Alunna sta male, negato il bagno del bar
Un’insegnante: «Un no che mi indigna»

«Sono un’insegnante di lettere di una scuola media in provincia di Bergamo. Scrivo per raccontare quello che mi è capitato giovedì mattina 30 aprile in un caffè di Città Alta e per esprimere tutta la mia indignazione e tristezza».

«Con due scolaresche io e i miei colleghi siamo saliti in Città Alta per un’attività di orienteering guidati da un paio di esperti. A metà mattinata un’alunna dichiara di sentirsi poco bene, probabilmente causa una cattiva digestione: ha conati di vomito e cali di pressione. In accordo con i colleghi, decido di accompagnarla nel bar più vicino per darle la possibilità di recarsi alla toilette».

«Siamo entrate in questo bar, colmo di gente, e sorreggendo la mia alunna, chiedo gentilmente a una cameriera di poter utilizzare la toilette, spiegandole la situazione. La prima domanda che mi viene rivolta è se siamo clienti, perché l’uso della toilette è riservato solo ai clienti.Non so se all’interno del regolamento della polizia urbana della città di Bergamo esista una norma sull’uso dei gabinetti di decenza da parte dei titolari di esercizi pubblici. Nel caso l’uso fosse, per norma, riservato ai solo clienti, esiste pur sempre la disobbedienza civile».

«Ma non è questo il punto. Le rispiego che sono una docente in visita a Bergamo e che la mia alunna, di 13 anni, non sta bene. Mi viene nuovamente negato l’accesso alla toilette e veniamo invitate a recarci ai bagni pubblici poco distanti. Nel frattempo la ragazzina ha un calo di pressione e comincia ad accasciarsi a terra, appoggiandosi al bancone. NESSUNO, né tra i camerieri né tra i clienti si è avvicinato per chiederci se avevamo bisogno di aiuto, se non fosse il caso di chiamare un’ambulanza o se avevamo semplicemente bisogno di un bicchiere d’acqua e zucchero. NESSUNO mi ha aiutato a sollevare la ragazzina di 13 anni; NESSUNO che mi abbia offerto una sedia su cui farla sedere».

«E mi sono venute in mente le immagine dei migranti morti sulle spiagge e dei bagnanti in vacanza intenti a scattare fotografie da postare sui social con commenti del tipo ”Weekend con il morto”. E mi sono comparse le parole di un libro “Io speriamo che me la cavo” (1990), nel punto in cui un bambino è invitato a scrivere un tema per raccontare le città italiane e lui scrive “[…]Se vai a faccia a terra a Milano e a Bergamo nessuno ti alza: ti lasciano sulla via, soprattutto a Bergamo alta”».

Poi ho pensato a uno dei miei mantra che recita così “Confido sempre nella bontà degli sconosciuti”. Che stupida! Sì, perché giovedì io con la mia alunna ci siamo sentite come la nota stonata di una sinfonia perbenista e falsa; come due aliene capitate per caso in una società che propone come unico orizzonte il disprezzo dei più deboli o di chi è in difficoltà. E pensare che in tanti sono morti e continuano a morire in nome dell’ideale “restare umani”. Qualcuno dirà: la solita retorica. Sì, se le parole continuano ad essere svuotate del loro significato».

«Tra l’indifferenza generale e gli sguardi schifati e infastiditi, ho raccolto le forze, messo da parte la rabbia, e sono riuscita ad uscire da lì. Ho accompagnato la mia alunna ai bagni pubblici - le cui pareti bianche si sono dimostrate decisamente più calde e accoglienti – aspettando che lentamente si riprendesse. Tornando nella mia scuola di provincia mi sono sorretta alle parole di un’altra ragazzina, anche lei in grande difficoltà, che nel suo diario scriveva: “Non penso a tutta la miseria, ma alla bellezza che rimane ancora” e nonostante tutto io continuo a confidare nella bontà degli sconosciuti».

Un’insegnante indignata

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