qual è la situazione?

«Ci sono due grandi direttrici normative oggi in revisione. La prima è il target europeo della neutralità climatica al 2050, che include anche la decarbonizzazione dei termovalorizzatori. La seconda è il meccanismo Ets, che impone un costo alle emissioni per incentivare gli investimenti. Il dibattito riguarda, in particolare, l’Ets2, in vigore dal 2027, che dal 2028 potrebbe includere anche i termovalorizzatori. Questo comporterebbe un aggravio dei costi: investire nella cattura oppure pagare le quote di CO₂ significa comunque sostenere nuove spese. Inoltre si sta discutendo sui tempi e sui comparti coinvolti, considerando che gli impianti Waste to energy, pur emettendo CO₂, evitano il ricorso alla discarica e quindi forniscono un servizio ambientale».

Ci potrebbero essere rincari in bolletta per l’utente finale?

«Dalle nostre simulazioni, l’applicazione dell’Ets a questi comparti comporterebbe un aumento dei costi di produzione dell’energia tra il 15% e il 30%. Questo incremento potrebbe riflettersi sulle bollette energetiche, perché il produttore sarebbe costretto a vendere a un prezzo più alto. In alternativa, nel caso dei termovalorizzatori, l’aumento potrebbe ricadere sul servizio di smaltimento, quindi sui costi di conferimento dei rifiuti. In entrambi i casi si tratta di un aggravio da gestire bene».

Delle 84 tecnologie disponibili sul mercato, il 46% è sviluppato da imprese europee. L’Italia può giocare un ruolo da protagonista?

«Questa tecnologia rappresenta un’opportunità industriale importante, perché, a differenza di altre soluzioni per la transizione energetica, vede una forte presenza europea e italiana sia sul piano tecnologico sia lungo la filiera. L’Italia può giocare un ruolo centrale: il progetto della dorsale di Ravenna, sviluppato dalla joint-venture Eni-Snam, porterà alla nascita di un sito di stoccaggio offshore con capacità superiore a 500 milioni di tonnellate di CO₂. Un secondo hub, operativo dopo il 2040 nell’area del Mar Jonio, avrà una capacità di 130 milioni di tonnellate. Il trasporto della CO₂ attraverso le pipeline, le stesse infrastrutture oggi utilizzate per il gas, potrebbe poi rappresentare un’opportunità strategica per il Nord Italia e per il tessuto produttivo che ruota attorno al termovalorizzatore di Dalmine. L’adeguamento o la realizzazione di una rete dedicata consentirebbe di servire in modo efficiente l’intero territorio. Le ricadute sarebbero rilevanti come investimenti, occupazione e sviluppo di attività affidate alle imprese italiane. Si tratta però di interventi infrastrutturali complessi, che richiedono tempi adeguati e un quadro normativo stabile, con una visione decennale».

Qual è il consiglio ai player che stanno studiando soluzioni per i propri impianti?

«Il primo è valutare la CCS lungo l’intero ciclo, dalla cattura al trasporto e allo stoccaggio. Concentrarsi solo sulla cattura rischia di fornire un’analisi incompleta dei costi e degli impatti. Il secondo è coinvolgere le comunità locali fin dalle prime fasi, condividendo benefici e ricadute economiche. In un ambito delicato come la gestione dei rifiuti e la transizione energetica, la partecipazione è una componente fondamentale del successo».

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