Le Olimpiadi invernali sono ufficialmente iniziate, con eventi e gare distribuiti in molteplici località del Nord Italia: non solo a Milano e Cortina d’Ampezzo, ma anche in Valtellina (Bormio e Livigno), Anterselva, Val di Fiemme (Predazzo, Tesero) e persino a Verona per la cerimonia di chiusura. Venticinque sedi di gara distribuite su un’area di oltre 22.000 km²: sono i Giochi con la più ampia dispersione geografica nella storia. Al loro interno si stanno muovendo circa 2.900 atleti da oltre 90 nazioni, oltre a 3.500 volontari reclutati per l’organizzazione e 2 milioni di visitatori. La strategia organizzativa prevede l’uso di più del 90% di strutture già esistenti o temporanee, riducendo la costruzione di nuovi impianti. Di quelle da costruire, all’ultimo aggiornamento, ne risultavano in linea per il completamento prima dell’avvio dei giochi 42 su 94. Le restanti erano in costruzione o addirittura ancora in progettazione o gara d’appalto: ci saranno cantieri attivi fino al 2033 per alcune opere. Sull’impatto non solo infrastrutturale, ma anche geografico e sociale di Milano-Cortina 2026 sta svolgendo un lavoro di osservazione Francesco Antonelli, dottorando in Studi Umanistici Transculturali all’Università degli Studi di Bergamo. Il suo progetto di ricerca, dal titolo «Rigenerazione, metro-montagna e Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026 in Valtellina: tra innovazione territoriale e cura dei luoghi», è nato a partire da un dialogo tra l’Università e i territori dell’Alta Valtellina, con l’obiettivo di raccontare gli impatti locali di un evento dalla portata globale. Il focus dello studio è sia sulle infrastrutture (e su come queste generino o meno un equilibrio sostenibile a livello locale), sia sulla relazione tra dimensione urbana e dimensione montana, nell’ottica di verificare se l’eredità delle Olimpiadi sarà o meno funzionale.
Quali sono le prime evidenze dell’impatto delle Olimpiadi invernali 2026 sui territori montani?
«Le Olimpiadi stanno portando con sé interventi che hanno già generato o genereranno forti impatti: a livello infrastrutturale, i miglioramenti della viabilità automobilistica e della linea ferroviaria che da Milano Centrale arriva fino a Tirano, oltre alla rete di autolinee per l’alta montagna; i diversi interventi di ammodernamento degli impianti sciistici; oltre alle operazioni per l’incremento della visibilità del territorio e delle sue peculiarità. Tutto ciò, sia che abbia un effetto positivo o negativo su un territorio fragile come la montagna, comporta senz’altro delle criticità. Sono stati sollevati per esempio interrogativi sull’effettivo completamento o meno delle opere entro l’inizio degli eventi; ci sono state lamentele sull’aumento dei costi del mercato immobiliare e sulla crescente turistificazione (che solleva una sola ma complessa domanda: è quello che vogliamo davvero per la montagna?); in generale si è notato uno scollamento tra le esigenze degli abitanti e le esigenze prettamente legate all’evento. Una volta terminato, cosa resterà?».
Il legame tra aree metropolitane e territori montani, nel contesto delle Olimpiadi, è un rapporto equilibrato?
«Il rapporto tra aree metropolitane e montane all’interno di questa edizione delle Olimpiadi è asimmetrico: da un lato la città è il luogo del potere decisionale e delle risorse socioeconomiche, dall’altro la montagna necessita di specifici spazi, come stazioni sciistiche, infrastrutture ad alta quota e condizioni di accessibilità viaria per raggiungerle. Milano ha già servizi per sostenere importanti flussi turistici, mentre la montagna ha dovuto trovare soluzioni alternative, come l’extra-alberghiero. Il rischio che le montagne diventino solo spazi funzionali ai grandi eventi e al turismo c’è: tutto sta nel modo in cui le politiche lo affronteranno e in come gli stessi fruitori dell’evento si rapporteranno con il territorio».
E il ruolo dell’Università qual è?
«Il ruolo dell’università e della ricerca non è quello di celebrare questo evento: è giusto analizzarlo anche da un punto di vista critico. Lo studio sta mettendo in luce potenzialità e criticità, basandosi su dati quantitativi e qualitativi e soprattutto sul dialogo con enti, istituzioni e persone. L’università, grazie al proprio ruolo di terza missione, si propone di dialogare con il territorio, sensibilizzare gli abitanti, approfondire le complessità e portare avanti il tema della cura dei luoghi in risposta ai cambiamenti climatici».
Guardando oltre il 2026, quale dovrebbe essere la vera eredità delle Olimpiadi per i territori montani?
«La vera legacy non sta tanto nelle infrastrutture o nella visibilità turistica, ma nel rafforzare un territorio di per sé fragile senza snaturarlo e senza che si generino squilibri ambientali e sociali. La legacy si gioca tutta nel cercare di mettere al centro la montagna. Negli ultimi anni se ne sta parlando sempre di più, anche in ambito scientifico, ma un grande evento come le Olimpiadi può portare a riflettere sulla coesistenza tra uomo e montagna, a promuovere economie diverse, non direttamente legate al turismo stagionale, e a promuovere la cura dei luoghi».