Il cuore bergamasco all’Aquila Dalla nostra provincia in 2.500

Il cuore bergamasco all’Aquila
Dalla nostra provincia in 2.500

«Sarà una grande adunata, L’Aquila è pronta e la gente comincia ad arrivare numerosa. Qui in centro non ci si muove, ci aspetta una bella festa». E festa sarà, con sabato che è il momento più allegro della tre giorni. Dalla nostra provincia attese 2.500 persone.

Domenica invece, come da copione, cappelli a posto, camicia in ordine e l’aspetto fiero con cui sfilare lungo il percorso per passare davanti alla tribuna d’onore e rendere omaggio al labaro.

Tra i primi ad arrivare in Abruzzo, già dieci giorni fa, Giacomo Picenni, un nome che per gli alpini bergamaschi è sinonimo di lavoro ed efficienza. Non c’è intervento di protezione civile che non porti la sua firma. Così Picenni è stato «arruolato» anche quest’anno tra coloro che hanno partecipato a quelle attività che tradizionalmente l’Ana realizza in occasione dell’adunata, come regalo per la città. «Tutto è stato compiuto come da programma – assicura il referente dalla Protezione civile nazionale, il bergamasco Giuseppe Bonaldi – e la consegna ufficiale dei cantieri conclusi è avvenuta venerdì pomeriggio».

Picenni e i suoi hanno lavorato al parco Iacobacci, un’area adiacente al nuovo stadio di atletica leggera, ridotto in pessime condizioni. «Abbiamo rimosso detriti e materiali da discarica e creato vialetti e aiuole. Sono state posizionate le panchine e piantumati alberi e arbusti – racconta il capocantiere Picenni –. Ci volevano proprio gli alpini per mettere mano a ciò che è ancora fermo da dopo il terremoto». Il gruppo di Comun Nuovo è ormai al completo con una decina di persone, sistemate al campo Bergamo. Da una settimana è a L’Aquila anche Michele Picenni, 31enne figlio di Giacomo, che per ragioni di età il servizio di leva non l’ha fatto, ma è alpino nel dna. Michele è operativo nella Protezione civile e nel 2009 fu tra i primi ad arrivare dopo il terremoto. «Feci due turni ad aprile e poi ad ottobre per smantellare i campi degli sfollati. Allora eravamo impegnati nel campo Globo che era gestito dalla Protezione civile di Bergamo. I segni del terremoto si vedono ancora, la città è puntellata e ci sono cantieri ovunque». In questi giorni Michele è impegnato nell’allestimento (lungo il percorso della sfilata) della postazione nella quale la sezione di Bergamo ha collocato i Guardian. «È un sistema che permette il controllo del territorio in situazione di calamità, perché i volontari possano agire in sicurezza» spiega Michele, membro della squadra che ha seguito corsi di formazione per poter utilizzare l’innovativa e sofisticata attrezzatura.

Tra i gruppi alpini, tanti sono quelli che tornano in terra d’Abruzzo ritrovando luoghi conosciuti a causa del terremoto, rinsaldando legami di amicizia. «Siamo a Collebrincioni a pochi chilometri dalla città – racconta il capogruppo di Torre Boldone, Giuseppe Del Prato –. Nel corso degli ultimi anni abbiamo aiutato con raccolte fondi, insieme ad associazioni e al Comune di Torre Boldone, la parrocchia di San Silvestro di padre Gelsomino».

Unico rammarico per il gruppo, il fatto che l’alpino Giovanni Grassi, sopravvissuto all’eccidio di Cefalonia, quest’anno non se la sia sentita di compiere il lungo viaggio verso l’Abruzzo. Tra i veterani delle adunate Giancarlo Sangalli, «temuto» cerimoniere di ogni sfilata. Suo il compito di mettere in riga gli alpini bergamaschi in ogni manifestazione. E di solito basta un suo sguardo per ottenere l’effetto voluto. «Dal 1971 non ne ho persa una – dice Sangalli –. Anzi, ne ho saltata una a La Spezia per la Prima Comunione di mia figlia». Ai tempi del terremoto anche il gruppo Ana di Cisano, di cui Sangalli è capogruppo, ha promosso una raccolta fondi e organizzato un intervento per il comune di Barisciano ed anche in questo caso il legame è diventato più stretto: «Siamo venuti in gita anche lo scorso anno».

Giovanni Stabilini, vice presidente sezionale, ricorda di essere partito dopo poche settimane dal terremoto, con lo stesso compito con cui era già andato nel 1976 in Friuli e in Emilia Romagna nel 2012: «Con altri geometri bergamaschi mi sono reso disponibile per realizzare sopralluoghi e valutare il grado di stabilità degli edifici. La situazione era drammatica. Molte le scosse che si susseguivano». La speranza per tutti questi alpini è di ritornare in quei luoghi e di scoprire che molto è stato fatto.


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