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Meno neve e più caldo
l’acqua resta una sfida

Secondo l’Arpa i livelli restano sotto la media con un deficit delle risorse idriche che supera il 40% in Lombardia. Maggio potrebbe essere un mese piovoso, ma attenzione agli eventi estremi.

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Val Seriana. La situazione neve a metà aprile al Pizzo Coca

Il bollettino delle risorse idriche di Arpa, pubblicato il 30 aprile, fa presagire una situazione di stress della risorsa idrica in previsione dei mesi estivi.

La governance dalla risorsa idrica dipende anche dall’intensificarsi di eventi meteo estremi come siccità e alluvioni causate dal cambiamento climatico di origine antropica. Abbiamo chiesto al climatologo Luca Mercalli, presidente della Società meteorologica italiana, di tracciare un quadro della situazione climatica attuale.

Il deficit delle risorse idriche supera il 40% in Lombardia. Che cosa dobbiamo aspettarci dai mesi estivi?

«È molto difficile fare previsioni a lungo termine, possiamo dire però che il mese di maggio, dal punto di vista climatico, in Pianura Padana, è un mese piovoso dove ci possono essere molto piogge e abbondanti, per cui non mi sento di parlare di una situazione di particolare allarme. Siamo in una fase di moderato deficit, anche data dal fatto che non ha nevicato molto in montagna e sappiamo che la neve è la nostra riserva idrica estiva. Inoltre, ricordiamo che le estati possono essere molto piovose, come lo è stata quella del 2014, che fa da contraltare alla siccità del 2022, la peggiore degli ultimi due secoli in Pianura Padana anche perché associata a temperature molto calde che hanno creato il doppio effetto siccità: caldo estremo unito all’evaporazione dell’acqua».

In che modo gli eventi meteo estremi causati dal cambiamento climatico rendono più complessa la gestione della risorsa idrica?

«Il primo problema è proprio l’aumento della temperatura a parità di quantità di acqua. Un’annata con poca pioggia oggi è molto più severa rispetto a un anno con poca pioggia di cento anni fa perché nel frattempo fa più caldo, per cui una siccità con temperature vicine ai 40° C genera un maggiore stress su tutti gli utenti dell’acqua, a partire dall’agricoltura fino all’uso potabile. Gli anni Duemila, che sono i più caldi di sempre, in Italia come a livello globale, rendono più critiche le siccità. A questo aggiungiamo che stiamo vivendo un’estremizzazione maggiore degli eventi già estremi, basti pensare alle alluvioni del 2023 in Emilia-Romagna».

Secondo lei è un trend destinato a peggiorare?

«Che il trend sia in aumento lo confermano diversi studi. Anche l’Istituto superiore di protezione e ricerca ambientale (Ispra, ndr) proprio pochi mesi fa pubblicava un report sull’aumento dello stress idrico in Italia. La sintesi sta nel fatto che questi dati non sono opinioni, ma dimostrano il trend del clima globale a cui anche l’Italia è soggetta».

Il riscaldamento globale altera il ciclo dell’acqua

Qual è la connessione tra il cambiamento climatico e gli eventi meteo estremi? L’aumento delle temperature intensifica il ciclo dell’acqua, alterando le precipitazioni e aumentando la frequenza e la durata delle siccità. L’incremento delle emissioni di gas serra eleva di conseguenza le temperature globali, accelerando l’evaporazione e riducendo la disponibilità di risorse idriche superficiali. Questo squilibrio porta a uno stress idrico, soprattutto in aree già vulnerabili, dove la domanda di acqua supera il bisogno e mette a rischio ecosistemi, agricoltura e persone.

Le emissioni scendono troppo poco

L’Ispra ha annunciato che nel 2024 le emissioni nazionali di gas serra sono diminuite del 30% rispetto al 1990, sul 2025 però è atteso un lieve aumento (0,5%). «Il dato è corretto – commenta Luca Mercalli – è importante però non dare troppa enfasi al calo rispetto al 1990, perché da quella data a oggi sono cambiate molte cose: una grossa parte dell’industria inquinante europea è stata trasferita in Cina o in altri Paesi, in più se guardiamo agli ultimi anni la decrescita è quasi nulla. Non stiamo procedendo come dovremmo». L’aspetto positivo è la crescita nel settore delle energie rinnovabili. «Rimane però il fatto che la produzione di energia elettrica è solo una parte, il 20% dell’energia che usiamo – prosegue il climatologo – mentre le emissioni nei trasporti (+10%, ndr) stanno salendo perché usiamo sempre più auto e camion che vanno a benzina e a gasolio e quindi questo fa aumentare le emissioni dirette da petrolio a cui si aggiungono quelle da consumo di oggetti, materiali, cibo e agricoltura». Possiamo dire che «la strada è imboccata ma la velocità con cui stiamo riducendo le emissioni è limitata». Questo ha conseguenze anche sul piano del raggiungimento degli obiettivi che l’Unione europea si è posta al 2030 e al 2050. «L’Unione europea ha fatto un buon progetto con il Green deal, che però oggi sta mettendo in ultimo piano a favore della corsa agli armamenti», conclude Mercalli.

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