Shopping straniero Interesse nazionale

Shopping straniero
Interesse nazionale

L’Italia è in svendita e ormai anche il più strenuo difensore del libero mercato si è dovuto arrendere all’evidenza. La dismissione quasi totale dei marchi e degli asset strategici del Paese rende plastica la strada del declino. Luxottica si è traferita a Parigi e si è fusa con Essilor. I francesi hanno una minoranza di blocco, basta che si alleino con qualche azionista d’oltralpe e il gioco è fatto. Del Vecchio con circa il 35% non ha la maggioranza assoluta. L’Italia ha permesso in questi anni una campagna acquisti che ha dell’inaudito. I marchi più noti della moda, da Bulgari in giù, l’alimentare con Parmalat, la grande distribuzione (GS passata a Carrefour nel 2010), le ferrovie, con l’acquisizione del pendolino e dei treni d’alta velocità, le banche con Banca nazionale del lavoro e Cariparma, la telefonia con Telecom Italia l’attacco alle televisioni di Mediaset , tutto è stato possibile senza la minima obiezione.

Cosa sia l’interesse nazionale è un tema che va studiato in Francia, in Germania, negli Stati Uniti ma non qui. Ci sono volute le grandi manovre sul titolo delle Generali per capire che il Paese è a rischio. Se la compagnia del Leone entra nell’orbita francese l’indipendenza finanziaria italiana è finita. Le Generali sono il salvadanaio d’Italia. Per le operazioni di sistema, Trieste è decisiva. Lo è dai tempi di Cuccia a Mediobanca. Quando c’è bisogno di una mano tutti guardano a est, alla città che fu asburgica.

È valso per Telecom Italia sino ad Alitalia. E quando il differenziale d’interesse dei titoli pubblici italiani rispetto ai Bund tedeschi balla, ecco che il governo italiano sa dove allocare i suoi Btp. Con 500 miliardi di asset, Generali è il porto sicuro della finanza italiana. Pubblica e privata. Da qui l’operazione alla quale stiamo assistendo in queste ore. Intesa San Paolo parrebbe intenzionata ad acquisire Generali e formare così il più grande gruppo bancario-assicurativo d’Italia e tra i maggiori d’Europa.

Solo il nostro Paese è rimasto senza un gruppo finanziario in grado di competere ad armi pari con il resto del continente. Tutti hanno i loro campioni nazionali. Noi no. L’ultima occasione di creare un polo di risparmio gestito di una certa rilevanza è andato perso con la cessione di Pioneer ai francesi di Amundi. Poste Italia ci aveva pensato ma il capo di Unicredit, il francese Jean-Pierre Mustier, ha guardato a Parigi e non a Roma: 160 miliardi di risparmi per lo più italiani nelle disponbilità di una multinazionale francese.

Si spiegano quindi all’indomani dell’operazione le parole di Carlo Messina, consigliere delegato di Banca Intesa San Paolo : la nostra banca intende rimanere a tutela del risparmio italiano. Anche sulla tentata scalata di Vivendi a Mediaset Messina era stato chiaro: siamo in campo per far sì che l’azienda resti italiana. A Trieste devono aver capito che anche per Generali il vento sta cambiando. E si sono subito arroccati in difesa. Hanno acquistato sul mercato circa il 3% di Intesa.

Una mossa preventiva perchè per la normativa vigente la banca è obbligata a non superare la stessa soglia nel caso di acquisto di pacchetti di azioni del Leone. In caso di superamento i diritti verrebbero congelati e quindi il peso nell’azionariato rimarrebbe sempre al 3 per cento. Adesso Intesa dovrà far sapere quali sono le sue intenzioni e se intende far partire un’offerta pubblica di acquisto sul 60 per cento del capitale.

Come mai si è giunti a questo punto? I francesi di Axa Assicurazioni hanno da sempre nutrito ambizioni di espansione in Italia. L’attuale amministratore delegato di Generali, Philippe Donnet, oltre ad essere francese proviene dal colosso assicurativo parigino. Mediobanca è il primo azionista di Trieste con circa il 13 per cento, poi vi sono Del Vecchio di Luxottica e altri piccoli che formano un sindacato di controllo per circa il 25 per cento del pacchetto azionario.

Se a Banca Intesa riuscisse l’operazione di acquisto è indubbio che finalmente l’azionariato di Generali diverrebbe stabile e soprattutto il management potrebbe ridare slancio all’indice azionario attualmente sottoquotato.

Ma i francesi con Bolloré sono in Mediobanca, che a sua volta controlla Generali, e si son guardati bene dal far salire il valore azionario. Più le azioni sono basse e più appetibile è il Leone per le ambizioni di Parigi. Un gioco che adesso sembra finire.


© RIPRODUZIONE RISERVATA