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La nuova Legge sulla montagna apre timidi spiragli

Nella nuova cornice l egislativa per lo sviluppo e la valorizzazione della montagna sono previste forme di sostegno ai lavoratori di sanità e scuola, crediti d’imposta per acquisto o ristrutturazione della prima casa

L’11 dicembre si è celebrata la Giornata Internazionale della Montagna: è l’occasione di ricordare l’importanza delle montagne, ma anche le sfide che le comunità che le abitano devono affrontare. Da poco l’Italia si è dotata di uno strumento aggiuntivo per fronteggiare queste ultime: la Legge n. 131/2025 , che mira a incentivare lo sviluppo e la valorizzazione delle zone montane italiane. È la prima cornice legislativa organica in questo ambito da oltre trent’anni. Con questa legge, che preannuncia la classificazione dei comuni montani sulla base di criteri altimetrici e di pendenza, viene istituito il Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane, con una dotazione di 200 milioni di euro annui (per molti insufficienti di fronte alle sfide che le montagne italiane devono affrontare). Sono introdotte inoltre forme di sostegno ai lavoratori della sanità e della scuola, incentivi per giovani imprenditori e lavoratori in smart working, contributi una tantum per figli nati e residenti nelle aree montane e crediti d’imposta per l’acquisto o la ristrutturazione della prima casa. Dal punto di vista ambientale, si prevede per esempio l’avvio di progetti straordinari di ricerca e monitoraggio sulla biodiversità. L’assenza, viceversa, di misure specifiche sull’adattamento climatico è stata evidenziata da molti come una lacuna.

Del significato di questa legge parla la professoressa Elisabetta Bani, che per l’Università degli studi di Bergamo ricopre il ruolo di Prorettrice con delega alla valorizzazione delle conoscenze e ai rapporti con il territorio. «Non ci sono, in questa legge, novità tali da poter parlare di un cambio di paradigma. Tuttavia, c’è una visione contemporanea della montagna: non meramente zone ‘svantaggiate’, ma un pezzo della società e dell’economia».

Che cosa significa questa legge per un territorio come quello bergamasco, dove le aree montane rappresentano oltre un terzo della superficie provinciale?

«La legge offre tanti strumenti: tra quelli meno citati, l’istituzione del Registro nazionale dei terreni silenti, per favorire il recupero produttivo dei terreni abbandonati, oppure le disposizioni volte a monitorare e valorizzare il patrimonio agro-silvo-pastorale, a contrastare il degrado ambientale e idrogeologico e a preservare la destinazione d’uso collettiva di tali beni. Per sfruttare al meglio queste opportunità occorre operare in una logica di sistema. Da questo punto di vista la provincia di Bergamo è decisamente pronta, dato che già prima dell’entrata in vigore della nuova legge era stato istituito un Osservatorio per la montagna e, da un anno, esiste anche un laboratorio (OrobieLAB) di riflessione, consultazione, ricerca e supporto tecnico. Questo consentirà di cogliere tutte le opportunità di finanziamento, ampliando lo sguardo oltre singoli e inevitabilmente piccoli ‘progetti di manutenzione’, ma elaborando piuttosto progetti di sistema».

E invece, quali criticità o fragilità tipiche dei territori montani bergamaschi rischiano di essere ancora poco considerate?

«La legge non può risolvere certe fragilità, perché sono di sistema, come un trasporto pubblico locale che garantisca una buona qualità della vita a chi lì abita o lavora. Faccio un esempio: gli incentivi economici agli insegnanti delle scuole di montagna (seppur meritori) non risolvono i problemi sistemici, ma le disposizioni sulla formazione delle classi possono tutelare la presenza dei plessi scolastici nei territori più fragili».

La legge punta molto su servizi essenziali, sanità, mobilità e smart working. Dove si gioca la partita decisiva per contrastare lo spopolamento di queste aree?

«La consapevolezza, in chi vive e lavora in montagna o che vuole andare a vivere e lavorare in montagna, che si tratta di una scelta di vita che offre tante opportunità (che in altri contesti non ci sono), ma che devono poter essere colte senza dover pagare prezzi insostenibili (in termini di difficoltà di accesso ai servizi sociali, culturali, sanitari, ecc). Quindi presidi produttivi (tanto agrosilvopastorali che industriali) e presidi di valorizzazione culturale».

Il turismo sostenibile viene spesso citato come leva per la montagna. Quali modelli potrebbero funzionare davvero da noi?

«Ci sono tante iniziative di turismo alternativo (per intenderci quello non legato alla neve): quello di chi apprezza la gastronomia, il cicloturismo, o ancora quello legato ai giochi antichi. Queste esperienze le stiamo mettendo in collegamento, così da presentarle, ancora una volta, in una logica di sistema su un unico portale. Penso per esempio al modello Orobie Slow Experience. Tutto è già stato pensato e messo a terra. Può essere migliorato, certo, ma non è una novità. I bergamaschi lo conoscono e lo stanno facendo bene».

E lei, che futuro immagina per le nostre montagne?

«Stiamo attraversando momenti di grande cambiamento a scala globale, pertanto se da un lato incombono grandi preoccupazioni, dall’altro si aprono prospettive di valorizzazione di alcuni ambiti, come quello montano, che, in una situazione statica, in cui nulla cambia, potrebbero scivolare in un silente e rassegnato declino. Invece, in una situazione di grandi trasformazioni e transizioni, queste realtà, votate alla resistenza e resilienza, possono avere l’opportunità di reinventarsi e irrobustirsi per generare benessere per sé e valore per tutti».

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