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Stop al greenwashing, dal 27 settembre cambiano le regole

La direttiva europea 2024/825 impone basi misurabili ai messaggi green. A Bergamo sotto pressione ci saranno molte filiere industriali, tra cui chimica e packaging, ma anche moda, turismo e commercio.

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Quante volte ci siamo imbattuti in diciture come «eco-friendly», «sostenibile» o «a impatto zero» sulle confezioni di prodotti? Tutte espressioni che spingono i consumatori a scegliere, almeno a prima vista, l’opzione più attenta all’ambiente. Dietro ad alcune di queste dichiarazioni d’intenti si possono però celare pratiche di greenwashing, vale a dire comunicazioni fuorvianti sul reale impatto ambientale di un prodotto. Un fenomeno che l’entrata in vigore della direttiva europea 2024/825 punta a contrastare. In Italia, la norma approvata a Bruxelles è stata recepita con il decreto n. 30 del marzo 2026, che introduce regole più stringenti per arginare un ecologismo di «facciata». Della legge, operativa dal prossimo 27 settembre, e dei suoi risvolti sul tessuto industriale locale abbiamo parlato con la professoressa Daniela Andreini, direttrice del dipartimento di Scienze aziendali dell’Università degli studi di Bergamo.

Quali novità introduce questa normativa per le aziende italiane?

«Le etichette di sostenibilità innanzitutto dovranno essere accompagnate da informazioni chiare e da una base probatoria: non più “bollini” autoprodotti, ma certificazioni validate da autorità e istituzioni. I consumatori non troveranno più indicazioni come “impatto zero” o “neutro” basate solo sulla compensazione delle emissioni. Stesso discorso vale per le asserzioni future come “net zero” o “net zero 2030” che dovranno essere supportate da impegni chiari e misurabili. Un altro aspetto della direttiva riguarda la durabilità, la riparabilità e l’obsolescenza precoce dei prodotti: i produttori dovranno essere più trasparenti sul “fine vita” di un prodotto, sulla disponibilità dei pezzi di ricambio e la tipologia di manutenzione».

Quali settori del territorio bergamasco saranno più coinvolti?

«I comparti come la meccanica, la meccatronica e le apparecchiature elettriche, inseriti in filiere internazionali, di grandi clienti e mercati esteri saranno soggetti a pressioni dalla filiera e a una rendicontazione più precisa sui dati. Per quanto riguarda invece i settori della chimica, della detergenza e della cosmetica, che operano sia nel b2b sia nel b2c, l’impatto potrebbe essere ancora più rilevante: le aziende dovranno dimostrare che tutti i loro clienti hanno dati a supporto e modalità di misurazione precise. Gomma, plastica e packaging sono chiamati a intervenire sul riciclo e la riduzione della plastica e degli imballaggi: tutti aspetti molto visibili ai consumatori, che leggono sulle confezioni espressioni come prodotto con materiale “riciclato” o packaging “sostenibile”. Informazioni che richiederanno alle imprese di produrre dati a supporto per verificare le informazioni. Lo stesso vale anche per il comparto tessile-moda, in particolare per le aziende che producono tessuti tecnici, che dovranno prestare attenzione a usare claim come “sostenibile” “etico” o “naturale”. Infine, anche per il settore turistico e del commercio sarà richiesta una maggiore coerenza: non sarà possibile, per esempio, promuovere prodotti a Km0 utilizzando processi produttivi altamente inquinanti».

Tra sanzioni e timori, si evita di comunicare

Chiedersi se le piccole e medie imprese siano pronte per questo ulteriore adeguamento è d’obbligo. Se per le aziende più strutturate - già coinvolte nei processi di rendicontazione da parte della filiera - il processo è avviato, si rivela invece più in salita il percorso per molte realtà b2c che dovranno fare uno sforzo maggiore per giustificare ogni claim ambientale. «Le aziende più piccole, non soggette ad esempio alla rendicontazione Esg – riferisce la professoressa dell’Università degli studi di Bergamo Daniela Andreini – saranno le più vulnerabili. Tuttavia, se un’azienda ha già introdotto delle attività “green” è solo una questione di misurazione, monitoraggio e rendicontazione. È chiaro che è un’azione onerosa ma che molte aziende hanno intrapreso per dimostrare la qualità dei prodotti, e anche nel caso delle asserzioni ambientali funziona lo stesso principio».

Difficile stabilire se questa normativa rappresenti più un vincolo o un’opportunità: «Per chi aveva già intrapreso il percorso seriamente, si tratta di uno sforzo aggiuntivo limitato – aggiunge Andreini –. La normativa può davvero contribuire a diminuire l’uso di comunicazioni commercialmente scorrette perché le aziende, in caso di dichiarazioni false, possono incorrere in sanzioni che arrivano a 10mila euro, vale a dire, per la maggior parte delle aziende, che si raggiunge il 4% del loro fatturato». Dall’altro lato, potrebbe emergere un effetto boomerang, meno comunicazione green per paura di sbagliare. «È il cosiddetto greenhushing – spiega Andreini –. Le aziende preferiscono non comunicare gli sforzi in sostenibilità per timore di non riuscire a dimostrarli con una misurazione adeguata».

Il consiglio è quello di lavorare molto sulla cultura del dato: «Oggi è l’elemento più importante su cui le aziende devono investire, migliorare in termini di qualità e rendicontazione. Questa potrebbe essere l’occasione per le aziende di essere ancora più consapevoli degli sforzi che fanno, dei dati che producono, che devono essere raccolti, monitorati e comunicati in modo corretto».

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