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In Medio Oriente il conflitto avvelena l’ambiente e l’aria

Scontri e bombardamenti generano incendi e sollevano particelle pericolose che contaminano aria, suolo e acque. A rischio ci sono gli ecosistemi e i sistemi sanitari regionali. Cresce la preoccupazione per la salute di milioni di persone.

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Teheran. Alcuni iraniani camminano tra gli edifici danneggiati nella zona sud della capitale. Lo scatto risale al 15 marzo scorso. (Epa Abedin Taherkenareh)

La guerra in Iran è stata una catastrofe ambientale, oltre che umana ed economica. A dirlo sono i primi dati sull’impatto del conflitto sugli ecosistemi e sull’inquinamento, diffusi a metà aprile da Greenpeace ed elaborati sulla base di uno studio condotto nel 2025 dalle Università di Londra e Lancaster («War on the climate: a multitemporal study of greenhouse gas emissions of the Israel-Gaza conflict») sull’impatto ambientale delle guerre in Medio Oriente, che spiega che le operazioni americane in Iran e israeliane a Gaza e in Libano hanno ripetuto un modello già visto nelle altre guerre moderne.

Gli scontri a fuoco e i bombardamenti causano incendi, sollevano particelle pericolose nell’atmosfera, rilasciano sostanze tossiche nel suolo e nelle acque, danneggiano i sistemi sanitari e di filtrazione dell’acqua – a partire dagli impianti di desalinizzazione, fondamentali per gli approvvigionamenti idrici della penisola araba – e rischiano di far collassare i sistemi di salute pubblica e gli habitat. La branca internazionale dell’emittente televisiva turca Trt ha stimato che il rilascio in atmosfera di anidride solforosa, ossidi di azoto e altri composti volatili causato dai bombardamenti possa causare, sia sul breve che sul medio periodo, un aumento delle piogge acide sull’intera regione, a partire dall’Iran, e un peggioramento delle condizioni respiratorie per almeno dieci milioni di persone, più del 10% della popolazione iraniana. Nei casi più gravi, la presenza di materiali tossici in sospensione può causare problemi respiratori come asma e bronchite, mentre l’ingresso di queste particelle nella circolazione sanguigna aumenta l’incidenza delle malattie cardiovascolari e genera ustioni chimiche alla pelle e alle mucose degli individui più vulnerabili, incrementando la pressione su un sistema sanitario già al collasso.

L’impatto sul terreno e sulle acque potrebbe non essere da meno: per definire le ricadute ambientali del conflitto, alcuni esperti hanno ripreso il termine «fallout», già utilizzato nelle teorie sulla guerra atomica, spiegando che le aree più colpite dai bombardamenti potrebbero diventare inadatte a supportare degli ecosistemi anche per un lungo periodo di tempo. Dal punto di vista idrico, c’è preoccupazione per lo stato di salute dei corsi d’acqua, inquinati dalle medesime particelle tossiche che si trovano in sospensione in atmosfera e dalle perdite degli impianti estrattivi e delle condotte, impossibili da tenere sotto controllo in una fase di grande incertezza politica a Teheran e che potrebbero sversare ingenti quantità di petrolio nei fiumi. Gli esperti, però, temono che il danno più grave potrebbe avvenire in mare aperto, nel mezzo del Golfo Persico: ancor prima della duplice chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran e degli Stati Uniti, Greenpeace ha avvertito la comunità internazionale che «anche un singolo sversamento di petrolio, causato da una petroliera colpita da un missile o da una mina, potrebbe danneggiare in modo irreparabile un habitat già di per sé fragile, con conseguenze devastanti per gli animali, le persone e la vegetazione della regione».

Un rapporto pubblicato a inizio aprile dall’agenzia stampa turca «Anadolu Ajansi» ha tracciato delle stime relative al primo mese di guerra: dei 300 attacchi contro le infrastrutture civili dell’Iran e dei Paesi del Golfo che si sono svolti nei primi dieci giorni di ostilità, quasi 250 portavano con sé gravi rischi ambientali. Il problema principale di questi attacchi è che le parti in guerra hanno colpito innanzitutto gli impianti di raffinazione del petrolio dei propri nemici, causando delle emissioni pericolose sia per l’atmosfera che per il suolo. Analogamente, la distruzione di edifici civili, le emissioni dei missili e dei droni e il carburante bruciato per le operazioni militari e per la produzione di equipaggiamenti hanno ulteriormente aumentato il costo ambientale della guerra. Il totale? Cinque milioni di tonnellate di anidride carbonica in un solo mese di conflitto, più delle emissioni annue di interi Paesi come l’Islanda. Di queste, 2,4 milioni arrivano dagli edifici distrutti e 1,9 dagli attacchi contro le raffinerie.

Si teme la collisione tra petroliere

I negoziati tra Stati Uniti e Iran in Pakistan fanno sperare in una risoluzione del conflitto e, contestualmente, in uno stop alle emissioni connesse. Benché i danni ambientali già causati dalla guerra siano ancora tutti da risolvere, l’attenzione degli esperti si sta spostando nell’area dello Stretto di Hormuz e del Golfo Persico, dove l’Iran afferma di aver posizionato delle mine anti-nave per bloccare le navi cisterna occidentali. Secondo Al Jazeera, Teheran avrebbe a disposizione un arsenale composto da almeno duemila mine, ma le stime più preoccupanti parlano di ben seimila ordigni già in acqua.

Alcuni Paesi occidentali, a partire dall’Italia, hanno confermato la loro disponibilità a inviare dei dragamine nella zona, ma il rischio che un attacco missilistico, la collisione con una mina o un drone o tra due petroliere possa causare uno sversamento in mare aperto resta alto. A metà marzo Nina Noelle, manager di Greenpeace Germania per le crisi e le relazioni internazionali, aveva definito la situazione come «un disastro ambientale ormai dietro l’angolo», sostenendo che l’affollamento di navi in pochi chilometri di costa aumenti le possibilità di uno sversamento. Gli impatti di un evento del genere sarebbero disastrosi, ma difficili da calcolare. Non sempre un incidente che riguarda una petroliera causa la fuoriuscita del combustibile che trasporta: nel 2025, per esempio, lo scontro tra una nave cargo e una petroliera nel Mare del Nord, al largo delle coste orientali della Gran Bretagna, non aveva causato sversamenti di petrolio, generando dei lievi danni alle colonie di leoni marini del Norfolk a causa dei detriti finiti in acqua.

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