Le guerre non sono più solo locali, perché diventano una guerra totale all’ambiente. Lo osserva lo scienziato Antonello Pasini nell’intervista concessaci per la rivista eco.bergamo. I danni dei conflitti rischiano di diventare permanenti , gli impatti sul clima sono pesanti. L’attenzione è giustamente rivolta agli effetti diretti e immediati dei bombardamenti e dei combattimenti: i morti, i feriti, gli sfollati, gli edifici distrutti. Le guerre comportano anche conseguenze ulteriori. Non solo: bloccano gli sforzi per contrastare con decisione la crisi ecologica e climatica che sta bruciando il nostro futuro.
Le operazioni militari, come quelle in Ucraina e in Medio Oriente, causano guasti rilevanti agli ecosistemi. Greenpeace stima che Gaza sia stata resa inabitabile per generazioni. Gli impatti bellici includono la deforestazione, l’inquinamento delle acque e del suolo, la distruzione delle infrastrutture. La guerra contribuisce alle emissioni che alterano il clima e rallenta le azioni di decarbonizzazione, indebolendo il contesto di collaborazione per affrontare una sfida così grande. Il cambiamento climatico, poi, moltiplica le minacce che possono portare alle guerre, perché rende molti territori privi di acqua, desertificati, riduce le risorse, genera migranti. Gli ingredienti si mescolano e, uniti alle varie situazioni di instabilità geopolitica, enfatizzano le condizioni che sfociano in conflitti. «Oggi le guerre – spiega Antonello Pasini – non hanno solo gli impatti diretti sui territori, ma anche quelli indiretti sul cambiamento climatico, perché le emissioni di anidride carbonica e altri gas serra del comparto militare sono enormi. In pace sono circa il 5,5% di quelle totali. In guerra i dati si aggravano».
Impegni divergenti
Nel 2023, alla Conferenza sul clima a Dubai, era stata decisa da 198 Paesi la transizione dalle fonti fossili di energia. Ora petrolio e gas sono tornati saldamente al centro della scena. L’Italia, per uscire dalla dipendenza dalla Russia, ha pensato di proporsi come un hub del gas, andandolo a cercare a destra e a manca. Il discusso accordo sui dazi tra Unione europea e Stati Uniti impegna ad acquistare prodotti energetici americani per 750 miliardi di dollari nei prossimi tre anni. Nel 2024 l’Europa si è fermata, con gli Usa, a 75 miliardi di spesa per prodotti petroliferi e gas naturale liquefatto, trasportato su grandi navi metaniere e poi rigassificato a costi elevati. Da un lato, ci si domanda come sia possibile passare a 250 miliardi all’anno, più del triplo, visti i contratti con altri fornitori e i dubbi sulla capacità di esportare tutti questi idrocarburi da parte degli Usa; dall’altro, l’intesa è destinata a perpetuare la dipendenza dai combustibili fossili. L’Ue si è impegnata a triplicare le energie rinnovabili e raddoppiare l’efficienza energetica entro il 2030, obiettivi ambiziosi difficilmente conciliabili. Le politiche non sono coerenti perché, solo tre giorni prima del vertice con gli Usa, un patto dell’Ue con la Cina sancisce, senza la stessa eco, la cooperazione per rispettare l’accordo di Parigi sul clima.
Un problema di sopravvivenza
Nessuno si è mai illuso che si possa rinunciare alle fonti fossili di energia, almeno nel breve periodo. Ma riaffermarne la centralità come se non ci fosse un domani contrasta con le evidenze scientifiche e l’interesse delle future generazioni. Giuseppe Remuzzi ricorda come gli studi dimostrino che, a causa del riscaldamento globale, entro fine secolo le temperature non potranno più essere tollerate, mentre un miliardo di bambini vive già oggi in aree ad altissimo rischio di eventi climatici estremi.
Intanto la Corte internazionale di giustizia dichiara che gli effetti negativi del cambiamento climatico possono compromettere il godimento dei diritti umani, incluso quello alla vita. Un giudizio forte, una sollecitazione per intervenire sulle cause e non solo sugli effetti.
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