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Giovannini: «Senza coraggio politico l’Italia resterà esposta alle crisi»

Secondo il direttore scientifico di ASviS servono scelte strutturali e non interventi frammentati. La transizione ecologica non è un costo ma un investimento per crescita, occupazione e sicurezza energetica.

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Secondo il «Rapporto di primavera 2026» dell’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS), l’Italia rischia di mancare gran parte degli obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dall’Agenda 2030. Solo 11 target quantitativi sui 38 analizzati appaiono oggi raggiungibili: dall’occupazione alle energie rinnovabili, fino alla parità di genere, il Paese procede troppo lentamente. Il tasso di occupazione si fermerebbe al 71,2%, lontano dal 78% fissato dall’Unione europea; la quota di energia da fonti rinnovabili arriverebbe appena al 29,4%, molto sotto il target del «RePowerEU»; il divario occupazionale di genere resterebbe ampio e strutturale.

A pesare, secondo l’ASviS, è l’assenza di politiche pubbliche coerenti e integrate. Eppure gli

scenari elaborati da ASviS e Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici mostrano che investimenti in innovazione, decarbonizzazione, formazione e occupazione giovanile e femminile potrebbero cambiare la traiettoria del Paese, contrastando stagnazione economica, crisi climatica e crescita delle disuguaglianze. Ne parliamo con Enrico Giovannini, ex ministro e direttore scientifico di ASviS.

Professore, dal vostro rapporto emerge un’Italia ferma. Perché?

«Perché in questi anni sono state adottate misure positive e negative, ma senza una visione coerente di medio periodo. L’Agenda 2030 indicava una direzione chiara già dal 2015, ma il nostro Paese ha fatto scelte contraddittorie nel corso del tempo, mentre le nostre simulazioni mostrano come la coerenza delle politiche ambientali, economiche e sociali possa fare la differenza. Così la sostenibilità è rimasta spesso uno slogan e non una strategia integrata, se non – più di recente - l’oggetto di critiche da parte di alcuni leader politici. In realtà i dati dimostrano che le imprese che investono nella sostenibilità sono più competitive, più redditizie e creano più occupazione. L’Istituto Tagliacarne sottolinea che tra il 2017 e il 2024 i ricavi sono aumentati del 65% per le imprese high-Esg contro il 55% delle low-Esg. L’Istat mostra che le imprese manifatturiere con un profilo elevato di sostenibilità registrano un differenziale di crescita pari a oltre il 16% rispetto a quelle poco impegnate in questo ambito. La scelta della sostenibilità non è quindi un costo: è un investimento che rafforza il sistema produttivo».

Qual è allora il primo passo da fare?

«Serve una programmazione seria. Quest’anno il governo dovrà aggiornare la Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile: è l’occasione per definire obiettivi chiari e politiche coerenti da collegare alle future scelte di bilancio. In sostanza, bisogna fare quello che farebbe un’impresa lungimirante: pianificare oggi il Paese dei prossimi dieci o vent’anni, evitando decisioni frammentate e di corto respiro».

Le priorità quali sono?

«La prima è la transizione energetica. Bisogna accelerare sulle rinnovabili e superare gli ostacoli burocratici che ancora rallentano gli impianti. Poi c’è il tema delle disuguaglianze, soprattutto quelle di genere e generazionali. In Italia il lavoro femminile resta molto sotto gli obiettivi europei e troppe donne hanno occupazioni poco tutelate o sottopagate. Allo stesso tempo continuiamo a scaricare il peso delle decisioni di oggi sui giovani e sulle future generazioni. Investire in educazione, competenze e innovazione significa invece creare crescita stabile e di qualità».

Su questo fronte qualcosa si è mosso.

«Sì. Abbiamo contribuito all’introduzione del principio di giustizia intergenerazionale in Costituzione e alla norma che impone di valutare l’impatto ambientale e sociale delle leggi sulle future generazioni. Ma non basta cambiare le norme: servono decisioni politiche coerenti con questi principi e capaci di trasformarsi in interventi concreti».

Secondo lei manca quindi la volontà politica?

«Direi che manca il coraggio di guardare oltre il breve termine. Oggi molti ragionano già in chiave elettorale, mentre la campagna elettorale dovrebbe essere il momento in cui si presenta un’idea di futuro del Paese. Se ci limitiamo a gestire l’esistente, nel 2030 avremo sostanzialmente l’Italia di oggi: un Paese che cresce poco, con forti disuguaglianze, un ambiente sempre più degradato e una competitività declinante. E questo rischia di alimentare ulteriore sfiducia sociale, soprattutto tra i più giovani».

La transizione energetica continua a dividere la politica europea.

«In realtà a livello europeo la consapevolezza è molto più avanzata di quanto si pensi. Il problema sono i governi nazionali, che spesso difendono interessi particolari. Lo vediamo sull’Unione dell’energia: alcuni Paesi frenano le interconnessioni o il superamento del diritto di veto, ma così l’Europa resta più debole e più esposta alle crisi energetiche».

L’Italia è così vulnerabile?

«Sì, perché dipende molto dall’esterno e continua a ritardare la corsa alle rinnovabili, i cui costi sono più bassi rispetto alle altre forme di produzione di energia. Ogni volta che c’è una crisi energetica scopriamo di essere tra i Paesi più esposti, ma poi non facciamo nulla o quasi. Accelerare sulle rinnovabili significa rafforzare la sicurezza economica e geopolitica del Paese, oltre a ridurre i costi per famiglie e imprese».

Che ruolo dovrebbe avere l’Europa?

«Serve un’Europa più integrata politicamente, capace di decidere rapidamente e accelerare l’attuazione dei rapporti di Mario Draghi ed Enrico Letta. Oggi il punto non è rallentare la transizione verso lo sviluppo sostenibile ma accelerarla. Perché il tempo delle mezze misure è finito e il rischio è perdere terreno rispetto alle altre grandi economie mondiali».

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