Venerdì 01 Febbraio 2013

Le università perdono studenti
Paleari: Noi in controtendenza

«La perdita di 58 mila studenti in dieci anni è un segnale preoccupante per il sistema Paese: oggi abbiamo il 12% in meno di laureati tra i 25 e i 35 anni rispetto alla media europea, che è del 32%. Negli ultimi anni abbiamo recuperato in valore assoluto ma la distanza resta». Così dice il segretario generale della Crui (Conferenza dei rettori delle università italiane) Stefano Paleari, rettore dell'università di Bergamo, che con i suoi 15.500 studenti, il 34% dei quali da fuori provincia, e tre corsi di laurea internazionali rappresenta un caso virtuoso nel panorama italiano.

Un calo che riguarda più le grandi o le piccole università?
«In generale il calo di iscritti è più accentuato per gli atenei grandi e molto piccoli, mentre quelli di media dimensione tengono di più. La bontà di un'università non è necessariamente correlata alle sue dimensioni. I centri del sapere non si possono considerare stabilimenti, non è che più grandi sono, più calano i costi e più aumenta l'efficienza. La perdita maggiore di iscritti si registra in discipline come Giurisprudenza, tengono invece le aree medica, ingegneristica ed economica. Ma bisogna dire che l'emorragia degli studenti è anche legata alle politiche messe in atto nei confronti delle università».

Anche il numero di docenti e ricercatori va riducendosi.
«Un calo molto preoccupante. È a rischio la tenuta del sistema. Il bilancio diffuso dal Consiglio universitario nazionale è il risultato di anni di politiche che hanno lasciato il segno. Il caso dei dottorandi è emblematico: bisogna concepire il dottorato di ricerca come percorso che non porta necessariamente alla didattica. E poi c'è il blocco del turn over, che penalizza fortemente il rinnovamento del corpo docente».

L'università di Bergamo è in controtendenza. Ha superato i 15.500 studenti e gli iscritti da fuori provincia sono in aumento.
«Anche noi siamo alle prese con tagli consistenti dei fondi statali, siamo molto prossimi ai tagli lineari. Riusciamo a crescere grazie a una politica di cambiamento avviata negli ultimi anni. Puntiamo molto sulla tenuta del numero di studenti e hanno giocato a nostro favore la progettazione, l'apertura dei corsi alle lingue e al mondo economico. Non siamo contenti di essere un'isola felice, siamo molto preoccupati e speriamo in un'inversione di tendenza».

Siete l'esempio di come la dimensione media sia vincente, sul modello degli atenei tedeschi.
«Senza le iniziative intraprese negli ultimi anni, con la crisi ci saremmo ridimensionati anche noi. Abbiamo un ottimo rapporto qualità-prezzo, le tasse più basse della Lombardia e infrastrutture nuove. La qualità del servizio offerto è apprezzata, siamo un ateneo di natura europea dalla buona attrattività esterna, con un'apertura sistematica e plurale al territorio e al mondo delle scuole. E possiamo contare su un rapporto diretto con le imprese nella fase di placement e su un forte investimento nella ricerca. È così che ci siamo salvati da questa politica devastante verso il mondo universitario».

Quale la strada da seguire a livello nazionale?
«Credo sia giusto favorire la competizione tra università e per farlo bisogna puntare sulla qualità e sulla rete di università. La forza della rete nel mondo della ricerca e della cultura è uno dei segreti del successo. Noi rettori chiediamo maggiore attenzione al sistema nella sua interezza. Se non ci mettono nella condizione di essere competitivi con il resto del mondo, fra 5 anni saremo al collasso».

Cosa chiede la Conferenza dei rettori al prossimo governo?
«Abbiamo convocato un'assemblea straordinaria per il 15 febbraio. Chiederemo un impegno preciso alle forze politiche. Stiamo raccogliendo le sollecitazione dei rettori. Saremo molto propositivi. Non vogliamo morire di asfissia, ma poter affrontare la competizione e ottenere risultati».

Camilla Bianchi

e.roncalli

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