La crisi Alitalia e l’orgoglio ferito

La crisi Alitalia
e l’orgoglio ferito

Nella infinita agonia di Alitalia, che vive questa settimana un’altra pagina tormentata, qualcuno dice l’ultima, il problema più evidente é che i fattori in gioco non sono soltanto quelli classici di qualunque impresa economica. Se così fosse, sarebbe già fallita da anni. In questo caso, oltre ai criteri di giudizio industriali, finanziari, sindacali e di mercato, gioca un elemento per così dire nazionalistico, legato cioè al tricolore sul timone degli aerei, che finisce per distorcere qualsiasi normale regola imprenditoriale.

É un problema cioè di prestigio, di bandiera per l’appunto, con oggettivi risvolti anche strettamente di valore – valore economico, intendiamoci –, visto che un vettore aereo é anche una porta per il turismo e gli affari, specie per un Paese come il nostro. É forse l’unico asset vendibile di un marchio storico. Ma basta questo triangolino tricolore a giustificare il tentativo di insistere, quasi ai limiti dell’accanimento terapeutico, dopo nove anni di declino senza evidenti speranze, e dopo altri anni precedenti oscillanti tra supponenti rifiuti di accordi internazionali e pelosi appelli all’orgoglio (che pure non é una categoria economica) di una imprenditoria italiana che alla prova dei fatti é stata troppo spesso in cerca innanzitutto di affari, assistenza e scambi interessati?

Quanto vogliamo ancora andare avanti buttando via un milione di euro al giorno, perché questo é stato l’esito di bilancio 2016, ma anche di tanti precedenti: almeno un miliardo perduto da quando é passata sotto le insegne degli Emirati (con tanto di improbabile divisa dell’equipaggio, tutto fuorché italiana)?

Ora serve subito un altro miliardo fresco e gli azionisti non arabi, ma nostrani, non hanno giustamente voglia di fare da bancomat infinito. Oltre a Banca Intesa (20,5%) e Unicredit (11%), c’é di mezzo anche Poste Italiane, tesoretto del piccolo risparmio italico, che affiancò Ethiad nell’ultimo salvataggio del 2014, mentre il penultimo (2008) era stato quello dei capitani cosiddetti coraggiosi che avevano fatto la privatizzazione degli asset buoni, scaricando tutto il resto in una bad company coperta di debiti e di rattoppi. E che bad, cioè cattiva, é sostanzialmente rimasta.

A quasi 10 anni di distanza, coperti da abbondanti casse integrazione a spese Inps, ma in realtà di tutti noi, questa settimana é in corso un referendum interno dei dipendenti più protetti d’Italia per vedere se accettare un taglio dell’8% dei salari (la richiesta considerata ragionevole era 31%), e una riduzione (assistita) del personale di 2/300 persone (la richiesta era dieci volte tanto).

Non ci permettiamo naturalmente di ironizzare sulle attese di questi lavoratori, che vanno sempre rispettate, ma questo presunto accordo sindacale é stato strappato ai grandi sindacati sotto minaccia dei ben più potenti autonomi del settore, e ha tutta l’aria più di una resa che di un’intesa responsabile. Il problema Alitalia, ahinoi, non é sindacale, é finanziario e di mercato. Finanziario, innanzitutto, perché qualcuno deve mettere ancora una volta altri soldi e non può essere lo Stato. Il governo anziché dare nuove garanzie, dovrebbe impegnarsi solo per una soluzione industriale, se c’é, o una amministrazione controllata e una liquidazione, che sarebbero comunque costose.

Gli azionisti, lo abbiamo visto, non ce la fanno più e oltretutto l’unico partner industriale, Ethiad, non ha dato grandi prove di capacità manageriale. Ha tanti soldi, ma li ha persi anche in un altro caso eclatante, quello di Air Berlin. Il problema è di mercato, e quando non c’é mercato, non c’é speranza.

La quota Alitalia, in casa, é scesa dal 50% al 18%, e l’aggressione del low cost é inesorabile: il 55% delle rotte é in sovrapposizione con Ryanair e il 38% con Easyjet. L’unica via di scampo sembra essere quello del lungo raggio, ma anche qui sta per arrivare il low cost, e comunque il presidio delle linee tradizionali da parte degli altri operatori é fortissimo. L’esempio svizzero é li a dimostrare, con molti anni e molti miliardi di anticipo, che talvolta é meglio lasciar perdere.

Ci sono mestieri imprenditoriali in cui qualcuno ti batte per efficienza e altri ti battono per dimensione. É questo il caso di Alitalia. Dunque, passerá magari il referendum dei difendenti, bontà loro, ma tutto rischia di restare come prima, peggio di prima. L’unico lumicino di speranza é quello cui sembra stiano pensando le Banche azioniste, e cioè rivolgersi al grande fratello tedesco, la Lufthansa. Se finirà così, speriamo ci lascino un triangolino tricolore sulla coda, e facciano indossare alle hostess una divisa Made in Italy. Almeno quella.


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