Cambiamenti climatici, migranti climatici, una possibile società del futuro, tutt’altro che edenica e solidale. L’ultimo romanzo, a cavallo fra distopia e previsione realistica, del giornalista e scrittore napoletano Bruno Arpa ia, si intitola, significativamente: «Il mondo senza inverno» (Guanda, pp. 235, euro 18).
Il romanzo distopico tra migranti climatici
e società del futuro
«Il mondo senza inverno» del giornalista Bruno Arpaia che segue i personaggi del precedente «Qualcosa, là fuori» fino in Svezia.
Senza le stagioni
Un mondo in cui il riscaldamento globale ha cancellato le stagioni come le conosciamo, e le sole zone abitabili del pianeta sono rimaste quelle del Nord boreale: Groenlandia, Canada, Scandinavia. Il bellissimo «Qualcosa, là fuori» (ivi, 2016), dello stesso autore, ha trovato il suo sequel. Là, Livio, professore di neuroscienze che da Stanford era rientrato a Napoli per ragioni politiche, aveva deciso di partire verso la Scandinavia, con migliaia e migliaia di persone, come lui, dal destino incerto, che ancora combattevano per un po’ di vita, o «qualcosa che le assomigliasse».
Dall’Italia alla Svezia
Un esodo biblico di aspiranti allo status di «profughi climatici» aveva risalito un’Italia quasi desertificata, attraversato Francia e Olanda in gran parte sommerse dalle acque, mentre la California doveva essere rifornita d’acqua da navi cisterna canadesi.
«Scenari terribili, ma possibili, probabili, se non si farà nulla». Ora Livio, appena arrivato in Svezia, è morto. Lui che aveva tentato di mantenere viva la cultura umana, durante e nonostante quella migrazione, tenendo lezioni ai suoi compagni, è scomparso.
Vita in Svezia
È andato a morire “sotto il naso” di suo cognato, Ahmed, che era arrivato, già tempo prima, in Svezia. Ahmed si ritrova ora ad assistere, ad introdurre in quella realtà dura, e per loro del tutto nuova, tre persone che Livio aveva preso sotto le sue ali durante la migrazione.
Una donna sulla quarantina, Marta, sua figlia sedicenne Sara e un ragazzino di 11 o 12 anni, Miguel. Attraverso questo strano quartetto Arpaia racconta un disastro che non è solo climatico, naturale, ma anche sociale e civile. L’Intelligenza artificiale e l’automazione hanno vanificato molte professioni; la situazione è molto difficile, perché “sentirsi inutili è peggio che sentirsi sfruttati”.
Gli inoccupabili sono stati costretti a trasferirsi fuori dalle città, nelle terre più aride, alloggiati in baracche infami, senz’acqua, senza luce, senza fogne, tenuti in vita da un sussidio miserabile.
Le caste
La società è rigidamente divisa in tre caste, o livelli: A, B e C. Gli steccati sono insormontabili, le distanze, quanto alla qualità della vita, abissali. La società si presenta come una sorta di incrocio fra il bellum omnium contra omnes di Hobbes e il Grande Fratello di Orwell. Un altro posto in cui si è condannati a sopravvivere, pensa Marta in un momento di stanchezza.
Fuga dalle terre arse
Ma in Italia, a Napoli, non si poteva restare: terre arse dalla siccità, raccolti sempre più magri, fiumi in secca, mari sempre più alti e più acidi, caldo insopportabile, eventi meteorologici sempre più estremi.
Una delle (molte) cose interessanti del libro è proprio rappresentare la sinergia tra i vari collassi, che si causano e rinforzano a vicenda: crisi climatica, economica, pandemie, inquinamento, migrazioni di massa, disordini sociali, violenza. I guai non vengono mai da soli, la crisi climatica ha tutto il potenziale per innescare una crisi globale.
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