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L’amianto continua a pesare sui cantieri
e sulla salute pubblica

Nonostante il divieto, il minerale resta un rischio in Italia. Regione Lombardia, con una legge del febbraio scorso, ha introdotto disposizioni sull’uso dei dispositivi di protezione individuale per i lavoratori. Si rafforzano le misure di tutela.

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Nonostante sia stato bandito in Italia oltre trent’anni fa, l’amianto continua a rappresentare un rischio concreto per la salute e per l’ambiente. I dati epidemiologici mostrano che le patologie correlate continuano a manifestarsi anche oggi: a causa dei lunghi tempi di latenza, l’incidenza del mesotelioma resta su valori significativi nonostante il divieto dell’amianto risalga al 1992. In questo scenario si inserisce la legge regionale 10 febbraio 2026, numero 5, che introduce disposizioni specifiche sui dispositivi di protezione individuale (Dpi) respiratori per i lavoratori esposti all’amianto, rafforzando le misure di prevenzione. Il provvedimento non si limita a ribadire l’obbligo di utilizzo dei Dpi, ma introduce criteri tecnici dettagliati per la loro selezione, uso, manutenzione e controllo, in funzione dei livelli di esposizione a polveri e fibre. Viene inoltre chiarito un principio chiave: i Dpi rappresentano l’ultima linea di difesa, da adottare quando le misure tecniche e collettive non sono sufficienti a ridurre il rischio. La norma rafforza anche gli obblighi a monte delle lavorazioni, imponendo ai datori di lavoro di verificare la possibile presenza di amianto prima di interventi di demolizione o manutenzione e di applicare le procedure di sicurezza anche in caso di semplice sospetto. Accanto agli aspetti tecnici, la legge introduce un approccio di sistema che prevede formazione specifica per lavoratori e datori di lavoro, controlli, registri e verifiche periodiche, con un ruolo centrale affidato alle Ats nelle attività di prevenzione e vigilanza.

Accanto alla normativa regionale, il quadro della prevenzione è stato rafforzato anche a livello nazionale con il decreto legislativo 31 dicembre 2025, numero 213, che recepisce la direttiva europea più recente in materia di esposizione all’amianto. Il provvedimento introduce alcuni elementi chiave che incidono direttamente sull’organizzazione dei cantieri e sulla gestione del rischio. Tra questi, l’obbligo per i datori di lavoro di verificare la presenza di amianto prima di qualsiasi intervento edilizio rappresenta un passaggio cruciale, perché sposta la prevenzione a monte delle attività. Viene inoltre rafforzato il principio secondo cui la rimozione deve essere prioritaria rispetto ad altre forme di bonifica, orientando le scelte verso l’eliminazione della fonte di esposizione. Con questa legge è stato introdotto il nuovo limite di esposizione a 0,01 fibre per centimetro cubo su otto ore lavorative, con l’obbligo di interventi immediati in caso di superamento. Un insieme di misure che, nel loro complesso, rafforza l’approccio preventivo e punta a ridurre in modo più efficace il rischio per i lavoratori e per l’ambiente. Ma la dimensione del problema resta significativa, anche a livello locale.

I dati regionali e provinciali

Secondo i dati regionali, sono oltre 213 mila i siti o le strutture con presenza di amianto segnalati alle Ats. Il percorso di bonifica è in corso da anni, ma non è ancora concluso: si stima che entro il 2032 restino da smaltire circa 520mila metri cubi di materiali contenenti amianto, in netto calo rispetto agli oltre 2,8 milioni del 2007, ma ancora significativi. Anche per questo Regione Lombardia ha recentemente stanziato 11,5 milioni di euro per la rimozione dell’amianto dagli edifici pubblici, con l’obiettivo dichiarato di arrivare a un patrimonio «amianto zero». A livello locale, la provincia di Bergamo si inserisce in questo quadro con numeri rilevanti. Ogni anno Ats analizza circa 1.300 piani di bonifica, mentre sono circa 2mila i lavoratori potenzialmente esposti nelle attività di rimozione. A questi si aggiungono oltre 4mila ex esposti che hanno dichiarato la propria condizione all’Inail. Numeri che raccontano una presenza ancora diffusa del rischio.

Il legame tra amianto e mesotelioma rende ancora più urgente il tema della prevenzione. Si tratta infatti di una patologia con tempi di latenza molto lunghi: possono trascorrere dai 10 ai 30 anni tra l’esposizione e la comparsa della malattia. Per questo il mesotelioma è considerato un «evento sentinella», capace di riportare alla luce esposizioni avvenute anche decenni prima. I dati raccolti da Ats Bergamo negli ultimi dieci anni offrono uno spaccato significativo: su 359 casi analizzati, nel 59% dei casi è stata individuata un’esposizione professionale, mentre quote più ridotte riguardano esposizioni ambientali (2,8%) e familiari (1,9%). Resta però elevata anche la percentuale di casi in cui non è stato possibile ricostruire con certezza la fonte di esposizione, a conferma della complessità del fenomeno. Accanto alla prevenzione primaria, basata sulla riduzione dell’esposizione, assume un ruolo centrale anche la prevenzione secondaria.

In Lombardia è attivo da anni il registro degli ex esposti ad amianto, che consente ai lavoratori che in passato sono entrati in contatto con questo materiale di accedere gratuitamente a programmi di sorveglianza sanitaria. Visite specialistiche, esami della funzionalità respiratoria e indagini radiologiche permettono di monitorare lo stato di salute e, soprattutto, di individuare precocemente eventuali patologie. Il sistema di prevenzione si completa con le attività di monitoraggio epidemiologico e di controllo dei cantieri. Il Registro nazionale dei mesoteliomi (Renam), articolato a livello regionale, raccoglie e analizza i casi diagnosticati, mentre le Ats verificano i piani di bonifica e le condizioni di sicurezza, contribuendo a ridurre il rischio sia per i lavoratori sia per la popolazione.

Che cosa fare in presenza di amianto

L’amianto può essere presente in edifici costruiti prima degli anni Novanta, soprattutto in coperture in eternit, tubazioni, canne fumarie e materiali isolanti. In caso di sospetto non si deve intervenire direttamente: la manipolazione può liberare fibre pericolose nell’aria. La prima cosa da fare è rivolgersi al Comune o all’Ats per una valutazione. Verifiche e bonifiche devono essere affidate a imprese specializzate iscritte all’Albo nazionale gestori ambientali. In base allo stato di conservazione, gli interventi possono prevedere rimozione, incapsulamento o confinamento. Anche in ambito domestico la prevenzione passa da un’informazione e una gestione corretta del rischio.

La sfida, oggi, è tenere insieme questi livelli: norme più stringenti, bonifiche accelerate, controlli efficaci e sorveglianza sanitaria. Perché l’amianto non è solo un’eredità del passato industriale, ma un problema ancora radicato nel territorio. E la prevenzione così diventa una responsabilità collettiva: intervenire oggi significa evitare che i dati di domani continuino a raccontare la stessa storia.

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